A cura di Piero Sampieri
Pubblicato il 03/11/2004
L'Amico Gilberto Gamberini ci ha inviato questo testo. Entro l’anno in Umbria apriranno 12 ambulatori pubblici, è il primo caso in Italia. Lo prevede il piano sanitario regionale. Ormai tre umbri su dieci si curano con la medicina ”dolce”. Il caso shiatsu e il fascino del “mercato”
PERUGIA - Agopuntura, Omeopatia, Ayurveda, Fiori di Bach...? Insomma, siete alternativi?
C’è una novità, e non è di poco conto poco.
Saranno aperti entro l’anno, in Umbria, dodici ambulatori pubblici di medicina integrata,
uno per ogni distretto sanitario. In questi ambulatori, cioè, sarà possibile chiedere di essere
curati anche con terapie non convenzionali.
E’ il primo caso in Italia, e come sperimentazione del genere, la prima in Europa.
Ed è solo l’inizio di una rivoluzione, con la quale la Regione intende sostenere, da un lato, il
diritto alla libertà di cura dell’individuo e, dall’altro, garantire a chi sceglie di ricorrere, ad
esempio, a omeopatia, agopuntura, shiatsu o altro ancora, la qualità delle terapie. Il che
evita anche il rischio di incappare in qualche ciarlatano.
E’ scritto, nero su bianco, nel Piano sanitario 2003-2005. Ed è una scelta che tiene conto di
un dato di fatto: se almeno 9 milioni di italiani si curano con la medicina ”dolce”, in questa
regione i dati parlano di tre umbri su dieci e della presenza di almeno 59 diversi tipi di
terapie non convenzionali che vengono praticate.
Lo ha documentato una ricerca cofinanziata, allo scopo, proprio dalla Regione e svolta
dalla Fondazione Angelo Celli, con la direzione scientifica del professor Tullio Seppilli e il
coordinamento dell’antropologo Enrico Petrangeli.
E quella ricerca ha evidenziato anche come sono sempre più numerosi i medici che si
affidano alle terapie non convenzionali, o addirittura le praticano, constatazione che ha
supportato la svolta decisa dall’assessorato alla Sanità.
Svolta coraggiosa, anche per il vento contrario che da più parti tira. Ad esempio, in
Francia, da sempre all’avanguardia nel settore, l’Accademia di medicina, proprio di
recente, ha chiesto alla Mutua di revocare il rimborso (oggi è del 35%) dei rimedi
omeopatici.
Richiesta, c’è da dire, subito respinta.
Perché tutta questa passione per le terapie non convenzionali anche nella classe medica?
Indicativi sono alcuni dati emersi dalla ricerca della Fondazione Celli sulla situazione in
Umbria.
La medicina ”dolce” ha un sempre più alto gradimento anche in questa regione. Risulta,
infatti, che almen tre umbri su dieci l’abbiano praticata almeno una volta.
E la conferma arriva dal fatto che proprio la ricerca ha censito ben 59 tipi di terapie
”alternative”.
Le più frequentate sono omeopatia, agopuntura, fitoterapia e trattamenti manuali. Ma
l’universo della medicina dolce risulta straordinariamente composito in Umbria: si va, tanto
per citare, dalla chelazione (pulizia dell’aura) alla osteopatia, dalla reflessoterpia alla
pranoterapia, dalla chiropratica alla medicina cinese, dalla omotossicologia allo shiatsu,
dalla iridologia alla medicina ayurvedica.
Con un occhio al mercato, è dunque un ”piatto ricco”.
Non a caso molto articolato è anche il mondo di chi opera nel settore, che la ricerca ha
classificato in tre categorie: guaritori tradizionali, guaritori moderni (quanti non hanno la
laurea in medicina, ma hanno seguito corsi di formazione in Italia o all’estero), laureati in
medicina.
E proprio tra i medici stanno facendo sempre maggiori conquiste le terapie non
convenzionali.
Sui medici punta, naturalmente, la Regione per i nuovi ambulatori di medicina integrata.
Ne sono stati formati già venti, altri corsi si stanno effettuando. Risultati decisamente
positivi si registrano nell’ambulatorio della Asl 2 a Perugia, dove si pratica ormai da
cinque-sei anni l’agopuntura soprattutto nella terapia del dolore, ma non solo. E
aumentano i medici di base che consigliano, per alcune patologie, la medicina dolce ai
propri pazienti.
Bene, benissimo.
Ma, in questo contesto, quale spazio viene riservato a quegli operatori che medici non
sono, ma hanno una preparazione specifica grazie ad una qualificata formazione?
Il problema non si pone per l’omeopatia, che in Italia può essere praticata solo dai medici.
E però, ad esempio, chi fa medicina ayurvedica?
E chi pratica lo shiatsu? Il problema si è posto concretamente, in Umbria, proprio a
proposito dello shiatsu con una indagine dei Nas su corsi di formazione, effettuati a Terni
e Perugia, progettati da privati, avallati dalla Provincia e cofinanziati con fondi europei.
Sono state denunciate 18 persone e i giovani che hanno effettuato il corso sono ancora, e
ormai da mesi, in attesa del diploma.
Altra domanda: se si fa piazza pulita degli operatori anche più qualificati, chi insegnerà lo
shiatsu o magari l’ayurveda ai medici o nelle università? Può il complesso mondo delle
terapie non convenzionali essere racchiuso nella categoria ”sanità”?
All’esame della commissione Affari sociali della Camera è l’attesa legge sulle medicine non
convenzionali, o alternative, o complementari.
E stanno piovendo strali su quella proposta, che è considerata una buona base di
discussione da chi opera nel settore delle medicine dolci, come è stato testimoniato al
forum sullo shiatsu che si è svolto a Perugia, organizzato dall’associazione ”Il Chicco
integrale”.
Proposta che, però, è stata bocciata e senza appello dai saggi della bioetica.
Così il Comitato nazionale: queste medicine «non possiedono al momento attuale i requisiti
per essere riconosciute come discipline scientifiche».
Una presa di posizione che segue le critiche alla proposta di legge anche dell’Ordine
nazionale dei medici. Il quale, però, in un documento votato a Terni - succedeva quattro
anni fa - aveva definito «atti medici» nove di questi indirizzi terapeutici, tra cui omeopatia
e agopuntura.
In questo clima cade, dunque, la decisione della Regione di aprire entro l’anno dodici
ambulatori pubblici di medicina integrata in Umbria, uno per ogni distretto sanitario.
«Una decisione che prende atto della realtà e della scelta, già effettuata da centinaia di
umbri, di curarsi con medicine non convenzionali praticate ormai anche da diversi laureati
in medicina», spiega l’assessore alla sanità, Maurizio Rosi.
E aggiunge: «Il riscontro si è avuto in convegni e ricerche, come quella della Fondazione
Celli. Per questo abbiamo assunto un tale impegno nel piano triennale».
Le prossime mosse?
«Tradurre in fatti la linea di indirizzo del piano per continuare su quella strada. Sono
terapie che già stiamo sperimentando in diverse Asl, come ad Assisi, Gubbio e anche a
Perugia nel Centro terapia del dolore».
Ma con l’Ordine dei medici come la mette?
«Sarà trovato un punto di incontro, abbiamo già lavorato su questo insieme. E’
un’esperienza che va fatta in accordo con i medici, è l’unico modo perché ci siano le
condizioni per farla bene».
Spiega Carlo Romagnoli, responsabile per la programmazione sanitaria della Regione: «La
proposta del piano va nella direzione di offrire il meglio della capacità medica a partire
dalla verifica della efficacia della terapia. E’ ormai accertato, del resto, che il cervello
influenza il sistema immunitario. Se vogliamo, in qualche modo, la decisione è anche un
messaggio rivolto a tutta la classe medica, perché capisca che oggi la gente vuole cure
efficaci, ma allo stesso tempo una maggiore attenzione da parte dei terapueti».
La Regione sta lavorando molto con i medici di base sulle terapie non convenzionali.
E sono stati già avviati corsi di specializzazione degli operatori che svolgono attività di
medicina integrata e di medicina non convenzionale in collaborazione con le scuole
esistenti nel territorio.
Da non sottovalutare anche l’individuazione di tariffe per tali terapie non comprese nei
livelli essenziali di assistenza.
Il che potrebbe servire anche a ”calmierare” il mercato.
In questo contesto, è arrivata anche la proposta del ministro della salute, Sirchia, di
realizzare proprio in Umbria la prima clinica pubblica di medicina tradizionale cinese.
«Porte aperte, naturalmente», conferma l’assessore Rosi. Che aggiunge: «Bisognerà vedere
però di cosa si tratta in concreto». E al momento alle parole del ministro non hanno fatto
seguito ipotesi concrete.