A cura di arch. Vilma Torselli
Pubblicato il 18/12/2005
"Era un cammino che si doveva percorrere, diritti e soli ..... a pervenite alfine all'aria pura per soffermarsi al limite d'una pianura alta e senza limiti....... L'immaginazione, liberata dalle catene della paura e della legge, diventava allora tutt'uno con la visione. E l'atto, intrinseco ed assoluto, era il suo significato, e il portatore della sua passione." (Clyfford Still)
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Clyfford Still, "Untitled", 1951-2, olio su tela, 113 3/8 x 156" |
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Clyfford Still (1904 - 1980) espressionista astratto, interessato al filone di ricerca ad impronta spiritualista che darà vita alla Scuola del Pacifico, membro del gruppo fondatore della scuola newyorkese Subject of the Artist, elabora un linguaggio che risente dell'impostazione intellettualistica e quasi ascetica di alcuni colleghi quali Rothko, Gorky, Motherwell, Francis, con vaghi riflessi romantici derivati probabilmente dall'influenza della pittura di un suo contemporaneo, Augustus Vincent Tack ( (1870 -1949), almeno se vogliamo accreditare l'analisi che Robert Rosenblum, Curatore del Solomon R. Guggenheim Museum di New York, compie sul linguaggio di Still. Del resto, come tutte le definizioni di correnti artistiche , il termine "espressionismo astratto" è significativo soprattutto dal punto di vista storico, individuando un gruppo di pittori per lo più operanti a New York intorno agli anni '50, ma ha valore del tutto generico circa le caratteristiche specifiche sia concettuali che tecniche utilizzate dai vari membri del gruppo. E' così che, nell'espressionismo americano, accanto al violento gestualismo di Pollock o di De Kooning, troviamo Color-Field-Painters quali Barnett Newman, Mark Rothko e, appunto, Clyfford Still, per i quali l'impeto espressionista si stempera in un linguaggio di maggior controllo con sfumature quietamente intimiste. Personaggio talvolta scomodo, noto per il suo spirito polemico e caustico, Still è conscio sia della necessità e dell'inevitabilità di una radicale rifondazione del fare arte, sia della sostanziale incomunicabilità tra le nuove espressioni artistiche informali e gestuali e la società americana contemporanea che, fondamentalmente, non è in grado di accoglierle e capirle, è lui che, in una lettera a Gordono Smith, nel gennaio del '59, scrive "Era un cammino che si doveva percorrere, diritti e soli ..... a pervenire alfine all'aria pura per soffermarsi al limite d'una pianura alta e senza limiti....... L'immaginazione, liberata dalle catene della paura e della legge, diventava allora tutt'uno con la visione. E l'atto, intrinseco ed assoluto, era il suo significato, e il portatore della sua passione." |