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Letture di quadri

Silvia Cardini -"Lo studio"

A cura di arch. Vilma Torselli

Pubblicato il 10/05/2005

Fare pittura, per Silvia Cardini, vuol dire per forza fare i conti con una tradizione che ha avuto molto da dire sulla realtà oggettiva dell’immagine, senza perdere di vista il fatto che la pittura non è che un altro modo di dare un nome alle cose e che il reale rimane comunque irraggiungibile.

 

Silvia Cardini, "Lo studio", 2003, tecnica mista su tela, 150x200 cm

 

 

Di tutto quello da cui poteva contrarre debiti di ispirazione, lezioni, ascendenze per la propria esperienza pittorica, Silvia Cardini, giovane pittrice fiorentina, non nasconde il suo legame verso alcuni momenti forti dell’arte del passato secolo: il neoespressionismo tedesco degli anni Settanta-Ottanta, la Pop Art, ma anche - e qui risaliamo abbastanza indietro - perfino Morandi. Ascendenze nobili, dunque, ma che funzionano più come fattori di limitazione reciproca che non come espliciti orizzonti di ricerca stilistica: l’irruenza neuen wilden è infatti temperata dalla coolness tipica dell’atteggiamento pop; la mestizia metafisica degli oggetti è alleggerita da un’ironia e da un distacco che ne rivela la loro intima essenza di forme e non di cose. Ma, più di tutto, la sua disinvolta scelta figurativa rivela un radicamento nella realtà oggettiva dell’immagine che non sarebbe spiaciuto a Soffici.
Non si fa a caso il nome del Rignanese. Il suo percorso dall’avanguardia all’ordine e la sua lezione estetica, tutta incentrata sul recupero in chiave purista della quotidianità e della natura, pesano come un macigno sulla pittura toscana del Novecento, che raramente e non senza strascichi e dissidi si è affrancata da quella figuratività strapaesana – o semplicemente vernacolare, come direbbero alcuni - che l’ha dominata per tutto il secolo. Chi fa pittura come la fa Silvia Cardini, dunque, deve per forza fare i conti, anche suo malgrado, con una tradizione che ha avuto molto da dire sulla realtà oggettiva dell’immagine.
Nel secolo delle avanguardie e dell’eclisse della ragione Soffici aveva un bel dire intorno alla necessità di stare attaccati ad una “pittura di cose”; era evidente infatti che in questo modello si incarnava un più generale rifiuto della modernità, anche e soprattutto in senso extrapittorico, che andava nel suo caso a coincidere con posizioni politiche apertamente e scioccamente reazionarie.
La Cardini, mi pare, non ha di queste necessità o urgenze estetiche. La sua “pittura di cose” non postula alcun rientro in un ordine che radichi il fare pittura in un’anteriorità rispetto alle cose del mondo. Essa, semmai, prende atto del mondo, che esiste insomma un qualcosa rispetto al quale la pittura può solo prendere le distanze con quel suo modo garbato ed ironico di giocare – un po’ pop, un po’ selvaggio, un po’ metafisico – intorno all’ambiguità del reale.
La tradizione del reale, in arte, è stata per lungo tempo patrimonio di reazionari e di populisti. Ma in entrambi i casi, mi sembra, era la pittura a fare da ancella alle idee. La Cardini ci suggerisce invece che la pittura non è che un altro modo di dare un nome alle cose, di far scaturire da esse delle idee, consapevoli della propria finitezza perché nascono da un artificio e parlano di qualcosa, il reale, che rimane comunque irraggiungibile. 

 

Alessandro Tempi

 

 

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