Giorgio De Chirico - "La torre rossa"

Il commento di Alessandro Tempi ad un dipinto che rielabora le forti impressioni visive del breve soggiorno torinese dell'artista, sotto la suggestione delle letture di Nietzsche.










Giorgio De Chirico, “La torre rossa”, (1913)

Nel marzo del 1912 Giorgio De Chirico, ventiquattrenne, è a Torino per presentarsi al distretto militare. Viene arruolato in fanteria, ma dopo dodici giorni diserta e rientra clandestinamente a Parigi.
Subisce per questo una condanna in contumacia a diciotto mesi di carcere. Tutto ciò, però, non sembra preoccuparlo.
In realtà, questo è il periodo in cui egli è preso dalla rielaborazione delle forti impressioni visive del breve soggiorno torinese, durante il quale, sotto la suggestione di Nietzsche, ha visto la città con gli occhi del filosofo.
Dirà poi : “E’ stata Torino ad ispirarmi la serie di quadri che ho dipinto dal 1912 al 1915. Confesso, in verità, che devo molto anche a Federico Nietzsche, di cui ero allora un appassionato lettore. Il suo Ecce Homo, scritto a Torino prima di precipitare nella follia, mi ha aiutato molto a capire la bellezza così particolare di questa città.

Il dipinto intitolato “La torre rossa” fa parte di questa serie di opere enigmatiche che De Chirico dipinse prima della costituzione della Metafisica, a Ferrara nel 1917. L’ambientazione è il loro leit-motiv esteriore: è Torino, appunto, “la città quadrata dei re vittoriosi, delle grandi torri e delle piazze soleggiate”, piazze tipicamente italiane, circondate o introdotte da portici o facciata classiche, ma che si tasformano in scenari vuoti e sinistramente silenziosi che sembrano fatti apposta per la rappresentazione di drammi invisibili.
Ed in effetti, per gli spettatori di quegli anni simili scenari deserti, percepiti come progetti scenografici, si presentavano come la promessa di un’azione drammatica.
Qualche anno più tardi, parlando del “fine della pittura del futuro”, De Chirico si sarebbe opposto a questa percezione esclusivamente scenografica dei suoi quadri, indicando per essi altri obiettivi: “Sopprimere completamente l’uomo come punto di riferimento, come mezzo per esprimere un simbolo, una sensazione, un pensiero: liberarsi (…) dall’antropocentrismo. Vedere tutto, anche l’uomo, in quanto cosa. Questo è il metodo nietscheano.”

Con l’ausilio del radicalismo di Nietzsche, De Chirico intendeva affrancarsi dai clichés della tradizione umanistica, per ravvivarne ancora una volta lo spirito più autentico, che coincideva, come per il suo filosofo preferito, con “la redenzione di tutto il passato” dalla propria ingombrante storia e la restituzione alle cose del loro valore di rivelazione dell’enigma della vita.

Alessandro Tempi

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Pubblicato il martedì 02 dicembre 2003 in: Letture di quadri

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