Ritratto del padre - parte III

La memoria del padre. più forte della sua immagine fisica, nella Bibbia di Van Gogh, ricca di significati simbolici e metaforici
















Pablo Picasso è giovanissimo quando realizza, nel 1896, un ritratto ad olio del padre, oggi conservato al Museo Picasso di Barcellona.
Già compaiono le tonalità monocromatiche che caratterizzeranno il primo periodo cubista, nella gamma delle terre, colori spenti e di secondaria importanza rispetto ad una forma definita dal segno, di cui il giovane pittore dimostra estrema padronanza.
Pur nel prevalere dell’interesse per la figura e per le sue caratteristiche geometriche, non manca una vena quietamente introspettiva, che rende con delicatezza un momento umano venato di malinconia.
Renato Guttuso dipinge nel 1930 il ritratto del padre, il Cavalier Gioacchino Guttuso Fasulo, in un periodo cruciale della sua formazione artistica, in cui interpreta in chiave descrittiva ed autobiografica la lezione cubista picassiana, definendo il carattere inequivocabilmente realista di un linguaggio di grande autonomia culturale eppure attento all’Europa, al realismo russo e francese, ai grandi maestri del passato.
Carlo Levi , scrittore oltre che pittore, ritrae il padre nel 1925 secondo un realismo di tipo esistenziale, incline a cogliere gli aspetti minori della realtà che lo circonda, spesso con temi familiari, il padre, appunto, i parenti, gli amici, una pittura intimista che trova in Felice Casorati e nel suo stile di respiro europeo un influente referente artistico, come testimoniano la modulata versione cromatica e la geometrica costruzione della forma.


Da ultimo vorrei proporre un “ritratto del padre” del tutto particolare, un ritratto per traslazione, dove il padre non compare, dove la sua presenza aleggia negli oggetti che lo richiamano alla memoria, pregni di un significato metaforico che li sacralizza e li carica di contenuti simbolici personali ed al tempo stesso universali.
Si tratta di un dipinto di Van Gogh (1853-1890), eseguito nel 1885 (il padre Teodoro, un predicatore protestante, era morto da poco tempo) che rappresenta una natura morta con Bibbia: così lo descrive l’autore in una lettera al fratello: “[…] In risposta alla tua descrizione di uno studio di Manet, ti mando una natura morta di una Bibbia aperta - quindi in un tono spezzato di bianco - rilegata in cuoio, su uno sfondo ero, con un primo piano giallo marrone, e un tocco di giallo limone. […]” (da “Lettere a Theo” (1872-1890), di Vincent Van Gogh)
La Bibbia è per Vincent il simbolo della figura paterna, ne rappresenta la fede religiosa attraverso la quale il padre ha cercato di imporgli un’educazione religiosa, nel dipinto viene accostata ad un altro libro di esplicito significato simbolico, “La joie de vivre” di Emile Zola, inviso al padre per i suoi contenuti apertamente laici, moderni e naturalisti.
In questo accostamento di oggetti alla presenza di una candela spenta, che viene proposto senza enfasi, con pacatezza cromatica ed in un segno insolitamente fluido, si legge tutta la conflittualità di un rapporto tra un padre ed un figlio profondamente diversi e, ancora una volta, la difficoltà di Vincent a relazionarsi con il mondo esterno ed anche, alla fine, con sé stesso. Sarà l’arte lunico mondo in cui Van Gogh cercherà il suo equilibrio interiore, senza trovarlo.

Le immagini sono riprodotte a fini didattico-esplicativi

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Pubblicato il martedì 09 marzo 2004 in: Le origini dell'arte moderna

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