Valgano nella pittura gli esempi emblematici di artisti famosi, da Van Gogh
a Picasso a Munch, per restare in ambito in un certo senso figurativo, per non
parlare della pittura aniconica, astratta ed informale. Ritengo consona al personaggio
l’affermazione di Baudrillard “Il virtuale ha ucciso la realtà. Senza lasciare
tracce“.
Evidentemente il suo concetto di realtà è alquanto strano, come lo sono del
resto le sue tesi socio-filosofiche.
Nell’epoca odierna alle macchine digitali, sempre più sofisticate nella lettura
dei dettagli della luce nei suoi colori visibili, si sono affiancati dei software
che permettono di elaborare le immagini ottenute con la tecnica digitale nei
modi più impensati con migliaia (a dir poco) di possibilità.
Questi software non sono, come possono apparire a prima vista a coloro
che non ne conoscono i segreti, semplicemente dei programmi di ritocco,
ma sono essi stessi il complemento delle macchine digitali; ne fanno quasi parte
integrante.
Permettono infatti di apportare quelle modifiche alla luce, al contrasto, alla
stessa inquadratura dell’immagine, senza, peraltro, snaturarne i contenuti in
quanto loro stessi fanno parte dello strumento di creazione fotocamera-software
che permette a un buon fotografo di ottenere quello che talvolta poteva ottenere
“sul campo”, a volte per pura fortuna o a seguito di lunghi appostamenti mattinieri
per avere buone condizioni di luminosità: naturalmente più il programma è potente
e più andrebbe usato in modo appropriato, per non incorrere in certe forme di
aberrazione che, a volte, sono pur sempre condivise dal fotografo che le sottoscrive.
Ora, dico io, che male c’è se è possibile ottenere tutto questo con un po’ più
di “fatica” intellettuale e meno logorio fisico ed economico?
Naturalmente il provetto fotografo dovrebbe lui stesso essere in grado di usare
gli strumenti di cui dispone; certo che se un fotografo di “vecchio stampo”
sa scattare fotogrammi (anche a centinaia, se professionista) e poi lascia la
loro elaborazione ad un tecnico che sa usare il software, il risultato
non può essere che quello che i detrattori della elaborazione delle immagini
vanno dicendo.
Del resto è un’usanza abbastanza consolidata nel campo professionale, vuoi per
mancanza di tempo, vuoi per incapacità pratica, quella di delegare ad altri
lo studio delle luci, lo sviluppo delle pellicole e la loro stampa (per parlare
della fotografia cosidetta “nobile” , alias reflex ) ; lo facevano i grandi
della fotografia, Cartier Bresson compreso, il quale si limitava a scattare
in continuità lasciando ad altri compiti meno nobili, supervisionando
poi il tutto e riservandosi la scelta dei migliori fotogrammi.
Artifici per migliorare i fotogrammi sono sempre esistiti (scelta della sensibilità
delle pellicole, filtri e altri ) e usati dai fotografi anche in fase finale
nella scelta delle soluzioni di sviluppo dei negativi, nella mascheratura nella
fase di impressione e nel tipo di supporto cartaceo per la stampa, questo naturalmente
per il classico bianco/nero, perché per il colore la fase di sviluppo e stampa
(manuale) era oggetto di molti possibili interventi da parte del tecnico di
laboratorio.( evito accuratamente di menzionare il metodo di sviluppo e stampa
in automatico al quale si rivolgono solo i neofiti) .
Oggigiorno esiste il cosiddetto laboratorio “service” al quale
qualcuno, privo di mezzi idonei ( es.Photoshop della Adobe ) può rivolgersi
inviando semplicemente il fotogramma , lasciando quindi ad operatori esterni
la realizzazione dell’immagine nel suo stato finale.
La vera fotografia dovrebbe essere scattata e completata , stampa compresa,
dallo stesso fotografo, affinché questi possa in ogni momento intervenire secondo
la sua sensibilità e la sua creatività, perché di creazione si
tratta, come espressione del suo modo di vedere e pensare le immagini della
realtà.
Amedeo Romanò - amedeoromano@libero.it
commento all’articolo “Immagine fotografica e digitalizzazione”
arch. Vilma Torselli









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