
G. P.
Tratto da Il Manifesto 14.2.2003
L’ultima telefonata, come riporta fedele il bollettino di palazzo Chigi, è stata con George Robertson, il segretario generale della Nato che certo condivide fino in fondo i dolori e le ambasce di Silvio Berlusconi.
Ma se il presidente del consiglio tace, e incassa gli entusiasti complimenti di Condoleeza Rice («l’Itlia è il nostro migliore amico, essenziale in questo momento»), nella Casa delle libertà cresce l’agitazione. La manifestazione di sabato è alle porte, il suo successo è fin troppo annunciato, e bisogna cercare di limitarne per quanto possibile l’impatto. Così i leader del centrodestra vanno ad Amelia per festeggiare i 40 anni della comunità di don Gelmini e si sbracciano a giurare sulla pace. «La vogliamo tutti, in Italia tutti vogliono la pace - proclama Pierferdinando Casini - Anche se poi ciascuno ha la sua ricetta». «Mi auguro che non ci siano strumentalizzazioni politiche - incalza Gianfranco Fini - Non si può dividere la società tra chi è a favore della pace e chi sarebbe irresponsabilmente a favore della guerra».
Un appello accorato, e fatto in realtà più che da vicepremier da capo di partito. Perché, dopo le vistose defezioni dei cattolici centristi, è proprio dentro Alleanza nazionale che oggi si stanno aprendo le crepe più vistose. Capeggiati dalla Destra sociale, 30 deputati di An hanno infatti chiesto, e ottenuto, una riunione urgente del gruppo prima del dibattito alla camera di mercoledì. Come spiega in un lungo e in largo Francesco Storace, il problema è sempre la fantomatica seconda risoluzione delle Nazioni unite.
Ma se il governatore del Lazio si limita a un sospiroso «spero che se si dovrà andare a un conflitto, lo si faccia perché l’Onu ha deliberato, il suo collega di partito, il cattolico Publio Fiori va ben più in là. Se la risoluzione non ci sarà, spiega infatti il vicepresidente della camera «l’Italia non potrebbe partecipare, direttamente o indirettamente al conflitto, né potrebbe esprimere solidarietà ai paesi che dovessero intraprendere azioni belliche».
Peccato che poi, a chiarire quale sia la politca dell’Italia di Berlusconi, ci pensi Franco Frattini. Anche il ministro degli Esteri, ovviamente, nella sua intervista a Panorama, chiede una seconda risoluzione, o meglio giura che il governo «si è adoperato fermamente per convincere gli Stati uniti ad aspettarla». Ma senza troppe speranze e soprattutto senza nessuna convinzione, visto che il problema che più angoscia Frattini non è l’avvio della guerra ma un eventuale veto da parte della Francia, o dell’ormai ex amico Putin. Se gli ispettori dicessero che Saddam non collabora, facendo scattare quelle che il ministro chiama, pudico, «le famose gravi conseguenze già previste», l’Italia infatti farà di tutto «perché nessuno dei membri permanenti del consiglio di sicurezza faccia uso del diritto di veto». In modo da tutelare fino in fondo l’immagine internazionale di una «guerra americana» a cui l’Italia ha già dato il suo consenso. «Berlusconi ha detto a Bush, e io a Colin Powell che, se si andasse oltre, il nostro parlamento dovrebbe esprimersi con un voto» rivendica, come fosse un segno di autonomia, il ministro. Sicuro, ma forse un po’ troppo visto i malumori c he dilagano nel centrodestra, che al momento opportuno i deputati della Casa delle libertà ratificheranno compatti la decisione già presa da Silvio Berlusconi.
Giuseppina









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