E alla Farnesina, ecco a voi Fausto Bertinotti

Tratto dal riformista del 24 maggio: Fausto Bertinotti ha ragione. Se l’area politica che sta a sinistra della lista unitaria, su cui comanda per intelligenza politica, dimostrerà di rappresentare il 15% dell’elettorato, non ci sono limiti alle sue ambizioni. La Farnesina a Rifondazione comunista? E perché no? Questo è esattamente il problema di fronte all’opposizione, prima per diventare governo e poi per governare. Come è noto, un analogo problema di assimilazione delle estreme l’ha avuto il centrodestra. Più piccolo, però, e non solo per dimensioni. Da quando Gianfranco Fini ha risciacquato i panni a Gerusalemme, è un problema che vale solo il 4%. In più, la Lega ha un core-business alquanto circoscritto: la sua issue è il federalismo, il suo insediamento sociale è da Cobas del nord. Il potere di ricatto che esercita è alto per la concentrazione geografica dei voti (essenziali nel maggioritario), ma il prezzo del ricatto è limitato perché settoriale, quasi di stampo sindacale.

La issue della sinistra bertinottiana è invece più ampia e ambiziosa: quell’area condivide una visione di politica estera senza paragoni nei governi europei, nemmeno in Spagna e in Germania, meno che mai in Francia. Essa va infatti ben oltre l’Iraq. Riguarda la presenza dell’Italia nella Nato, il giudizio sul ruolo della superpotenza americana, che la guidi Clinton o Bush non fa differenza, il ripudio dell’uso della forza militare in ogni caso, il rifiuto degli obblighi di alleanza – anche nella Unione Europea – ogni volta che essi non sono abbastanza di sinistra. Ricordiamo che Bertinotti non sfila solo contro Bush, ma ha sfilato anche contro Prodi, in tutte le occasioni in cui i vertici della Ue prendevano decisioni in materia di economia, e perfino contro la Costituzione europea. Se in un futuro governo dell’Ulivo non ci saranno , come dice Bertinotti, la serie B si farà valere fino in fondo, fino alla Farnesina.
La fibrillazione riguarderà dunque il cuore dell’alleanza di governo. Ricordiamo che nel suo manifesto di politica estera, pubblicato sul Corriere, Prodi aggiungeva al suo no alla guerra in Iraq il suo sì all’uso della forza in casi di pericolo imminente o di violazioni gravi dei diritti umani, il suo sì all’uso della forza anche quando non l’Onu, ma un’alleanza regionale (vedi Nato in Kosovo) lo autorizzi, il suo sì all’uso anche preventivo della forza quando non ci sia altro modo di evitare un disastro umanitario. La vasta area bertinottiana è invece contraria anche in questi tre casi, perché questa è la ragione sociale del movimento pacifista. Fateci caso: già oggi, quando è al governo Prodi non può chiedere il ritiro immediato dall’Iraq; e infatti – nessuno l’ha notato – la posizione ufficiale della Commissione europea non è mutata dopo la mozione italiana, buona solo per ruoli di opposizione.
Che fare? C’è una risposta che va molto di moda, e la propone da tempo Walter Veltroni: coniugare riformismo e radicalismo, stringendo un patto programmatico pre-elettorale. In realtà, nel voto sull’Iraq l’Ulivo ha fatto esattamente questo: ha coniugato. Quelli di hanno votato insieme con quelli di . C’è bisogno di disquisire su chi gli italiani pensano che l’abbia spuntata? Basta leggere i commentatori alla Maltese o alla Padellaro: per giustificare quel voto si deve ora sprofondare, quasi inevitabilmente, nell’umorismo nero, scommettendo al limite dell’irrisione sui futuri insuccessi dell’Onu e sulla già alta probabilità che in Iraq finisca in un disastro.
L’altra soluzione del dilemma, meno popolare di questi tempi, è quella che propone Enrico Letta. Invece di coniugare, competere. Contrastare l’egemonia culturale e ridurre la forza elettorale dell’area estrema, contestandola invece che inseguendola. Rivendicare con orgoglio la propria diversità sugli Usa, sull’Onu, sulla Nato, sulla Ue. Gli altri o prenderanno - Diliberto prenderà, così come fece quando il governo di cui era ministro inviò i bombardieri sulla testa del compagno Milosevic – o lasceranno l’Italia a Berlusconi.
Questa seconda linea può fallire, ma l’altra fallisce di sicuro, prima ancora di essere messa alla prova, perché la prospettiva di Bertinotti alla Farnesina basta e avanza per far rivincere perfino un centrodestra in agonia. In verità, l’unica speranza di sostituire Berlusconi con un governo di alternanza sta in uno sfondamento elettorale della lista Prodi, a danno delle estreme. Altrimenti insieme con il governo Berlusconi cadrà anche il sistema bipolare, e qualche altra cosa riempirà il vuoto lasciato dall’assenza di un centrosinistra eleggibile.
Qui si parrà la nobilitate della leadership di Prodi, appena tornerà da Bruxelles. Avrà poco tempo, al massimo un anno. O risolverà lui il dilemma, o lo faranno prima o poi i Veltroni e i Letta.

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Pubblicato il martedì 25 maggio 2004 in: L'Opinione della Sinistra

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