Miriam Schapiro - "Mother Russia"

Un'arte al femminile nell'opera di un'artista femminista che crede nella creatività delle donne















Miriam Schapiro “Mother Russia”, 1994
Acrylic, silkscreen, and collage on canvas,183.0 x 365.8cm
“Per me il tessuto della mia arte ed il tessuto della mia vita si identificano”. (Miriam Schapiro,1976).

Miriam Schapiro , dopo qualche incursione nell’Espressionismo astratto, esordisce ufficialmente come pittrice nel ‘55, periodo in cui è già attiva come esponente di spicco del movimento femminista americano, particolare tutt’altro che irrilevante per capire la sua attività anche come artista, artefice di lavori su carta, colleges, assemblages, nel solco di un decorativismo non fine a se stesso, a differenza di quanto avviene in molti pattern painters, ma modello di una operatività estetica di impronta antitecnologica, astratta ed intellettualistica.
Volendo delimitare entro una definizione il suo stile pittorico, come appare nel quadro presentato, si potrebbe infatti parlare riduttivamente e semplicemente di Pattern Painting, se non fosse per un’attenzione del tutto particolare alla simbologia femminile, alla creatività artistica ed artigianale delle donne, mediante la trasposizione nelle immagini di schemi compositivi a volte molto vicini alle coperte patchwoork della tradizione americana.
Il richiamo alla tradizione e l’impronta dichiaratamente femminile sono i mezzi con i quali quest’artista, femminile e femminista, esprime quello che è il leit-motiv di tutto il movimento moderno, la contestazione nei confronti dell’ordine sociale esistente, in questo caso con un messaggio non necessariamente e direttamente politico, ma fortemente connotato da una sorta di pragmatismo tipicamente femminile che caratterizza il modo in cui le donne fanno le loro rivoluzioni, con mezzi a volte piccoli, ma concreti e possibili, lontani da idealismi utopistici talvolta inutili ed irrealizzabili.

Individuando nell’uso del tessuto il significato simbolico del lavoro femminile, Miriam Shapiro usa (con una tecnica da lei definita “femmage“) merletto, scarti e scampoli di stoffa, nastri, tovaglioli da tè, combinati e sovrapposti con una stratificazione di significati in una struttura “artistica” autoreferenziale, desoggettivata, interpretativa dell’essenza dell’oggetto inorganico, talvolta accompagnato da stilizzazioni di figure umane, il tutto nel nome di una sorta di estraneità del singolo elemento, che assume significanza solo nell’assemblaggio con altri elementi, reinventato e divenuto “altro” grazie all’atto intellettuale dell’artista: è lo stesso procedimento del patchwoork, che da molti pezzi di stoffa di per sè insignificanti ricava opere complete e complesse dove il risultato è del tutto imprevedibile e lontano dai singoli componenti.

Quando Miriam Shapiro descrive i rituali che precedono l’inizio del suo lavoro creativo, spalmare i colori sui fogli, tracciare immagini “liberamente e incurantemente“, scegliere gli oggetti da utilizzare, lasciar fluire l’ispirazione, afferma il suo desiderio di tornare in quel magico spazio dell’infanzia nel quale dipingeva “semplicemente” ed era felice solo per poter fare questo, denuncia la sua consapevolezza di essere donna, con le sue specificità e le sue differenze, ed afferma la possibilità e la necessità che le donne non debbano essere svantaggiate dal loro sesso, ma abbiano, paritariamente agli uomini, la possibilità di esprimersi, con i loro mezzi e nei loro modi.

Proprio nella facilità di comprensione del processo creativo, nella sua apparente banalità, nella connotazione fortemente tradizionale, nella possibilità di identificazione e nella dichiarata pragmaticità di un lavoro che rivaluta le potenzialità artigianali anche e soprattutto femminili, va ricercata la causa della grande popolarità di Miriam Shapiro in America, dove è presente nei maggiori musei e dove le sue mostre sono eventi di grande richiamo.
E’ il giusto riconoscimento ad una donna che ha inventato il suo vocabolario, ha cercato la sua identità ed è stata un autentico pioniere nella storia dell’arte al femminile, trasformando la tessitura, il cucito, il collage, la decorazione, tutte le forme creative, il lavoro delle donne in espressione di una “storia” raccontata, come lei dice, nel lessico del linguaggio figurato, una cultura alternativa, diversa, ma non inferiore a quella maschile.



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Pubblicato il sabato 29 marzo 2003 in: {BLOCK_POST_CATEGORY}

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