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Teorie

Sopravvivenza della pittura

A cura di arch. Vilma Torselli

Pubblicato il 03/05/2006

La pittura oggi vive a dispetto di chi ne fa volentieri a meno o di chi la reputa eredità del passato, e seppure limitata in sistemi conchiusi e spesso autoreferenziali, resta un anacronismo sublime.

 Viviamo - si dice - nell’epoca delle immagini, ma in realtà stentiamo ad individuare un’immagine che sia autenticamente propria di quest’epoca. Forse allora sarebbe più opportuno parlare di epoca delle immagini o addirittura, in maniera ancor più indeterminata, di epoca di immagini, le quali condividono tutte la sconcertante peculiarità di aver smarrito il senso del rapporto con ciò che esse rappresentano o dicono di rappresentare. Per convenzione, chiamiamo ciò che esse rappresentano realtà  - e qui non importa chiedersi se si debba intendere realtà alla Cézanne oppure nel senso del realismo medievale o in quello dell’empirismo -  ci basti dire che ogni immagine è reale non in quanto riconoscibile (e quindi valutabile su una scala di aderenza o adeguatezza al suo modello), ma in quanto si da a vedere, si offre alla percezione, si consegna all’uomo per essere interpretata. Tuttavia oggi  è difficile fugare il sospetto che questa realtà sia diventata poco più che un pretesto od un ingrediente - neanche il più importante, a ben vedere -  di quel poderoso processo di produzione di immagini con il quale siamo soliti rappresentarci il mondo.

La profezia poetica di Mallarmé sembra così compiuta oltre ogni previsione.
La pittura non è responsabile di questo estremo compimento, che spetta invece alla razionalità tecnologica.
Anzi si è portati a notare come più essa prende congedo da una riconoscibilità (o specularità) immediata, più un pubblico avido di immagini si arrende all’abbraccio seduttivo dei media.  

 

 

Questa innocenza, tuttavia, ha fatto sì che il dissolvimento dell’immagine pittorica, fondato sul discredito filosofico della realtà materiale, non sia riuscito in nulla a diminuire o migliorare la qualità delle immagini attualmente circolanti nei circuiti mediali.

 


Questa non è una colpa, ovviamente. La pittura oggi vive a dispetto di chi ne fa volentieri a meno o di chi la reputa una sublime eredità del passato. Di chi preferisce ad essa le immagine confezionate da media sempre più pervasivi (quei simulacri di realtà sui quali costruiamo miopemente il nostro rapporto col mondo). Ma la sua esistenza è un fatto speciato, limitato a sistemi conchiusi e spesso autoreferenziali.  
Rimane il suo sublime anacronismo, l’effetto di straniamento cui essa induce sia che la si confronti con l’immagine mediale, sia che la sua astrattezza neghi la possibilità stessa dell’immagine.

 

   Alessandro Tempi

 

 


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