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Francesca De Santis all’inaugurazione del 1° Digital Art Expo, Collettiva d’arte digitale presso il Museo Villa Colloredo Mels di Recanati dal 22 maggio al 6 giugno |
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| Dichiarare di essere artista è una notevole responsabilità. Ritengo infatti che a tale asserzione si debba affiancare un rigore intimo nelle piccole e nelle grandi cose del quotidiano, nella sua essenza e nel suo modo di concepire la realtà l’artista è tale poiché nuovi sono i suoi atteggiamenti di decodificazione del reale. Nel contempo, tuttavia, il definirsi artista è soggetto ad una degenerazione clamorosa e parallela grazie a coloro che si professano tali ma i cui contenuti, i contenuti della propria “arte”, sono inesistenti. Spesso si tratta di veri e propri prodotti lanciati sul mercato, purtroppo. Nell’ambito dell’arte digitale, un’arte il cui ambiente di creazione è all’interno di un monitor, la gaffe più grande è rappresentata, ad esempio, dalla confusione che sostituisce l’artista con il grafico. Nietzsche, ne La Gaia Scienza scrisse: “ L’artista sceglie la sua materia, è il suo modo di lodare”. Troppo spesso veniamo considerati dei bravi grafici, anziché dei bravi artisti. L’atto creativo è esigenza effettiva e attinente al vero artista. Ma in una mescolanza disordinata di ruoli, tra chi li assume e chi è L’arte e la sua immortalità sono la sperimentazione, il coinvolgimento Il mondo attuale ci pone ad un bivio: o continuare a mescolare l’arte E’ a voi tutti che lascio la somma di queste mie convinzioni, a voi |
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| Conversazione sul tuo intervento conclusivo alla prima giornata dei lavori, sopra riportato: |
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| Parli di contenuti, nella fattispecie inesistenti, di tanta arte di oggi. Ha senso, soprattutto oggi, parlare di contenuti, visto che l’arte |
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| Onestamente, per me, se qualcosa è privo di contenuto non ha ragione né motivazione alcuna di essere spacciato come un qualcosa di prezioso; non può passare per tale neanche in modo del tutto retorico sfruttando il concetto dell’essere privo di contenuti e fare tendenza, perché esso è tuttaltro di quel che ci vogliono far credere, si tratterebbe dei famigerati “prodotti”, i quali affollano l’area del mercato dell’arte digitale. Ma l’arte tutta va considerata anzitutto nel periodo storico in cui è stata prodotta, con quei mezzi, e occorre documentarsi sul come fosse il panorama artistico allora. L’arte è comunicazione, sempre anche attraverso i soli colori, Un bel paesaggio al tramonto non solo suscita emozioni, ma le suscita perché |
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| “Il “sistema dell’arte” sopravvive, più forte che mai, per ragioni di pura prassi. Esso è soltanto noioso e privo di interesse ma diventa insopportabile quando si accinge, come sta avvenendo, a far svolgere ai nuovi media il lavoro di quelli vecchi”: sono parole di Mario Costa, professore di Estetica all’Università di Salerno e di “Metodologia della critica” all’Università di Napoli, che rileva come l’immagine digitale che elimina completamente il concetto di mimesi, di rappresentazione, che non ha bisogno di rapportarsi ad alcunché per ricevere un senso dal confronto con un altro da sé, sia una nuova entità, un concetto del tutto inedito che oggi viene accolto solo se travestito in modo da uniformarsi alla logica obsoleta di strutture vecchie, di una critica impreparata, di un pubblico disinformato, di artisti che pensano di fare arte digitale con operazioni di ricalco rese possibili da sofisticatissimi programmi di elaborazione dell’immagine, perché l’arte tradizionale continua ad esistere come modello. Tu asserisci “diviene assolutamente necessario fornire al genere |
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| L’arte è arte a prescindere dal mezzo di esecuzione. Un pianista ha il piano, io ho i software, lo scultore ha la creta. Non capisco perché si debbano aprire delle gigantesche questioni filosofiche su questi temi. Fornire nuovi direzioni per me fa riferimento a quello che chi crea manda Se parliamo di pittura, tra Caravaggio e Andy Warhol, io considero pittura |
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| Dici “
..e i temi trattati sono intrisi di banalità”. Ma la banalità è essa stessa tema, almeno dalla pop art in poi, se non vogliamo risalire addirittura al dadaismo, non è la banalità che deve fare paura, ma il modo in cui viene espressa e rappresentata. Torniamo in un certo senso al discorso del contenuto: arte in cui concetto e tecnica coincidono, che è contenuto ed espressione di se stessa, che si conclude nel suo valore oggettuale conferitogli dai materiali di cui è fatta, un oggetto (foglio, tela, superficie o volume) che non contiene l’opera, ma è esso stesso l’opera, arte in cui il significante non significa “altro”, si realizza nell’esistere.E’ evidente la proprietà concettuale ed astratta di un simile prodotto artistico, tanto più evidente nel digitale che, per la sua caratteristica di essere un’opera d’arte dematerializzata (almeno temporaneamente) sposta il proprio significato verso una sempre più radicale concettualizzazione, evento virtuale, traccia tecnologica da attivare all’occorrenza per riprodurre “l’immagine” dell’opera, che nella realtà non esiste se non come file. Non credi che la tua rilevata contraddizione tra l’arte applicata |
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| Banalità non significa descrivere qualcosa che è banale, attenzione. La banalità è priva di quello shining che caratterizza l’arte tutta. Io creo usando il computer, ma artista digitale è solo una connotazione. Che poi possa anche sfruttare la materia è una componente in più. L’arte ha uno scopo, sembra assurdo ma è così: deve Tutto il resto, il bla-bla-bla, non mi interessa, non ne discuto neppure, Per farla breve, gli artisti che fanno arte la devono fare in modo nuovo, Si parla di arte applicata nell’ambito del digitale quando, ad esempio, |
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| Grazie a Francesca De Santis, artista digitale, le cui opere sono visibili sul sito personale |
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Francesca De Santis al Digital Art Expo
Il punto sulla Collettiva d'arte digitale in corso al Museo Villa Colloredo Mels di Recanati dal 22 maggio al 6 giugno 2004 da parte di un'artista digitale per la quale "l'arte è pathos".
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Pubblicato il sabato 29 maggio 2004 in: Arte e tecnica (tekne)
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