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"Non governo sotto ricatto"

A cura di Giuseppina

Pubblicato il 17/06/2008

da La Stampa - Gli avvocati: «Ricuseremo la giudice del Tribunale di Milano»

foto intervento

 
AUGUSTO MINZOLINI
ROMA
L’idea era nata giovedì, durante l’ultimo vertice con Umberto Bossi ed aveva un asse portante: una presa di posizione netta di Silvio Berlusconi per riaffermare il diritto del governo di legiferare anche in materia di giustizia anche se il premier è imputato in un processo. Tantopiù che il processo in questione, ormai una tradizione da quando il Cavaliere si è buttato in politica, è l’ultimo capitolo del serial giudiziario della procura di Milano. E’ in quella riunione che nasce l’ipotesi della lettera al presidente del Senato, Renato Schifani, per motivare la decisione di inserire nel decreto sicurezza un emendamento che riprende il senso di un protocollo presentato dal procuratore generale di Torino, Maddalena. Una proposta che in passato aveva ricevuto anche il plauso del Csm.

Berlusconi, appunto, ha preso il toro per le corna e ieri dopo aver tergiversato per qualche giorno (facendo innervosire il ministro Maroni), sulla scia della vittoria nelle provinciali in Sicilia (tutte le otto provincie dove si è votato sono andate al centro-destra), ha fatto la sua mossa che di fatto pone fine anche al dialogo con Walter Veltroni: «Io che sono stato chiamato a governare questo paese dagli elettori, non posso esimermi, anche se sono imputato in un processo, dal legiferare in materia di giustizia su questioni che ritengo importanti come quello di evitare l’ingolfamento delle aule giudiziarie...». Il premier nella lettera non ha nascosto che il provvedimento sarà applicabile anche al processo che lo riguarda imbastito «da magistrati di estrema sinistra...a fini di lotta politica», «il tentativo di un sostituto procuratore milanese di utilizzare la giustizia a fini mediatici e politici, in ciò supportato da un Tribunale anch’esso politicizzato e supinamente adagiato sulla tesi accusatoria».

Per essere ancora più convincente nella lettera Berlusconi ha annunciato che i suoi legali hanno ricusato il presidente del Tribunale indicando come prova della sua parzialità le sue prese di posizione contro il suo ultimo governo: «Mi ha accusato di aver determinato atti legislativi a me favorevoli». E, alzando ancora di più il tiro, il Cavaliere ha utilizzato il «no» delle opposizioni agli emendamenti sul decreto per rilanciare il «lodo Schifani» che sospende i processi e i tempi di prescrizione contro le alte cariche istituzionali durante il loro mandato: «Chiederò al Consiglio dei ministri di approvare un disegno di legge che contenga questa norma di civiltà indispensabile in una situazione che non ha eguali nel mondo occidentale».

Il Cavaliere, quindi, ha fatto la sua mossa che rientra, inutile dirlo, nella guerra tra lui e i Pm «politicizzati». Eh sì perché quella guerra, dialogo non dialogo, non è mai finita. Se era necessario gli arresti a Napoli di alcuni dei collaboratori più stretti del sottosegretario Bertolaso mentre il governo si gettava a capofitto nella sfida per risolvere il problema dei rifiuti, hanno dato al premier la prova che lo scontro è ancora aperto. E quindi lo hanno spinto ad utilizzare la logica del «decisionismo» anche su questo tema delicato al costo di mettere in soffitta la politica del dialogo. Anche perché è proprio sul terreno giudiziario che il Cavaliere si aspetta l’offensiva più insidiosa e il teatro di guerra più probabile sarà proprio il processo Mills: per cui il personaggio si è corazzato. Giovedì scorso il premier era stato esplicito e gli alleati, a cominciare da Bossi, erano stati concordi, ponendo solo una condizione: «Devi assumerti la responsabilità di queste decisione - aveva consigliato il senatùr al premier -. Parlare chiaro alla gente. Non utilizzare artifici». Del resto che altro avrebbero potuto dire? Berlusconi aveva posto il problema dicendo esplicitamente che non c’erano alternative e che era necessario applicare una strategia in due tempi: l’emendamento che antepone i reati più gravi agli altri - aveva spiegato in sintesi - serve a darci il tempo per riformulare il lodo Schifani in modo che possa essere accettato anche dalla Consulta. Il premier era stato chiaro anche sulla necessità di utilizzare lo strumento del decreto per il primo provvedimento: non posso fare - era stato il suo ragionamento - «una gara con i giudici», o usiamo il decreto legge o vincono loro. «Tenete conto - aveva chiosato - che qualsiasi atto del governo che interviene sugli interessi dei giudici avrà come reazione l’accelerazione della sentenza contro il Presidente del consiglio. Non posso neppure pensare che un’accusa strumentale possa arrecare danno all’immagine del premier e, quindi, del Paese. Io debbo governare e non posso accettare di farlo condizionato da quello che considero una sorta di ricatto».

Insomma, la strategia del Cavaliere da ieri si è fatta più definita. La politica del pendolo tra dialogo e decisionismo si è fermata su quest’ultima posizione. «Il dialogo è finito - osserva il capogruppo dei deputati Cicchitto - anche perché Veltroni non è in grado di sostenerlo». In fondo non era difficile immaginare un epilogo del genere: «Diciamoci la verità - spiegava ieri in Transatlantico il ministro Elio Vito - il Cavaliere in queste settimane ha fatto tutto quello che ha voluto. Il dialogo può riguardare le riforme costituzionali ma non certo la politica di governo». Siamo quasi all’ovvietà: se un governo ha un’ampia maggioranza in Parlamento può confrontarsi ma non certo accettare di essere condizionato dall’opposizione. «I primi che lo contesterebbero - osserva il segretario del Pri Nucara - sarebbero i suoi elettori. Solo che in queste settimane Berlusconi si è fatto consigliare dai “parrucconi” di cui si è circondato a cominciare da quello che gli è accanto. Poi, come avviene sempre nei momenti difficili, ha usato come a novembre la tecnica del “predellino” come a novembre, e si è scatenato».

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