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La visione, come già rilevato in altri interventi, è un fenomeno complesso di carattere neurofisiologico, mezzo per un processo cognitivo che, attraverso la vista, coinvolge ampie strutture cerebrali: è facile dedurre quali vaste ed importanti conseguenze possano avere le alterate capacità sensoriali degli organi deputati alla visione, specialmente se parliamo di pittura, per eccellenza affidata alla attività visiva dell’artista esecutore dell’opera. Un caso emblematico su questo argomento, anche per la possibilità di documentarlo concretamente attraverso l’analisi delle opere, è rappresentato da Claude Monet, pittore che programmaticamente portò alle conseguenze estreme gli studi sulla luce e sul rapporto che con essa hanno la linea e la forma nella poetica dell’Impressionismo francese, del quale fu il massimo rappresentante. La malattia e l’ispirazione artistica hanno lavorato nella stessa direzione? Forse tutti i fattori in gioco si mescolano in concomitanza, quel che è certo è che Monet soffrì, negli ultimi anni della sua attività, di gravi disturbi visivi, per una cataratta o, come ipotizzato su “Lancet” nel 1997, per le conseguenze di una distrofia miotonica o Sindrome di Steinert che provoca una particolare distorsione della visione con tendenza all’abbagliamento e alla visione di colori tenui. Analoghe considerazioni si possono fare su William Turner, romantico precursore dell’Impressionismo, che come Monet pone la luce al centro delle sue ricerche pittoriche ed insegue ombre indistinte in un mondo atmosferico di vapori sfumati dove pulsa una natura primitiva ed ignota.
Quando, nel 1872, Silvestro Lega scopre di avere una malattia agli occhi, cade in uno stato depressivo che lo induce ad una pressochè totale inattività artistica, e quando in seguito egli riprende in mano i pennelli, esegue dipinti, paesaggi e ritratti , in uno stile decisamente più drammatico, dove il colore si distribuisce in larghe masse con insolita sommarietà, sia per la concitazione dell’ispirazione e la mutata visione del mondo, sia, probabilmente, anche per la ridotta capacità di analisi dei particolari minuti, stante i problemi visivi. Anche in questo caso non si possono fare affermazioni categoriche, il rapporto tra malattia ed arte è probabilmente reale, difficilmente dimostrabile, in qualche caso paradossalmente auspicabile, se anche un banale deficit fisiologico può contribuire a darci capolavori che sono patrimonio di noi tutti. | ||
Arte e deficit visivo
Visione artistica ed alterate capacità sensoriali degli organi deputati alla visione
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Pubblicato il venerdì 25 luglio 2003 in: Arte e malattia
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arch. Vilma Torselli














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