
Per tutto il 1946 (l’anno della rinascita politica del nostro Paese) e in special modo dal 2 giugno in poi, i giornali “fascisti” tendono a far sentire la loro presenza. Discutono, litigano, programmano. Ma fra gli attori in scena c’è anche il romualdiano Senato. Con buona probabilità quella della struttura “d’indirizzo” è in questo periodo una delle voci più ascoltate, dato che sarà essa stessa a “cooptare” i componenti del primo Comitato centrale del Msi (N. Rao). Le linee e le ragioni politiche di codesti soggetti arrivano a coprire tutti gli spazi dell’arco politico: da sinistra a destra.
I rappresentanti di alcuni periodici (Manifesto di Marengo, Rosso e Nero di Giovannini, Rataplan di Genoino, Fracassa di Nasso e Lettere) e i leaders di alcuni partitini (le cui sigle oggi dicono poco o nulla), unitamente ai gruppi clandestini di fine guerra, sono i protagonisti delle “manovre” di fondazione del Movimento. Da sottolineare anche il particolare impegno di alcuni leader carismatici, fra cui ovviamente Pino Romualdi, vice di Alessandro Pavolini a Salò, e Arturo Michelini, fervente anticomunista e «uomo concreto e fattivo» (Di Lello). Non bisogna infatti dimenticare la tradizionale importanza del fattore prestigio all’interno delle formazioni di “destra”. In breve. Le riunioni per la nascita del Msi cominciano sul finire del 1946 (in proposito, un’interessante documentazione si trova presso la Fondazione Ugo Spirito). Svariati però sono i disaccordi fra i gruppi che intendono fare fronte unico; soprattutto fra i rappresentanti dei giornali. Così la costituzione ufficiale del Partito avviene solo il 26 dicembre dello stesso anno. È un breve Comunicato pubblicato sulla prima pagina de La Rivolta ideale di Giovanni Tonelli (anch’egli aderente al Senato), che è il più importante fra i giornali vicini al nuovo soggetto politico, ad avvisare dell’avvenuta unificazione dei gruppetti e della nascita del Msi: «I rappresentanti del Fronte del lavoro, dell’Unione Sindacale Ferrovieri Italiani, del Movimento Italiano Unità Sociale, del movimento de La Rivolta ideale, del Gruppo Reduci Indipendenti, constatata la perfetta identità di vedute e di finalità politiche e sociali, hanno costituito il Movimento Sociale Italiano». A proporre la denominazione “Movimento Sociale Italiano” è Michelini (presso lo studio del padre si svolge la riunione del 26 dicembre 1946). Così almeno si evince da un’intervista allo stesso futuro segretario pubblicata su Lotta politica del 29 dicembre 1951. Il primo segretario è Giacinto Trevisonno (Baldoni).
Lo stesso 26 dicembre, su La Rivolta ideale compaiono a mo’ di “chi siamo e cosa vogliamo”, i primi due documenti del Partito: l’Appello al popolo e gli Orientamenti programmatici. Il primo viene redatto da Romualdi (che è quasi onnipresente, nonostante la latitanza che durerà fino al 7 marzo 1948), il secondo ancora da Romualdi ed Ezio Maria Gray, nazionalista storico, ex membro del Gran consiglio del fascismo e futuro direttore de Il Nazionale.
L’Appello è un breve scritto che fa leva sul vincolo di fedeltà alla Patria, un brano solidaristico che spinge gli italiani a superare qualsiasi tipo di rancore, auspica equità e promette educazione morale ed elevazione sociale ai lavoratori. Il secondo è una Carta suddivisa in dieci articoli che indica una linea politica da elaborare nel tempo. In entrambi i documenti non si riscontrano né eccessi, né prese di posizione di tipo autoritario.
Ma le due dichiarazioni sono passibili di una doppia lettura. Prendono spunto dai coevi accadimenti(adattandosi all’Italia democratica), e si allineano alla precedente esperienza saloina. La questione sociale ad esempio (un tema fondamentale per Rsi e Msi) fa perno su disposizioni similari presenti nella Carta di Verona (1943) e negli Orientamenti programmatici.
Se differenze vi sono, esse riposano sulle caratteristiche dei regimi collocati sullo sfondo dei due documenti: l’uno a base autoritaria (la Rsi), ove a un Partito e a un Sindacato unico spettano prerogative esclusive; l’altro democratico, ove non è pensabile che si faccia riferimento a istituzioni “uniche” (perché ovviamente queste non ci possono essere). In generale, però, le similitudini concettualifra le due Carte, “repubblichina” l’una, missina l’altra, risultano evidenti.
Ma come ho già detto, il Msi non è un monolite, bensì un contenitore aperto a tutti gli italiani; non è soltanto il prolungamento della Rsi, ma è qualcosa che somiglia a un organismo complesso, pluricellulare”.
La definizione più esatta per il Partito nato alla fine del 1946 sembra allora quella di Movimento “di sintesi”. Sintesi politica, geografica, sociale, generazionale. Sintesi fra “vecchia” e “nuova” politica, fra capitale e lavoro, fra giovani e meno giovani (il contrasto fra le diverse generazioni sarà tuttavia costante all’interno del Msi), fra reazionari e rivoluzionari, fra Nord e Sud del Paese. Ed è del tutto ovvio che, al di là dei documenti ufficiali, per tenere unita una compagine a tal punto articolata ci si debba adattare a un compromesso interno. Ciò senza considerare che per tutti gli anni Quaranta i confini fra il Msi e i ridimensionati Far (il cui capo, dopo Romualdi, sarà Cesco Giulio Baghino) saranno indeterminati. Insomma, il Partito della Fiamma apparirà da subito un Partito-rompicapo (di “destra” e di “sinistra”, d’ordine e ribelle), da comporre quasi pezzo per pezzo.
Così il primo vero leader del Msi, la guida storica, Giorgio Almirante, (classe 1914), non può non essere un leader di compromesso. Compromesso in primo luogo fra due anime (destra e sinistra) che riproducono le maggiori differenze all’interno del Movimento. Almirante stesso è parte della “sinistra”,l’ala maggioritaria, (relativamente) intransigente, legata più della destra alle istanze sociali.
Nondimeno, insieme agli altri leader, fa di tutto per tenere unito il Partito (“il Partito degli sconfitti”), che continua a vedere come l’espressione dell’Italia migliore, che dovrà riuscire ad attrarre la maggior parte degli italiani. Almirante riesce a pilotare il Msi dal buio di un’esistenza quasi nominale (seppur già politicamente attiva) fino all’alba di un nuovo decennio (gli anni Cinquanta). Quando l’elettorato “fascista” con la guida De Marsanich conterà quasi 1 milione di voti (alle amministrative del 27 maggio - 10 giugno 1951). Peraltro, qualcuno confiderà in un incremento ulteriore delle preferenze (Erra).
Date le condizioni sociali dell’Italia, date le vicende internazionali e le manovre avvolgenti dei grandi partiti, il lavoro di Almirante, la cui prima segreteria durerà dal giugno 1947 al gennaio 1950, non può essere classificato come cosa da poco. Anzi. Quando poi vent’anni dopo (1969) il leader missino riprenderà in mano il Movimento della “sua gente”, l’Italia sarà tutt’altra cosa. Altri temi, altre esigenze, altra politica. Indubbiamente, un Paese con una storia più cupa.
Ancora in breve. Le tappe principali della prima segreteria Almirante possono condensarsi in alcune tornate elettorali, in due Congressi e nelle questioni relative al Patto Atlantico.
12 ottobre 1947 si svolgono le elezioni a Roma (che seguono le precedenti di soli 11 mesi). Il Msi si presenta per la prima volta al giudizio degli elettori, con un programma terzaforzista e dottrinalmente di “sinistra”. Il Partito guadagna 25.000 voti e tre consiglieri fra cui Tonelli, e diviene determinate per l’elezione a sindaco del dc Rebecchini. Il risultato è sorprendente. E scatena reazioni distinte: la preoccupazione dei comunisti (non sempre espressa in modo pacifico), e le proteste di alcuni sostenitori della “sinistra” interna del Movimento, che non vedono di buon occhio l’utilizzo dei voti missini per l’elezione di un sindaco democristiano. Alle politiche del 18 aprile 1948 (vera e propria prova del fuoco), il Movimento, con un programma ancora prevalentemente di “sinistra”, è in grado di raccogliere 500.000 voti. Qui però sta il nocciolo di una questione fondamentale.
La crisi dell’Uq, che ha reso libero un certo elettorato del Sud (sia attivo che passivo), e le difficoltà incontrate dal Msi nel Nord del Paese (per ragioni facilmente intuibili il nuovo soggetto politico non è amato in alcune regioni d’Italia, al di là della “linea Gotica” ma a volte anche al di qua), spingono il Movimento verso un’affermazione prevalentemente sudista.
Assistiamo così al fenomeno che Tarchi ha chiamato della repentina meridionalizzazione del Partito(con l’asse missino spostato sempre più a “destra”). In maggioranza, i sei deputati e il senatore missini che nel 1948 entrano a far parte del parlamento risultano eletti al Centro-Sud. Ovvio peraltro che in un simile contesto il dibattito ideologico interno fra “destra” e “sinistra” (note come le fazioni dei corporativisti e dei socializzatori) si carichi di ulteriori significati trasferendosi in seno ai Congressi nazionali.
Il primo di questi si svolge a Napoli due mesi dopo le elezioni del 18 aprile. Di fatto il Movimento è ancora una realtà politica vaga. Nessuno sa bene cosa sia. In quest’occasione Augusto De Marsanich (classe 1891), ex sottosegretario fascista, lancia un ponte fra le diverse anime e generazioni del Partito, salvaguardandone allo stesso tempo ideali ed unità. Invece, al secondo Congresso (Roma, 28 giugno-1 luglio 1949), le cose sembrano andare diversamente. Innanzitutto il Movimento ha ottenuto altri successi elettorali (Trentino, Sardegna e Trieste) ed è più noto a livello nazionale. In questa sede poi si affaccia la questione dell’ingresso nel Patto Atlantico, che apre un’altra frattura (una seconda “linea di confine”) all’interno del Partito. Una frattura che avrà non poche conseguenze di lunga durata.
Giuseppina









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