Carlo Borsani «L’omicidio di mio padre è rimasto senza giustizia

Dal Corriere della Sera del 25 aprile 2003 Ha mai saputo chi uccise suo padre? «No. Mia madre fece una denuncia, poi intervenne l’amnistia e il caso fu chiuso. Spero di non scoprirlo mai. Non sai cosa può passarti per la testa. Meglio lasciare le cose come stanno. Di certo non rinnego i suoi valori: la coerenza, la lealtà, la capacità di ascoltare gli altri»...

Carlo Borsani, assessore regionale di An alla Sanità, nacque pochi mesi dopo la morte del padre e ne ereditò il nome di battesimo. Carlo Borsani senior era uno stretto collaboratore di Mussolini. In guerra, sul fronte greco-albanese, nel ’41, perse la vista e guadagnò una medaglia al valor militare.
Durante la Repubblica di Salò fu nominato da Mussolini presidente dell’Associazione nazionale mutilati e invalidi di guerra e direttore del giornale «La Repubblica fascista». All’alba del 27 aprile ’45 fu prelevato dai partigiani. Il 29 aprile fu fucilato in piazzale Susa, a Milano, assieme al sacerdote, Tullio Calcagno, che era andato a confessarlo prima dell’esecuzione. Il corpo venne portato in giro per la città su un carretto dell’immondizia.

Dopo 58 anni possiamo parlare di pacificazione nazionale?

«Ho fatto il mio atto di pacificazione nel momento in cui ho accomunato il mio dolore con quello dei figli di Matteotti. Adesso basta con le valutazioni sul 25 aprile. Io questa ricorrenza non la voglio abolire, semplicemente la ignoro. Anche perché, al momento, una vera pacificazione è impossibile».

Si spieghi meglio.

«Se da politico e amministratore di An parlo del 25 aprile ho la quasi certezza che quanto dirò verrà strumentalizzato per fini politici. E invece io voglio essere giudicato per il lavoro e le scelte di oggi».

Ma non si può togliere un giorno dal calendario. E dalla lettura del passato bisogna pur passare.

«Preferisco evitare. Chi solleva qualche dubbio sulle azioni dei partigiani viene subito definito “fascista”. Ma lei insiste, e allora…».

Dica.

«Evidentemente non abbiamo la serenità per leggere quella pagina di storia. Delle foibe si è cominciato a parlare soltanto da pochissimo. La verità è che oggi nemmeno a Bagdad c’è una caccia all’uomo come quella che ci fu a Milano dopo il 25 aprile ’45. La mattina la gente andava al lavoro in bicicletta e trovava i cadaveri riversi sulla strada. Ma di queste cose non si può parlare».

Veramente qualcosa è cambiato: non a caso il Comune di Legnano a suo padre ha intitolato una piazza.

«Sì, è vero. E’ stato nel ’95. Il problema è che quella targa viene regolarmente imbrattata di vernice rossa. Non voglio che si continui a cambiarla. E’ inutile».

Ri. Que.

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Pubblicato il venerdì 25 aprile 2003 in: Interviste

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