Interelazione occhio-cervello

Visione come processo attivo di carattere neurofisiologico


















Non si vede solo con gli occhi“.(Heinz von Foerster)

Da tempo la fisiologia e la neurologia hanno dimostrato che la visione, intesa come fenomeno fisiologico concernente la struttura anatomico-funzionale dell’occhio, è molto più complessa di quanto non lo sia il funzionamento dello strumento deputato, essendo la visione il risultato di un processo neuro-fisiologico che coinvolge in maniera massiccia estese strutture cerebrali.
E’ noto anche che la realtà che vediamo, o crediamo di vedere, è in gran parte da noi creata ed inventata, con un tale margine di autonomia e soggettività da mettere in dubbio l’esistenza di un confine tra ciò che i sensi trasmettono al cervello sul mondo esterno e ciò che invece il cervello autoproduce in una sorta di attività allucinatoria, diversa per ciascuno di noi in funzione del proprio individuale vissuto biologico, culturale, storico.
Sono considerazioni che ho già proposto più volte, per esempio parlando delle ” illusioni ottiche“, in grado di provocare veri e propri “cortocircuiti neurali“, esempi significativi di come la visione possa ritenersi un processo attivo, nel quale si producono costruzioni mentali collegate alle sensazioni visive anatomiche, estremamente vicine al campo della pura fantasia allucinatoria.

Questa sintetica premessa sulla complessità del processo della percezione umana e dei suoi meccanismi neurofisiologici, permette di riscontrare come, nella storia dell’arte, alcuni artisti abbiano in qualche modo e più o meno coscientemente mostrato di conoscere e di saper utilizzare questi complessi concetti di interelazione tra occhio e cervello, sfruttandoli in vario modo ed asservendoli alle loro esigenze espressive.

Quando Michelangelo realizza le sue statue non finite (la Pietà Rondanini è una delle più popolari) e fa del non-finito il tema di alcune opere di grande contenuto empatico, mostra di conoscere a fondo le teorie della psicologia della forma (Gestalt), e confida nella capacità dell’osservatore di ricostruire le parti mancanti facendo ricorso alla propria capacità immaginativa, sopperendo così a ciò che in realtà non esiste perchè non è stato “compiuto”.
Davanti all’impossibilità di esprimere un concetto di bellezza sovra-umana, non realizzabile concretamente, Michelangelo preferisce lasciare zone vuote ed incompiute, preferisce lasciare il compito della finitura all’osservatore, che lo farà nel modo migliore per sè, diverso per ciascuno, perchè “la mappa non è il territorio” (Alfred Korzybski), e ciascuno vive in modo personale, secondo la propria mappa, lo spazio, il colore, la forma, la realtà e l’arte, che sono il territorio.
Un altro esempio di trasparente lettura è rappresentato dal Cubismo, che scompone la forma secondo piani tridimensionali, cogliendola da più angolazioni contemporaneamente, al di fuori delle leggi prospettiche, operazione che Jaun Gris definisce “…. muoversi attorno ad un oggetto per misurare diversi aspetti in successione che, fusi in un’unica immagine, la ricompongono nel tempo“: si tratta di un processo analitico identico a quello che il cervello compie nell’esame di un volume, secondo una sequenza di scomposizioni successive sintetizzate poi in un risultato unitario, che gli artisti cubisti dimostrano di conoscere bene e di voler riprodurre nelle loro opere.

L’esempio più eclatante di come una approfondita conoscenza dei meccanismi della visione, in questo caso uniti ad una cultura matematica sofisticata, possano pilotare l’esito estetico di un’opera d’arte visiva è rappresentato da Maurits Cornelis Escher, autore di straordinarie illusioni ottiche, inganni dei sensi che mettono in risalto come la percezione visiva sia un fenomeno tutt’altro che semplice, legato da complesse relazioni a strutture cerebrali che si possono ingannare e manipolare con espedienti visivi, autorizzandoci lecitamente a chiederci se quanto percepiamo attraverso la visione esista in realtà.


Domanda oggi più inquietante che mai, alla luce degli inganni della
realtà virtuale.

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Pubblicato il mercoledì 23 aprile 2003 in: Arte, occhio, cervello

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