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Arte italiana tra le due guerre

I Sei di Torino

A cura di arch. Vilma Torselli

Pubblicato il 02/04/2004

"Naturalmente nessuno intese il problema di stile che si era posto con la mostra dei Sei. Questo raccolto e severo europeismo è tuttavia degno di essere assunto dalle nuove generazioni come il motivo più originale del loro lavoro" (Edoardo Persico)

foto intervento

Edoardo Persico, avvocato mancato con interessi umanistici, artistici e letterari, trasferitosi dalla natia Napoli a Torino, nel 1927, fonda tra mille difficoltà una casa editrice, conosce Lionello Venturi, storico dell'arte, pittore, allievo di Felice Casorati, comincia ad interessarsi seriamente al settore e finisce per divenire egli stesso, nel 1928, teorico di un gruppo di artisti che verranno definiti i "Sei di Torino", Jessie Boswell, Gigi Chessa, Nicola Galante, Carlo Levi, Francesco Menzio, Enrico Paulucci, che fu il più attivo del gruppo (Persico diverrà poi uno dei maggiori critici d'arte degli anni '30).
Il gruppo, che avrà vita breve cessando la sua attività nel '35, dopo la prima mostra a Torino alla Galleria Guglielmi, organizza una serie di mostre in Italia ed all'estero, a Genova, Milano, Roma, Londra, Parigi.

Dopo la prima mostra, Persico scrive: "Naturalmente nessuno intese il problema di stile che si era posto con la mostra dei Sei. Questo raccolto e severo europeismo è tuttavia degno di essere assunto dalle nuove generazioni come il motivo più originale del loro lavoro".

Europeismo è la parola chiave nel nome della quale i Sei prendono le distanze da ogni forma d'arte di regime, ed anche dal tradizionalismo se inteso come celebrazione ciecamente nazionalistica, chiusa ed esclusiva, con riferimento polemico soprattutto a Novecento ed al suo sbandierato "ritorno all'ordine".
In un'ottica anticonformista, sotto la guida morale e intellettuale di Felice Casorati, che i componenti del gruppo frequentano e riconoscono come maestro, i Sei di Torino vogliono rintracciare i rapporti dell'arte italiana con il resto dell'Europa, senza farsi condizionare da ottuso autarchismo, aprendosi all'internazionalismo, riallacciandosi alla Scuola di Parigi, ai Fauves, a Modigliani, a Manet, Picasso, Dufy, Matisse, Braque, all'Espressionismo storico di matrice tedesca, nella ricerca di un linguaggio libero, di ampio respiro culturale, antiaccademico, lontano da ogni retorica ed al di fuori da ogni tipo di orientamento politico (Persico fu molto influenzato dal pensiero di Gobetti, di cui Casorati era amico, e di Gramsci e dal loro militante antifascismo).
Si tratta di una presa di posizione coraggiosa, di grande onestà intellettuale, possibile solo in una Torino antifascista che concede ampio spazio all'insegnamento di Lionello Venturi, uno dei pochi professori che rifiutano il giuramento imposto dal fascismo.
Grazie a lui, che per primo fa conoscere in Italia l'Impressionismo e Cézanne, rivelando la possibilità che tra il passato e l'arte contemporanea ci possa essere una continuità, grazie anche ad un lungo soggiorno a Parigi, nel 1928, da parte di Paolucci, con Chessa, Menzio e Levi, si consolida nei componenti del gruppo un linguaggio di stile postimpressionista, una pittura tonale di delicata valenza cromatica, solare, dal semplificato schema compositivo e dal vivace ritmo segnico, antimonumentale ed antieroica, talvolta intimista nell'attenzione alla quotidianità ed al mondo degli affetti, una scelta estetica che diviene ben presto espressione di istanze avverse al regime, assumendo connotazione anche politica.

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