A cura di arch. Vilma Torselli
Pubblicato il 12/07/2004
Nella fissità di un'immagine che replica all'infinito la vacuità di una vita di celluloide, forse Marilyn cerca sé stessa, senza trovarsi mai.
Padre indiscusso della Pop Art americana, il primo a scoprire nell'oggetto banale e quotidiano impensati poteri comunicativi ed a vedervi in nuce l'opera d'arte senza intervento alcuno da parte dell'artista se non una spiazzante decontestualizzazione, Andy Warhol si caratterizza per il suo linguaggio privo di emozioni e di stile personale, nel quale viene intenzionalmente abolita ogni impronta di soggettività a beneficio di soluzioni formali buone per tutti e per ogni scopo, anonime e perciò universali.
E' su questa logica che il prodotto artistico diviene prodotto di serie industriale, proposto come arte ad una società culturalmente livellata, incapace di vedere oltre gli archetipi consumistici esposti nei supermercati, massificata, obnubilata e mentalmente condizionata dalla pubblicità.
La riproduzione meccanica, con metodo serigrafico, si presta in modo ottimale alla produzione di opere seriali destinate al grande pubblico, in aperta dissacrazione del concetto dell'unicità dell'opera d'arte, secondo i metodi industriali della stampa offset dai colori violenti, senza tenere in alcun conto il livello qualitativo dell'immagine risultante. Nascono così, negli anni '60, i famosi ritratti di personaggi celebri, da Elvis Presley a Marilyn Monroe, quest'ultima ritratta a partire dal '62, subito dopo il suicidio, più volte ed in più versioni, con interesse quasi ossessivo, singola e multipla, a colori, in bianco e nero, con il metodo del riporto fotografico, ottenendo tra le varie versioni differenziazioni spesso minimali e solo cromatiche, nell'intenzione del massimo appiattimento dei tratti identificativi.
Le scelte di Warhol sono fortemente influenzate dalla notorietà del personaggio, sufficiente a connotare l'immagine seppure elaborata in modo anonimo e superficiale, privo di ogni emozione, senza alcun interesse per la sua interiorità: Marilyn infatti viene ritratta come sex symbol da "consumare", con plateale accentuazione dei tratti tipicamente femminili, il trucco pesante, le labbra sottolineate dal rossetto, l'espressione ammiccante ed il sorriso stampato di chi sorride per mestiere, icona del fascino femminile e regina dell'immaginario americano, di una bellezza stereotipata proposta e "venduta" dalla grande industria hollywoodiana, che Warhol ripropone tale e quale, confezionata nei suoi ritratti come in una perfetta operazione di marketing pubblicitario.
I ritratti di Marilyn, come le riproduzioni delle lattine di Campbell's Soup o delle bottiglie di Coca Cola, sono la fredda replicazione di un'immagine familiare appartenente al patrimonio visivo di ogni americano, dal fascino vagamente feticista, rassicurante e prevedibile nella sua banale notorietà, ma, suo malgrado, in quei ritratti Warhol riesce a cogliere ciò che non vuole, un riflesso dell'anima, la nostalgia per un'interiorità nella quale la diva non sa più riconoscersi, persa nella fissità di un'immagine che replica all'infinito la vacuità di una vita di celluloide.
Leggi anche "I sogni di Norma Baker e la solitudine di Marilyn Monroe", un articolo di Gilberto Gamberini, guida di Psicoterapia Ericksoniana.