A cura di arch. Vilma Torselli
Pubblicato il 20/02/2006
Quando la macchina crea e la creatività è macchina.
Oppure, in veste di sottotitolo alternativo, parafrasando Walter B., "L’artista nell’epoca della sua sostituibilità parziale". (a cura di Stefano Elena)
GOODBYE, ARTIST?
Quando la macchina crea e la creatività è macchina.
Oppure, in veste di sottotitolo alternativo, parafrasando Walter B., “L’artista nell’epoca della sua sostituibilità parziale”.
Dai “Tempi moderni” di Chaplin a quelle cose viste dal Deckard di “Blade Runner”che noi umani non possiamo nemmeno immaginare, dalla catena di montaggio e taylorismo&fordismo al cyberpunk letterario e filmico, un secolo intero ha assistito al sempre più massiccio intervento del dispositivo, dell’automatismo seriale, sul volere e pensare dell’uomo.
Parallelamente all’avvento di vizi elettrici e dipendenze meccaniche, il nostro evolversi – o solo il nostro andare avanti – si è visto consenzientemente sopraffare, tra terzi occhi e grandi fratelli, dall’imporsi della macchina sui nostri stili di vita, sulle nostre abitudini esistenziali che non sanno stare sole, costrette come sono a ripiegare sulla compagnia non corrisposta di attrezzi hi-tech per ogni esigenza e da tenere ovunque.
Passando, a volo d’uccello, sopra e oltre le oramai stratrattate e supercitate web e fileart, la fotografia digitale e l’immagine vettoriale, il video o il più recente progetto Artesto (“…un insieme di parole e immagini trasmesse attraverso il display del cellulare”, recita il comunicato stampa della mostra in corso alla Triennale di Milano), intenzionato a sperimentare nuove metodologie artistiche pensate appunto per il telefonino, è sempre più lampante e crescente l’adozione di mezzi scientifici e programmati da parte dell’artista della nuova era.
L’inconscio creativo, che prima di tutto è un inconscio umano, è a tal punto consapevole dell’ineluttabilità immediata, costante e padrona stabilita dall’electroauthority, in perfetta sintonia col trascorrere fast and furious dei giorni che abitiamo, da renderla presenza sempre più ricorrente e costitutiva del fare arte, promuovendola cioè dal ruolo passato di soggetto preso in esame per una trattazione figurativo-concettuale che stia dentro il quadro, a quello di insostituibile mano creatrice con la quale dialogare e confrontarsi di continuo ed assieme alla quale produrlo, il quadro.
L’uso di software quali Photoshop (il pennello virtuale più usato dagli artisti digitali) o Final Cut (cabina di montaggio ed editing installata nell’hard disk di ogni videoartista che si rispetti) è uno dei momenti portanti nella fase compositiva di molta dell’arte attuale. Il maestro che miscelava manualmente i colori in polvere deve oggi dedicarsi all’apprendimento e continua pratica dei manuali d’uso inclusi nelle scatole programmate da Adobe o Apple, trasformandosi in digipittore o digifotografo.
.TIF e .JPG sono solo alcune delle sigle che formano/seguono i titoli dell’opera d’arte, nata su schermi sempre più sottili, sempre più bidimensionali, ultrasottili e piatti, tra i cui pixel si aggira il cursore fatto a freccia che sfreccia tra un’istruzione e l’altra, tra liste a tendina e aiuti on line, pantoni percentili e ritocchi automatici.
Il lavoro, espresso in mega e gigabyte, finisce quindi su un cd o un dvd, in attesa d’esser consegnato al service di fiducia incaricato di stamparlo previa attenta verifica dei parametri cromatici impostati, visto che da un computer all’altro tutto può cambiare…
Infine l’immagine voluta dall’artista e dal suo mouse viene impressa sul supporto prescelto tra quelli a disposizione, dalle caratteristiche infinite ed attendibili (pvc, tela, plexi, tessuto,…).
Io ci sono nato e cresciuto, tra queste impostazioni cangianti che attraggono e stimolano la sperimentazione attraverso una gamma infinita di possibilità e potenzialità a portata di click, di aggiornamenti scaricabili e FrequentAskQuestions alle quali qualcuno risponde prima del previsto.
Ci sono cresciuto e mi stanno dentro, da sempre e sempre di più, come interfacce espandibili che hanno istruito il mio guardare i procedimenti nuovi di creazione che non si limiteranno a segnare qualche generazione, ma ogni futuro che verrà a cui l’uomo dovrà incessantemente abituarsi.
Ci sono cresciuto in mezzo per diventarne prodotto, interessandomi prima amichevolmente e poi professionalmente a questa sfera in continua rotazione il cui diametro va di giorno in giorno, di ora in ora, di minuto in minuto ingigantendosi superando qualsiasi misura controllabile.
E se l’artista è spesso costretto a produrre in sua presenza, provvedendo a formare il proprio progetto assieme a lei o ad uno soltanto dei suoi raggi regolatori che originano la vita artificiale dell’arte d’oggi, se arriva a delegare un tecnico di laboratorio che assista il file durante il suo trapasso dal cd al supporto, dallo schermo alla materia, aspettando in una camera di contenimento il risultato finale tra una sigaretta e l’altra, allora vuol dire che il potere della tecnica può invadere e comandare ogni dove del nostro esprimerci, facilitando i bisogni ed estromettendo sì il tatto dal sentire i materiali, dal macchiarsi d’olio o d’acrilico, ma non dall’impostare gli indirizzi prescelti, dal decidere quale colore rendere più saturo o quale area dell’immagine trasformare attraverso la manualità che dirige il mouse.
Ogni ribellione o denuncia aggiungerà potenza alla sfera-madre che ci sovrasta, pronta ad improvvisare risposte a tutte le esigenze impellenti che verranno di volta in volta espresse dalle nuove tendenze dell’arte destrutturata, manipolata, modellata, plasmata e riconfigurata con l’ausilio di una forza innaturale che ci si è impiantata dentro e ci tiene connessi senza cali di tensione alle sue pulsazioni sintetiche, conduttrici di soluzioni poliedriche che accorciano tempi e distanze.
“La sua identità aveva ormai cominciato a svanire, mentre la coreografia delle sue mani tracciava un’ultima cifra nell’aria plumbea.” (J.G. Ballard – La mostra delle atrocità)