Arte e Decostruttivismo

Decostruttivismo, termine abbastanza allargato per definire una pratica applicabile a molte differenti manifestazioni dell'intelletto umano, dalla letteratura alla filosofia all'architettura ed alle arti visive.

Un bel giorno del luglio del 1988 un agguerrito gruppo di nuovi profeti dell’architettura moderna, Frank O. Gehry, Daniel Libeskind, Rem Koolhaas, Peter Eisenman, Zaha Hadid, Coop Himmelbau, Bernard Tschumi presenta al mondo, in una memorabile celebrazione al Moma di New York, la “Deconstructivist Architecture“, espressione tutta americana di un nuovo modo di fare architettura.

L’America è una terra giovane senza un passato, conscia di ciò in arte e in architettura si è sempre difesa grazie ad un “paludamento culturale dietro il quale si cela quel complesso di inferiorità che gli psicanalisti definiscono ricerca di una paternità spirituale” (Bruno Zevi, “Storia dell’architettura moderna”).

L’arte figurativa americana subisce un decisivo impulso che la spinge fuori dalle secche di un realismo ormai sterile solo nella prima metà del ‘900, quando, in occasione della seconda guerra mondiale, i surrealisti europei giungono in massa nel nuovo continente per sottrarsi alle persecuzioni del nazismo (Peggy Guggenheim darà loro una “casa”), mentre l’architettura, che aveva trovato nell’italiano Andrea Palladio le sue radici adottive, deve alla potente azione innovatrice di Frank Lloyd Wright, più di 400 anni dopo Palladio e quindi solo agli inizi del ‘900, l’elaborazione di un linguaggio architettonico di identità autenticamente americana.

L’action painting di Jackson Pollock è la replica americanizzata dell’automatismo psichico di André Breton, la Pop Art, più correttamente definibile come new dada, deriva tal quale dal francesissimo Dadaismo di Marcel Duchamp, il decostruttivismo cerca nella critica al logocentrismo di un altro europeo, Jacques Derrida, forse un po’ semplicisticamente, una qualche giustificazione teorica basata sul suo processo di decostruzione del linguaggio, decostruendo invece la forma e la funzione.
Decostruttivismo è quindi un termine abbastanza allargato per definire una pratica applicabile a molte differenti manifestazioni dell’intelletto umano, dalla letteratura alla filosofia all’architettura ed alle arti visive.


E’ infatti un pittore, Paul Cézanne, il primo decostruttore della forma dall’interno eliminando il punto di vista unico e rivoluzionando le regole prospettiche della realtà, che egli analizza intellettualmente secondo una logica non naturalistica: a differenza del decostruttivismo architettonico, in questo caso la decostruzione mira comunque ad un risultato fondamentalmente costruttivo, nell’ottica della ricostruzione ‘chiusa’ di una realtà de-composta, analizzata e riconquistata intellettualmente secondo una nuova logica matematico-geometrica.
Proprio da Cézanne prende spunto il giovane movimento cubista, fondato da Picasso e Braque, che proprio partendo dalla decostruzione della forma elabora una sua teoria mirata al superamento della realtà apparente per addivenire ad una propria interpretazione soggettiva, ma depurata dall’emotività dell’artista: è un soggettivismo di natura mentale ed intellettuale, che libera l’oggettivo dal superfluo, da ciò che non è essenziale, estraendone o astraendone con rigida razionalità ciò che serve per produrre l’opera d’arte.
Finalmente il decorativo viene trasceso e trasfigurato…in una unità monumentale,” e gli oggetti cubisti “acquistano l’evidente autosufficienza dell’architettura”. Il cubismo non necessità più del realismo poiché, come l’architettura, è esso stesso reale“. (“Mark Linder: dall’imprecisione pittorica alla differenza seæming” di G reg Lynn).

Nonostante le intenzioni decostruttiviste del Cubismo, le differenze con il decostruttivismo architettonico restano in questo caso profonde e fondamentali, storicamente il Cubismo si lega invece allo sviluppo di un importante filone dell’architettura basata sulla ricerca della verità strutturale della forma architettonica, il razionalismo di Le Corbusier, lo strutturalismo di Khan, degli Smithson: bisognerà che l’America elabori l’Espressionismo astratto e la violenta gestualità liberatoria dell’action painting perchè anche l’architettura si liberi dalla tirannia della forma.

Oggi sempre più l’architettura e l’arte tendono ad una integrazione totale, architetti come Frank Gehry o Zaha Hadid sconfinano disinvoltamente, senza porsi pretestuosi problemi di ambiti predefiniti e distinti e di rigide divisioni disciplinari , tra scultura e architettura, contaminando, fondendo, compenetrando i linguaggi nel nome di una comune sensibilità plastica che produce forme (non importa se statue o architetture) nello spazio dell’uomo, con buona pace di Adolf Loos che asseriva “La casa deve piacere a tutti. A differenza dell’opera d’arte che non ha bisogno di piacere a nessuno” (1910).
Con meno rigidità e più senso pratico, Claes Oldenburg, scultore pop, dice: “un edificio si distingue da una statua solo perché all’interno ci sono i gabinetti.“, mentre Frank Gehry, artista-scultore-architetto pone la ricerca plastica alla base del suo operare progettando gigantesche forme scultoree aniconiche, morbidamente plastiche, dando l’avvio, con il Guggenheim Museum di Bilbao, ad una nuova concezione museale, al museo che che si pone esso stesso come opera d’arte, invertendo i tradizionali ruoli di “contenitore” e “contenuto”.

L’evoluzione del concetto di forma, una delle più importanti innovazioni dell’arte del ‘900, arriva all’estremo con l’avvento dell’Astrattismo, dove la forma, alla distanza massima dalla figurazione, al limite della sua stessa esistenza, in un’arte francamente autoreferenziale , va molto più in là dell’idea di qualunque decostruzione, che comunque “…. ha sempre come obiettivo lo svelamento dell’esistenza di articolazioni e frammentazioni nascoste all’interno di presunte totalità monadiche” (De Man) ( su Arcomai, “Parole,parole,parole“, di Gianluca Brini) .

In tal modo, l’arte compie rispetto all’architettura, una fuga in avanti che la rende praticamente irragiungibile, sarà lei come scrive Ernst Gombrich “…... a definire ciò che chiamiamo lo spirito di un’epoca?

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Pubblicato il giovedì 01 settembre 2005 in: Linguaggi dell'arte moderna

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