A cura di arch. Vilma Torselli
Pubblicato il 13/07/2002
Logica visiva nelle figure impossibili delle illusioni ottiche più note, come il triangolo di Penrose
"Una convincente impossibilità è preferibile a una non convincente possibilità"(Aristotele)
Le illusioni ottiche sono alterazioni della percezione visiva, devianze
dal modo corrente in cui i nostri occhi "interpretano" le immagini della realtà
fisica e sensoriale, causate da fenomeni a cui la nostra mente non riesce a
dare un'interpretazione logica e tali da mettere in crisi la relazione tra l'occhio
che raccoglie l'informazione visiva ed il cervello che la elabora basandosi
sulle precedenti esperienze.
Tenendo presente che l'esperienza visiva ha carattere strettamente individuale
sia sul piano fisico che su quello interpretativo, come ho già detto
in
altra sede, è scontato che ciò che vediamo non è una
realtà unica ed assoluta, ma la nostra personale percezione ed interpretazione
della realtà: affermazione che si complica ulteriormente se parliamo
d'arte visiva, perchè in questo caso siamo davanti alla valutazione di
un'opera che esprime una prima elaborazione della realtà, quella compiuta
dall'artista, e che richiede, per essere compresa, una seconda elaborazione
da parte nostra.
Da sempre l'arte figurativa cerca di esprimere la realtà utilizzando
mezzi tecnici limitati, in rapporto alla complessità dell'oggetto
da rappresentare, integrando ed intervenedo con mezzi immaginativi, in
teoria illimitati, e con la creatività, grande risorsa della specie
umana, dando vita talvolta a risultati paradossali: ciò accade
quando i sensi percepiscono come possibili, logici, verosimili e quindi reali
oggetti in realtà inesistenti, impossibili e quindi illusori.
Si tratta di inganni ottici, inganni dei sensi, dai quali discendono
rappresentazioni di impeccabile logica visiva, che sembrano generate da premesse
vere, e che portano a risultati contradditori (una scala che sale e scende contemporaneamente,
che è dentro e fuori, una cascata che ritorna all'origine, un oggetto
concavo e insieme convesso, un triangolo impossibile con tre angoli retti).
Nel 1958, il matematico
Roger Penrose, ispirato dalle opere di Escher che aveva ammirato nel 1954
ad Amsterdam, in occasione del Congresso mondiale della matematica, pubblicò
sul British Journal of Psychology un disegno che raffigurava un incredibile
rompicapo, un triangolo impossibile, proiezione bidimensionale di una
costruzione formata da tre barre collegate l'una all'altra per mezzo di angoli
retti, dove ciascun angolo retto è correttamente rappresentato, ma i tre angoli
sono collegati tra loro in modo scorretto, tanto che alla fine si ottiene un
triangolo la cui somma degli angoli interni è pari a 270 gradi e quindi un triangolo
impossibile.
Fu quella la circostanza che, in seguito spinse Escher a rappresentare in "Waterfall"
il triangolo di Penrose.