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Nel luglio del 1937, epoca cui risale questo dipinto, l’essenziale dell’arte di Delvaux era già stabilito. In un contesto scenico rigorosamente definito, come appunto nel caso de L’aurora – e che pone sullo stesso piano il giardino, la città nordica, le rovine o l’edificio antico – donne nude quanto mai veridiche sembrano convenute ad un attesa che non può non avere a che fare con la figura maschile, quasi sempre completamente vestita. Ne L’aurora, tuttavia, questi motivi vengono declinati secondo una personalissima grammatica, che si incentra nella fusione donna-albero, che a prima vista farebbe pensare ad un parallelo con temi metamorfici della mitologia greca, ma che il pittore ha sempre negato. Altro elemento di spicco è quello dello specchio, che riflette una figura che non fa parte della scena, ma esiste al di fuori della superficie del quadro. In un certo senso, questa figura rappresenta chi osserva ed il fatto che spesso chi osserva sia un uomo aumenta l’ironia della rappresentazione.
Questo motivo sarebbe del resto piaciuto in modo particolare a Marcel Duchamp, che avrebbe utilizzato l’immagine dello specchio inserita in un collage sintomaticamente intitolato Alla maniera di Delvaux (1942). Come René Magritte, anche lui belga, Delvaux rappresenta con dovizia di meticolosi particolari scene che traggono la loro forza di impatto da inquietanti incongruenze del soggetto. In questo caso Delvaux utilizza la distorsione prospettica per creare rapidi e improvvisi movimenti di profondità dal primo piano, ove sta riunito il quartetto fatale, verso il fondo, ove una figura maschile fa la sua timida comparsa. Ma in questo quadro Delvaux paga anche il suo tributo a De Chirico per quel senso inquietante dello spazio che sembra forzato da evidenze luminose (o numinose) alle quali sembra essere consegnato un potere senza parole, retorico e pensoso al tempo stesso, in cui latita, alla maniera dei surrealisti, un profondo e conturbante erotismo.
Alessandro Tempi
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