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Espressionismo astratto americano

L'America pre-Espressionismo: il Realismo di Hopper - parte II

A cura di arch. Vilma Torselli

Pubblicato il 13/09/2002

Bar, pub, ambienti, luoghi della solitudine nell'America di Edward Hopper

Edward Hopper "Nighthawks", 1942- olio su tela - , 84.1 x 152.4 cm
Friends of American Art Collection

Edward Hopper(1882-1967) inizia i suoi studi d'arte a New York, in seguito passa alcuni anni in Europa, dove a Parigi conosce Cezanne, i Fauves, il Cubismo.
Tornato in America (1925), dedicatosi dapprima all'attività di grafico e decoratore, è divenuto poi una delle personalità più interessanti della «scuola degli Otto», fondata nel 1908, nonchè il padre del Realismo americano del Novecento ed uno degli artisti più importanti dell'arte moderna d'oltre oceano.
Tipico esponente di questa corrente del primo trentennio del secolo, particolarmente interessato all'osservazione della società urbana in un difficile periodo del suo sviluppo, egli cerca di esprimere gli aspetti oggettivi della realtà, grazie all'uso di moduli realistici che ripercorrono una quotidianità quasi inorganica, in composizioni dal solido impianto volumetrico entro una raggelata ambientazione vagamente metafisica, dove prevale il senso di solitudine e di estraneità.

Edward Hopper

"Undici del mattino" -1926 -olio su tela - 
Washington


La sua pittura, ispirata sempre alla scena americana, è al tempo stesso quotidiana e metafisica, simbolo di due culture lontane e diverse, quella americana e quella europea, che l'artista conosce ed ama in egual misura.
Straordinario creatore di atmosfere sospese, Edward Hopper si colloca nel filone definito "Precisionismo", per l'attenzione ai particolari, per la meticolosità rappresentativa di sconfinati paesaggi nordamericani, distese immense di solitudini squallide, che suscitano l'idea della solitudine spoglia e banale degli oggetti e di quella esistenziale degli esseri umani, la solitudine come stato della mente, che tutto omologa e riduce a "cosa".

Edward Hopper "Night Windows",1928 - olio su tela - Città di New York


Influenzato dagli studi psicanalitici di Freud e dalle teorie intuizioniste di Bergson, Hopper insegue una comprensione soggettiva dell'uomo e delle sue problematiche, che restano comunque inespresse e congelate in figure anonime che non comunicano, in una vita stagnante e desolata, in ambienti enormi dominati da un silenzio irreale.
Viene in mente la pittura metafisica di un De Chirico, della quale, però, manca la struttura intellettualistica e il substrato culturale, la tensione verso l'indagine del mistero oltre le apparenze: Hopper pone i suoi personaggi al centro di una vicenda senza esito, in una realtà cristallizzata, nel contesto irreale di un non-luogo nel quale l'incomunicabilità è espressa dagli spazi vuoti fra le figure, dal ridotto cromatismo che esplode a tratti, qua e là.
Viene in mente, anche, certa produzione dell'attuale iperrealismo, quello di Duane Hanson, ad esempio, dove i manichini più veri del vero inducono al contrario un senso di paradossale irrealtà, con la loro aria malinconica ed assente che li rende protagonisti alienati di una realtà provvisoria.

Edward Hopper "City Sunlight",1966 - olio su tela - Washington

 

 

Il mondo di Hopper si caratterizza attraverso l'assenza, attraverso atmosfere vuote e silenziose, ambienti deserti e rarefatti, paesaggi malinconici e solitari, trasmettendo così un’acuta sensazione di solitudine esistenziale, ontologica e di invalicabile incomunicabilità.

 

 

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