A cura di arch. Vilma Torselli
Pubblicato il 23/02/2003
Mauro Pascolat ci guida alla lettura di due movimenti culturali paralleli nell'America degli anni '60
Atti innaturali, pratiche innominabili
note su Donald Barthelme
Nel superamento e nel rifiuto della narrativa "tradizionale" - che di
per sé non è cosa nuova, se pensiamo che i clichés del romanzo borghese sono
stati ripetutamente messi in discussione e abbattuti nel corso del XX secolo,
quantomeno dagli anni '20 in poi - il movimento letterario della "post-modern
fiction" americana che attraversa gli anni '60 con grande fecondità
e originalità di contributi (John Barth, Thomas Pynchon, Robert Coover, Walker
Percy, William Gass), ha in Donald Barthelme (Philadelphia,1931- Houston, 1989)
una delle figure più significative.
Autore assai prolifico di racconti brevi, romanzi, narrativa per bambini, negli
anni '50 Barthelme fu prima giornalista, in seguito direttore del "Contemporary
Arts Museum" di Houston, mentre, parallelamente alla letteratura, coltivava
un particolare interesse per le arti grafiche. Trasferitosi a New York, nel
1961 divenne direttore editoriale di Location, rivista che si occupava dei rapporti
fra arti visive e scrittura. Ciò gli diede l'opportunità di sviluppare e condensare
i suoi molteplici interessi, grazie ai contatti con gli artisti della cosiddetta
"New York School", un gruppo di pittori (per lo più espressionisti-astrattisti)
e scrittori-poeti del tutto estranei alla tradizione contemporanea nella poesia
in lingua inglese. Sono evidenti le corrispondenze fra arte visiva e scrittura:
la lingua è un oggetto contenuto in un quadro descrittivo, una rinuncia alla
conoscenza nella misura in cui (su imprescindibile legazione di Wittgenstein)
la nominazione è unicamente un surrogato dell'oggetto nominato, non vi è messaggio
se non quello che indica la realtà senza la sua ri-rappresentazione da un punto
di vista onnisciente. L'arte stessa, dunque, è l'oggetto - come indica a sua
volta la pop-art.
Nelle short stories di Barthelme la forma determina il contenuto: la
"narrazione" è la tela di un quadro pop, gli elementi che ne costituiscono
la morfologia surreale sono improntati ad un ludicismo che - desemantizzando
la parola, rinviata ad una polisemia cui fa da contrappunto l'elemento grafico,
e dando così luogo a uno straniamento a duplice livello dove l'immagine può
essere tanto didascalica quanto una contraddizione del racconto con intento
parodistico, ridicolizzante - richiede la partecipazione del lettore nello stesso
modo in cui esso sarebbe coinvolto in un gioco o in una pratica sportiva.
Il lettore deve essere intrattenuto da una narrazione che decostruisce e riassembla
un linguaggio fatto di oggetti, non di eventi, di antistereotipi e distorsioni
che costringono a riconsiderare le relazioni che siamo abituati a cogliere fra
questi elementi e il loro ambiente.
Sono gli anni warholiani dell'immagine di Marilyn Monroe consegnata ad una parossistica
pala iconografica, dell'oggetto d'uso comune che diventa opera d'arte e come
tale percepito e fruito dal pubblico che usa quotidianamente la paglietta "Brillo"
o lo scatolame della "Campbell": una sottolineatura, in fondo, del noto
teorema benjaminiano sull'impossibilità di una creazione artistica originale
con l'avvento di tecnologie che offrono la possibilità di una riproduzione ad
infinitum dell'oggetto di "godimento estetico" (nelle sue innumerevoli implicazioni),
in tal modo sottratto al senso della propria unicità.