Strapaese è il nome di un movimento sia letterario che pittorico, del terzo decennio del ‘900,nbsp; che si propone di affermare gli aspetti positivi dell’Italia contadina e provinciale, custode dei veri valori umani e culturali legati alla tradizione nazionale.
Il fascismo, che proprio in quegli anni si trasforma in regime, cavalca l’onda, appoggiando il movimento ed il periodico toscano “Il Selvaggio” di Mino Maccari (oltre che la rivista letteraria “La Ronda”), fautori di una campagna a favore degli ideali di cattolicità e tradizionalismo che coincidono con le direttive politico-sociali del regime: tra gli aderenti a Strapaese i nomi più prestigiosi sono Leo Longanesi, Mino Maccari, Ardengo Soffici e Ottone Rosai.
La grande mostra che Margherita Sarfatti organizza nel ’26 alla Permanente di Milano per il gruppo di Novecento, vede le prime defezioni proprio negli aderenti a Strapaese, salvo l’eccezione di alcuni che partecipano ugualmente, a denunciare una frattura interna che si radicalizza nel ’30, quando sempre la Sarfatti predispone, per dare al suo gruppo un respiro europeo,nbsp; una mostra alla Kunsthalle di Basilea e Berna, occasione per rinfocolare la polemica scissionista.
La posizione di Strapaese, popolaresca e nazionalista seppure in buonafede e con lodevoli intenzioni, è decisamente revisionista e conservatrice, caratterizzata da una difesa della tradizione che rapidamente diventa sciovinismo, autarchia culturale e chiusura mentale non solo nei confronti dell’Europa, ma addirittura di alcuni ambiti nazionali, con spiccato carattere di regionalismo.
Questo arroccamento attorno al nazionalismo italico e rurale è tipico della cultura fascista, che I Il sempre tentò di ottenere il più ampio consenso anche strumentalizzando in modo propagandistico gli intellettuali dell’epoca, cercando di coinvolgerli in un processo revisionista e nbsp;svuotare così di significato le rivendicazioni avanguardiste.
Tuttavia Strapaese riuscì, entro certi limiti, ad esercitare un’azione di fronda dall’interno del regime, grazie soprattutto alla vena sarcastica ed antiborghese dell’opera di Maccari ed alla corrosiva arguzia di Longanesi, che senza esplicite prese di posizione politica, riuscirono a conservare margini di libertà ed indipendenza che li pongono al di fuori dalla retorica della cultura fascista.
arch. Vilma Torselli









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