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Arte e percezione visiva

"L’artista non vede, guarda."

A cura di arch. Vilma Torselli

Pubblicato il 18/01/2004

la visione come esercizio facoltativo dipendente dalla volontà dell'uomo

foto intervento

Abbiamo più volte rilevato come la visione dell’opera d’arte da parte del fruitore sia un fenomeno molto complesso, sia dal punto di vista prettamente fisiologico, sia da quello percettivo, , sia da quello neurobiologico, , implicando l’utilizzo di capacità individuali fisiche e culturali diverse da individuo ad individuo, e diverse nello stesso individuo lungo lo scorrere della sua vita.
Richiamando un altro mio intervento, vorrei ripetere che non si vede solo con gli occhi, la realtà che vediamo, o crediamo di vedere, è in gran parte da noi creata ed inventata, con un tale margine di autonomia e soggettività da mettere in dubbio l'esistenza di un confine tra ciò che i sensi trasmettono al cervello sul mondo esterno e ciò che invece il cervello autoproduce in una sorta di attività allucinatoria, diversa per ciascuno di noi in funzione del proprio individuale vissuto biologico, culturale, storico.
Il problema si rivela in tutta la sua complessità se mettiamo in conto che, con punte anche maggiori, le diversità individuali si accentuano quando parliamo degli artisti, dei produttori dell’opera, quelli che la concepiscono e la realizzano, come dimostra il fatto che nessun quadro è mai stato fatto uguale ad un altro e che ogni corrente ed ogni artefice hanno espresso in mille diverse ed inedite sfumature il loro concetto di forma, di colore, di composizione ecc.

Mentre la moderna neurobiologia affaccia l’ipotesi che gli artisti abbiano struttura cerebrali particolari al di fuori della norma e Semir Zeki afferma che "Gli artisti sono stati, nei secoli scorsi, dei neurologi senza saperlo e hanno studiato il cervello con una tecnica del tutto inusuale", da parte sua Gombrich dice che essi hanno spesso del mondo una visione particolare, come se stessero compiendo un viaggio di scoperta attraverso cose che paiono percepite per la prima volta: è questo che li rende diversi, la capacità non tanto di scoprire nuove cose, quando di guardare quello che esiste con occhi nuovi.

E’ ciò su cui riflette Sandro Lazier in un suo articolo comparso su antiTHeSi, dove si legge: "L’artista non vede, guarda." Con questa frase, credo di G. Apollinaire, è possibile chiarire il significato della parola espressionismo. Vedere è facoltà oggettiva dell’uomo, mentre guardare è facoltà soggettiva. Guardare richiede volontà e partecipazione emotiva mentre vedere è atto fisiologico che non dipende dalla volontà……………continua

 

Per quanto riguarda l'opinione-domanda postata da Simona Licata, segnalo un testo fondamentale sul tema della visione artistica e sulle sue implicazioni neurologiche  :

di Semir Zeki, "La visione dall'interno (Arte e cervello)", del quale un estratto si trova in questa pagina.

Segnalo inoltre gli scritti di Luca Francesco Ticini, neurobiologo, presidente della Società Italiana di Neuroestetica “Semir Zeki” (www.neuroestetica.org), che vertono in generale sul problema della visione e dell'esperienza estetica.

 

 

Le Vostre Opinioni

Cosa ne pensi...

Opinione postata il 2006-03-29 14:27:53
Ho un capitolo della mia tesi dal titolo"Visione come esercizio facoltativo dipendente dalla volontà dell'uomo" quali testi devo consultare?
  • Oggetto: tesi universitaria - Utente : simona licata
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