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Angelo Branduardi di Michelangelo Gargiulo guida dal 14-02-2005
Radici di mare: Genova
«Sì. La mia famiglia si è trasferita a Genova, da Cuggiono, in Lombardia, nel 1950, tre mesi dopo la mia nascita. A Genova ho fatto le scuole elementari, medie, e il conservatorio. Ci sono rimasto quindici anni».
A. Branduardi
Da un'intervista del 2000 di Massimo Pastorelli per "La Repubblica".
[...] Dove abitava? «All’inizio in via Pré. Nella Genova che continuo ad amare di più, e che torno a visitare più volentieri quando capito in città: la Genova dei vicoli e del porto in cui giravo da ragazzino. Mi sono sempre trovato bene nel quartiere della Maddalena e ne ho un ricordo bellissimo. Un ambiente difficile, ma molto più stimolante, formativo, di quello di Marassi, dove ci siamo spostati più tardi. Anche se qui avevamo una casa più bella».
A Genova lei ha scoperto la musica…
«A cinque anni ha cominciato a studiare il violino con Augusto Silvestri, all’epoca un insegnante molto stimato. Silvestri è stato uno dei più importanti pedagoghi che l’Italia musicale abbia avuto. È stato il primo, in Italia, a insegnare il violino secondo il metodo delle grandi scuole dell’Europa dell’Est. Mi sono diplomato con lui a quindici anni. Ma a undici facevo già parte della sua orchestra, composta da giovani allievi del conservatorio. Con lui, insomma, oltre a studiare, ho fatto le prime esperienze concertistiche, anche se si trattava di piccoli concerti a livello locale».
Vecchi compagni il cui nome oggi ci dice qualcosa? «Beh, per restare in ambito cittadino, con Silvestri, insieme a me, suonava il figlio di una nota famiglia di armatori. Di questa famiglia ricordo un fatto curioso: avevano quattro auto, belle e grandi. Ma erano tutte uguali, così sembrava sempre la stessa. Tipicamente genovese. I genovesi con cui ho contatti ancora adesso, e che vado a trovare quando torno in città, sono però tutti musicisti con cui ho lavorato in seguito, da cantante: Claudio Guidetti, per anni mio collaboratore, oggi famoso per le colonne sonore dei film di Pieraccioni, e Alberto Parodi, nei cui studi di Mulinetti sono stato uno dei primi a registrare».
Ai tempi del conservatorio si interessava già alla musica antica e a quella popolare? «Assolutamente no. Ero un tipico studente di conservatorio. I percorsi alternativi li ho scoperti dopo, quando mi sono trasferito a Milano. Nel periodo genovese amavo solo la musica classica. E odiavo i cantanti. Come tutti i buoni strumentisti, del resto».
La cosiddetta scuola dei cantautori genovesi. Lei era poco più di un ragazzino. Ma ne sentiva parlare? E in qualche modo ha influito su di lei? «Direi di no. Non ho mai avuto contatti con Paoli e gli altri. Per quanto riguarda i cantautori italiani, ho tre grandi passioni: Franco Battiato (che non a caso è autore di una canzone de "L’infinitamente piccolo"), Paolo Conte e Fabrizio De André. Il musicista genovese a cui mi sono sempre sentito più vicino è lui».
Perché anche De André era attratto dalla musica popolare e etnica? «Sì, certo. Anche se i risultati finali sono diversi. Ci siamo frequentati e sentiti molto spesso. Abbiamo anche corso il rischio di fare delle cose insieme. Ma poi, come succede spesso in questi casi, non ci siamo mai decisi» [...]