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Letture di quadri

Anselm Kiefer - "Varus"

A cura di arch. Vilma Torselli

Pubblicato il 15/12/2003

Alessandro Tempi ci presenta un artista dall'attitudine provocatoria che sa raccontare l'orrore della guerra senza mostrarne le atrocità

Anselm Kiefer, "Varus"

Fin dai suoi esordi, il pittore Anselm Kiefer (Donauschingen, Germania, 1945-vivente) ha sempre manifestato un’attitudine provocatoria a collegare elementi accettati e costitutivi della tradizione culturale tedesca con le loro inaccettabili conseguenze storiche. Di queste ultime, la sua tremenda era senza dubbio il nazismo. Kiefer lavorava su un discrimine pericoloso. Le sue provocazioni risvegliavano repulsione o accuse di ambiguità; la sua diventava una posizione equivoca, che sfidava apertamente l’incomprensione.

Nel 1976, Kiefer si misura con un mito della memoria culturale germanica: la Selva di Teutoburgo, luogo in cui, nel 9 d.C, tre legioni romane comandate da QuintilioVaro vennero annientate dai Cherusci di Arminio. Nel grande dipinto, intitolato “Varus”, Kiefer cita esplicitamente lo “Chasseur nella foresta” di C.D. Friedrich nell’impianto scenico del quadro; ma questa volta la prospettiva porta l’osservatore a percorrere un sentiero invernale lordato di sangue.
Tuttavia, al posto del dragone francese, abbiamo solo un nome, vergato a lettere anonime ai piedi degli alberi spogli, Varus appunto. Non una figura, ma un nome. Sembra che per tenere vivo il ricordo della morte e della distruzione, per rievocare l’orrore della battaglia, Kiefer non abbia bisogno di dipingere figure che ce lo esplicitino. Così egli non cade nella trappola della “mostra delle atrocità” tipica di una società che ha mercificato l’orrore nella sua finzione. L’orrore, nella storia, è reale e irrestituibile. Farne mostra, perfino sulla superficie di un quadro, è pura finzione che ci fa dimenticare, ci anestetizza alla sua reale brutalità.

Ma la foresta di “Varus” non trasuda solo l’orrido della morte. Qui si consuma una strage consegnata alla storia, ma anche un inizio. La battaglia vinta da Arminio, infatti, è anche l’evento inaugurale di un mito destinato a durare, quello del Deutschtum, che drammaticamente è, per il popolo tedesco, anche uno Schicksal, un destino. Ed appesi ai rami di questi tronchi nudi pendono i nomi di coloro che di quel destino si sono fatti portavoce: Klopstock, Heinrich von Kleist, Christian Dietrich Grabbe, tutti autori sette-ottocenteschi di opere letterarie sulla figura di Arminio.

Il sentiero sul quale Kiefer ha condotto l’osservatore conduce ad un punto nel quale la storia gli viene incontro con tutto il suo carico di orrori. Si direbbe, insomma, che quel sentiero sia un Holzweg, un “sentiero interrotto”, che improvvisamente finisce nel fitto della selva e non consente a chi lo seguiva fin lì di procedere oltre. Varo lo ha sperimentato, sembra dire Kiefer, Arminio lo avrebbe sperimentato di lì a poco, la Germania stessa lo sperimenterà. Essere su un Holzweg lascia chi vi si trova nelle braccia di qualcosa di terribile, con cui bisogna fare i conti.

Alessandro Tempi

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