Francesca De Santis al Digital Art Expo

Il punto sulla Collettiva d'arte digitale in corso al Museo Villa Colloredo Mels di Recanati dal 22 maggio al 6 giugno 2004 da parte di un'artista digitale per la quale "l'arte è pathos".
Francesca De Santis
all’inaugurazione del
Digital Art Expo
, Collettiva d’arte digitale

presso il Museo Villa Colloredo Mels di Recanati dal 22 maggio al 6 giugno
2004

Dichiarare di essere artista è una notevole responsabilità.
Ritengo infatti che a tale asserzione si debba affiancare un rigore intimo
nelle piccole e nelle grandi cose del quotidiano, nella sua essenza e nel
suo modo di concepire la realtà l’artista è tale poiché
nuovi sono i suoi atteggiamenti di decodificazione del reale. Nel contempo,
tuttavia, il definirsi artista è soggetto ad una degenerazione clamorosa
e parallela grazie a coloro che si professano tali ma i cui contenuti, i
contenuti della propria “arte”, sono inesistenti. Spesso si
tratta di veri e propri prodotti lanciati sul mercato, purtroppo. Nell’ambito
dell’arte digitale, un’arte il cui ambiente di creazione è
all’interno di un monitor, la gaffe più grande è rappresentata,
ad esempio, dalla confusione che sostituisce l’artista con il grafico.
Nietzsche, ne La Gaia Scienza scrisse: “ L’artista sceglie la
sua materia, è il suo modo di lodare”. Troppo spesso veniamo
considerati dei bravi grafici, anziché dei bravi artisti.

L’atto creativo è esigenza effettiva e attinente al vero artista.

Ma in una mescolanza disordinata di ruoli, tra chi li assume e chi è
chiamato a definirli, un’anarchia distruttiva dove si spacciano per
artisti digitali delle assolute mediocrità che occupano prepotentemente
spazi che non gli appartengono, si staglia l’ignoranza di chi a loro
fornisce spazio, vuoi per maldestri tentativi di azioni commerciali, vuoi
perché non sanno bene cosa sia questa arte del Terzo Millennio. Molti
critici e conseguentemente molte gallerie evitano di fatto il contatto con
l’arte digitale, poiché essa purtroppo si manifesta alla stregua
di un enorme calderone in cui converge una pessima forma espressiva, dove
sono chiamati artistici anche dei tentativi di cattivo gusto, nonostante
l’arte digitale proceda velocemente verso l’ammissione alla
cerchia delle arti visive con questo coltello nel petto. Spesso è
considerata un gioco da ragazzi, cosa assolutamente falsa, e ci si rifiuta
di notare che, come in tutte le altre forme d’arte, l’estetica
e il proprio messaggio passino attraverso un processo tecnico, eppure finché
in troppi, cimentandovisi senza evoluzione, continueranno ad inquinare questo
fertile terreno artistico, la situazione non si semplificherà. Al
modo di una nemesi, è sovente ignorata come arte, con mio grande
rammarico. Altresì, Internet, che è certamente il primo mezzo
veicolante per l’arte digitale, fornisce appagamento in una comunità
di naviganti più avvezza ai rudimenta di questa nuova arte e in grado
di capire per sommi capi il tipo di lavoro svolto dall’artista. Siamo
comunque lontani da una totale gratificazione, in tal senso.

L’arte e la sua immortalità sono la sperimentazione, il coinvolgimento
e naturalmente il talento. Occorre elevare ad essenziale il contenuto dell’opera,
non solo il come la si ottiene, né tanto meno accomunarla alla psichedelicità,
che è poi un fenomeno isolato agli Anni ’70, ciò serve
solo ad impacchettarsi nella connotazione di artista digitale, ma saranno
espedienti vani che lasceranno a taluni il tempo che trovano. In una convinzione
quasi manichea l’artista deve espatriare da questo stato di scelta
obbligata, tra il provare e l’essere: i tempi sono sincopati e l’esistenza
tutta è talmente contaminata dal pattume che diviene assolutamente
necessario fornire al genere umano direzioni nuove, gli strumenti per definire
questa nuova arte. E all’arte tutta si deve riconoscere una voce potente
e antichissima, una voce in grado di denunciare, di scuotere gli animi,
di suscitare forti emozioni quasi a voler destare gli assopiti. Anche in
questo caso, è diffusa la predisposizione dei più a non volersi
impegnare, a rimanere fissi nel vago stato della superficialità,
dove l’amore diviene insipidezza, dove si spersonalizza la sensibilità
artistica e i temi trattati sono intrisi di banalità.

Il mondo attuale ci pone ad un bivio: o continuare a mescolare l’arte
applicata con una presunta arte, oppure intraprendere la strada dell’arte
vera e propria che si avvale di uno strumento altamente tecnologico come
il computer.

E’ a voi tutti che lascio la somma di queste mie convinzioni, a voi
dirigo questa voce che desidera raggiungere senza presunzione anche le orecchie
dei privi dell’udito grazie alle sue vibrazioni, come la musica riusciva
a raggiungere l’orecchio sordo del vecchio Beethoven.

Conversazione sul tuo intervento
conclusivo alla prima giornata dei lavori, sopra riportato:
Parli di contenuti, nella fattispecie inesistenti,
di tanta arte di oggi.

Ha senso, soprattutto oggi, parlare di contenuti, visto che l’arte
moderna, a partire dai primi del ‘900, si identifica spesso nel suo
mezzo espressivo, nella più completa indifferenza verso ogni tipo
di contenuto?

Onestamente, per me, se qualcosa è privo di contenuto
non ha ragione né motivazione alcuna di essere spacciato come un
qualcosa di prezioso; non può passare per tale neanche in modo del
tutto retorico sfruttando il concetto dell’essere privo di contenuti
e fare tendenza, perché esso è tuttaltro di quel che ci vogliono
far credere, si tratterebbe dei famigerati “prodotti”, i quali
affollano l’area del mercato dell’arte digitale. Ma l’arte
tutta va considerata anzitutto nel periodo storico in cui è stata
prodotta, con quei mezzi, e occorre documentarsi sul come fosse il panorama
artistico allora.

L’arte è comunicazione, sempre anche attraverso i soli colori,
laddove la forma è informe.

Un bel paesaggio al tramonto non solo suscita emozioni, ma le suscita perché
prima vibra dentro di noi arrivatoci nell’intimo grazie alla sua estetica
naturalmente perfetta, ponendoci quindi in una sorta di comunione benefica,
in una coesione di energie che procedono all’interno di uno scambio
inversamente proporzionale e continuo. Il dardo che ancora vibra. E se non
si fa caso a quel paesaggio al tramonto, se non lo si imprime nella mente,
è un vero peccato.

“Il “sistema
dell’arte” sopravvive, più forte che mai, per ragioni di pura
prassi. Esso è soltanto noioso e privo di interesse ma diventa insopportabile
quando si accinge, come sta avvenendo, a far svolgere ai nuovi media il
lavoro di quelli vecchi”
: sono parole di Mario Costa, professore
di Estetica all’Università di Salerno e di “Metodologia della
critica” all’Università di Napoli, che rileva come l’immagine
digitale che elimina completamente il concetto di mimesi, di rappresentazione,
che non ha bisogno di rapportarsi ad alcunché per ricevere un senso
dal confronto con un altro da sé, sia una nuova entità, un
concetto del tutto inedito che oggi viene accolto solo se travestito in
modo da uniformarsi alla logica obsoleta di strutture vecchie, di una critica
impreparata, di un pubblico disinformato, di artisti che pensano di fare
arte digitale con operazioni di ricalco rese possibili da sofisticatissimi
programmi di elaborazione dell’immagine, perché l’arte tradizionale
continua ad esistere come modello.

Tu asserisci “diviene assolutamente necessario fornire al genere
umano direzioni nuove, gli strumenti per definire questa nuova arte”
.
Non trovi che sia pura utopia, dato che non ci sono strumenti certi neanche
per definire univocamente le forme d’arte tradizionale? (è
infatti su questa constatazione che si regge tutta l’arte “contro”
delle avanguardie del ‘900 e tutta l’arte contemporanea).

L’arte è arte a prescindere dal mezzo di esecuzione.
Un pianista ha il piano, io ho i software, lo scultore ha la creta. Non
capisco perché si debbano aprire delle gigantesche questioni filosofiche
su questi temi.

Fornire nuovi direzioni per me fa riferimento a quello che chi crea manda
verso chi guarda.

Se parliamo di pittura, tra Caravaggio e Andy Warhol, io considero pittura
quella del Caravaggio. Warhol ha denunciato un certo tipo di schiavitù
verso la moda, facendone una egli stesso e prendendosi in giro per primo.
Sarà impossibile per me riuscire a credere che Caravaggio ha condotto
ad Andy Warhol, con tutto il rispetto. Nemmeno il dire “altrimenti
stavamo ancora a dipingere madonne” mi convince, perché la
madonna era un tema commerciale all’epoca e meno ora che magari una
pubblicità per il gelato o per i jeans è pagata meglio. Non
va più di moda la chiesa col pittore che fa l’affresco. Adesso
la tendenza è chiamare arte quella che specula sul concetto senza
servirsene in modo da instaurare un dialogo e mi innervosisce perché
adesso, fuori tempo, non dice nulla di nuovo, mentre lo faceva e aveva un
senso coi dadaisti. Se bisogna lanciare dei nuovi personaggi da jet-set
ma perché non farlo ad Hollywood?

Dici “…..e i temi trattati
sono intrisi di banalità”
. Ma la banalità è
essa stessa tema, almeno dalla pop art in poi, se non vogliamo risalire
addirittura al dadaismo, non è la banalità che deve fare paura,
ma il modo in cui viene espressa e rappresentata. Torniamo in un certo senso
al discorso del contenuto: arte in cui concetto e tecnica coincidono, che
è contenuto ed espressione di se stessa, che si conclude nel suo
valore oggettuale conferitogli dai materiali di cui è fatta, un oggetto
(foglio, tela, superficie o volume) che non contiene l’opera, ma è
esso stesso l’opera, arte in cui il significante non significa “altro”,
si realizza nell’esistere.E’ evidente la proprietà concettuale
ed astratta di un simile prodotto artistico, tanto più evidente nel
digitale che, per la sua caratteristica di essere un’opera d’arte
dematerializzata (almeno temporaneamente) sposta il proprio significato
verso una sempre più radicale concettualizzazione, evento virtuale,
traccia tecnologica da attivare all’occorrenza per riprodurre “l’immagine”
dell’opera, che nella realtà non esiste se non come file.

Non credi che la tua rilevata contraddizione tra l’arte applicata
e quella che invece definisci arte vera e propria possa essere pretestuosa
ed anacronistica?

Banalità non significa descrivere qualcosa che è
banale, attenzione. La banalità è priva di quello shining
che caratterizza l’arte tutta.

Io creo usando il computer, ma artista digitale è solo una connotazione.
Oggi, in questo momento storico sfrutto questo mezzo. Quale importanza ha
per l’arte il tipo di materiale usato? La mia è fatta di luce,
non mi pare una componente che abbia nulla da invidiare ad alcuna materia.

Che poi possa anche sfruttare la materia è una componente in più.
Questa arte è nuova, ora mancano nuovi contenuti in grado di farla
crescere. Chi vuole vendere e basta, senza una morale, spesso propone per
arte digitale qualsiasi cosa eseguita con due o tre comandi automatici di
un programma, i filtri, che non richiedono gran destrezza nella tecnica,
e magari c’è chi compra un modellino preset di Poser e spende
centinaia di euro. Ignorante e gabbato. Di chi è la colpa?!

L’arte ha uno scopo, sembra assurdo ma è così: deve
comunicare qualcosa, il canale preferenziale è la vista ma non si
ferma ai globi oculari. Inoltre, un’opera d’arte è sempre
attuale: l’Ombra della sera, che è una statuetta etrusca conservata
a Volterra e La Quinta di Beethoven sono due esempi.

Tutto il resto, il bla-bla-bla, non mi interessa, non ne discuto neppure,
alle volte si procede in mezzo a greggi impazziti e senza pastore.

Per farla breve, gli artisti che fanno arte la devono fare in modo nuovo,
fornendo dei nuovi contenuti che siano immutabili nel tempo, non caduchi.
Le mode sono anche belle ma passano. Poi va distinta l’arte dall’arte
applicata e commerciale.

Si parla di arte applicata nell’ambito del digitale quando, ad esempio,
si osserva una pubblicità con una bella veste grafica e magari uno
slogan che calza a pennello, mettiamo il caso che sia stata fatta da un’artista,
un’artista che una tantum fa’ anche questo, grafica pubblicitaria,
video-clip, etc, e lo fa perché gli piace farlo. Quello stesso artista
però ne parlerà, in tal caso, solo come di un lavoro commerciale,
non di una sua opera. Nell’arte applicata si può notare il
talento di chi l’ha fatta. Nell’arte, al talento si mescolano
contenuti ed estetica. Per me l’arte è pathos.

Grazie a Francesca De Santis, artista
digitale, le cui opere sono visibili sul sito
personale
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Pubblicato il sabato 29 maggio 2004 in: Arte e tecnica (tekne)

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