Vent'anni dopo. La Transavanguardia

Transavanguardia come risposta all’ondata di Neo-Espressionismo della metà degli anni Settanta, che coincide con un generale ritorno alla pittura dopo due decenni di egemonia del Concettuale e del Minimale.

Secondo il dotto Robert Atkins, il termine Transavanguardia, adottato a partire dalla fine degli anni Settanta, è un’invenzione del critico Achille Bonito Oliva. Egli l’ha definita un’arte tradizionale nel formato e nei generi (ed infatti vi si fa pittura e scultura nel senso più canonico del termine), apolitica e soprattutto eclettica. Gli artisti di questo gruppo (piuttosto ristretto, per la verità) si appropriano di immagini tratte dalla Storia (dell’Arte), dalla cultura di massa e dall’arte non occidentale.

Con questo, Atkins suggerisce implicitamente che la Transavaguardia non sia altro che un aspetto della pratica appropriazionistica che ha caratterizzato l’arte negli anni Ottanta. L’appropriazionismo è una pratica già presente nell’arte moderna (basta ricordare i prestiti di Manet da Raffaello o i riferimenti di Picasso a Rubens o Diego Velasquez), ma nel corso degli anni Ottanta ha assunto una specifica consistenza estetico-ideologica, in relazione alla tendenza combinatoria-assemblagistica emerse nella temperie del postmodernismo.

Bonito Oliva preferisce parlare di “reversibilità e di recupero dei linguaggi del passato”, di “nomadismo culturale”, che da soli basterebbero a rendere unica la Transavaguradia rispetto a coeve esperienze pittoriche come la Pittura Citazionistica (o Colta o altrimenti detta Anacronistica) teorizzate nello stesso periodo da Renato Barilli, Maurizio Calvesi, Italo Mussa.

Klaus Honnef, dal canto suo, ha fatto notare il legame che esiste fra l’arte degli anni Ottanta ed il manierismo (inteso non come precisa e specifica fase della storia artistico-letteraria, ma come gusto, come sensibilità, come estetica insomma). Citando anche in questo caso Bonito Oliva, Honnef rileva come i pittori della Transavanguardia non solo presentino connessioni figurali con l’arte manierista, ma anche una scoperta intenzione intellettuale di “conciliare l’inconciliabile”. “Naturalmente” dice Honnef “i dipinti del Manierismo possiedono un diverso aspetto esteriore. Alle opere dei contemporanei (i Transavaguardisti, n.d.r.) mancano l’elemento prezioso, spirituale e una certa programmaticità. In esse vi è meno disperazione e prevale l’elemento ludico ed errante. Eppure i paralleli sono stupefacenti”.

Si può tuttavia collegare la Transavanguardia all’ondata di Neo-Espressionismo che a partire dalla metà degli anni Settanta invade prima la Germania, poi gli Stati Uniti, e che coincide con un generale ritorno alla pittura dopo due decenni di egemonia del Concettuale e del Minimale. Vale la pena di notare che questo generale ritorno alla pittura assecondava anche precise esigenze del mercato artistico, desideroso di oggetti che fossero più vendibili e scambiabili delle performances, degli happenings, delle installazioni, insomma di tutto l’armamentario concettuale assai poco idoneo alle transazioni economiche.

Alessandro
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Pubblicato il sabato 29 novembre 2003 in: Teorie

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