Soggettività e fotografia

".... Lo stile ci dice così di una specificità del segno fotografico che non appartiene alla dimensione della denotazione, bensì a quella della connotazione. In questo senso, lo stile come linguaggio proprio della fotografia mette innanzi tutto in gioco la problematica della soggettività".(Patrizia Calefato)



















Non colui che ignora l’alfabeto, bensì colui che ignora la fotografia, sarà l’analfabeta del futuro”. (Walter Benjamin)
La fotografia rappresenta oggi la forma di comunicazione più diffusa e più efficace in una civiltà dell’immagine, per usare una definizione abusata ma appropriata, che privilegia la visione come forma di conoscenza.
Dando per superata, in modo definitivo, senza rimpianti e con buona pace di Walter Benjamin, l’idea di un’aura dell’immagine legata alla sua unicità, anacronistica e riduttiva in una società della cultura di massa in cui tutto è alla portata di tutti, la fotografia ha minato il concetto dell’esclusività del pezzo unico fruibile da una elite ristretta e privilegiata ed ha invece affermato quello di un oggetto, artistico o semplicemente comunicativo, che, riprodotto indefinitamente in un numero illimitato di esemplari, dà vita a pezzi tutti ‘autentici’ ed in un certo senso ‘unici’. Per la verità va detto che Benjamin non lega alcun giudizio esplicitamente negativo ad un processo che, prima che culturale, è di natura storica e sociale e non modifica sostanzialmente il concetto di arte visiva intesa come scambio di comunicazioni mediante un linguaggio segnico, nel caso della fotografia accompagnato da un valore aggiunto rappresentato dal fatto che l’illimitatezza quantitativa si lega ad un livello qualitativo immutato dalla prima all’ultima copia (il che non avviene, per esempio, per la riproduzione litografica o serigrafia).
Questa rivoluzione copernicana indotta dalla riproducibilità tecnica dell’immagine si è legata ad una crisi del concetto di soggettività causata da una supposta capacità della fotografia di riprodurre la realtà oggettiva in quanto medium meccanico e come tale delegato al compito di copiare fedelmente un modello nel modo più neutro possibile: non a caso, il termine ‘obiettivo’ è aggettivo qualificativo con significato di ‘imparziale, oggettivo, basato sui fatti’ (De Mauro, dizionario della lingua italiana) ed al tempo stesso sostantivo che identifica quella parte della macchina fotografica, l’obiettivo, appunto, attraverso la quale il fotografo guarda e restituisce in immagine ciò che osserva.
Tuttavia, a partire da Cartier-Bresson e da tutta una generazione di fotografi suoi contemporanei con i quali si sono consolidati due fondamentali filoni espressivi, la documentazione (di eventi o personaggi), e la rappresentazione, per immagini, di situazioni e stati d’animo, il dibattito tra oggettività e soggettività nella fotografia pare risolto e oggi non sussistono dubbi sul fatto che l’autore inevitabilmente eserciti personali e soggettive opzioni sulla scelta del frammento di realtà che decide di fotografare, sulle condizioni di luce, sul punto di vista e su una lunga serie di situazioni variabili nelle quali trascrivere la propria visione del mondo, lo stato d’animo, le intenzioni, la cultura, il vissuto, insomma uno stile personale, soggettivizzando inequivocabilmente il risultato finale.

Secondo Barthes, quando si dice che la fotografia è un linguaggio si dice qualcosa di vero e falso al tempo stesso: falso in senso letterale, poiché l’immagine fotografica è analogica rispetto a ciò che rappresenta, e dunque non comporta nessuna unità elementare discontinua che si possa chiamare segno; vero, nella misura in cui nella fotografia sono soprattutto la composizione e lo stile a funzionare come un linguaggio. Lo stile ci dice così di una specificità del segno fotografico che non appartiene alla dimensione della denotazione, bensì a quella della connotazione. In questo senso, lo stile come linguaggio proprio della fotografia mette innanzi tutto in gioco la problematica della soggettività”.(Patrizia Calefato / scienze e tecnologie della moda /fotografia - Camera lucida: note sulla fotografia - Testo di lettura per gli studenti del corso in Cinema, fotografia e televisione- )

Al pari di ogni altra forma di scrittura, la fotografia è quindi un linguaggio con spiccate diversità grafologiche legate alla presenza di un autore, del suo intelletto e della sua personale emotività che invoca il diritto alla soggettività, unico mezzo per articolare un discorso per immagini fatto di rimandi, metafore, allusioni nel quale, come asserisce Wim Wenders, “c’è la presenza di chi viene fotografato e di chi sceglie l’inquadratura e scatta”.

Tanto è vero che basta sfogliare i giornali illustrati o i libri di fotografia dell’editoria specializzata per rilevare, con un’occhiata anche superficiale, le notevoli differenze e quindi le marcate soggettivazioni, del linguaggio espressivo dei più noti fotografi contemporanei, sia che si occupino di cronaca, di divulgazione, o anche di moda, di pubblicità o di attualità, sia che privilegino il significato storico, contenutistico o documentaristico oppure ricerchino risultati apertamente estetizzanti, e capire quante e diverse possano essere le articolazioni di un linguaggio che non si può riduttivamente definire solamente tecnico perché utilizza una macchina fotografica anziché pennelli e scalpello: si tratta di un modo comunicativo visivo che si avvale, come la pittura e il disegno, di un alfabeto basico decodificabile secondo diversi livelli di lettura utilizzando codici visivi - linee, colori, luci, ombre, spazio, volume, composizione e regole conseguenti (simmetria, irregolarità, direzionalità ecc) - che superano, a differenza di altre forme di comunicazione come ad esempio il linguaggio scritto e parlato, ogni differenza linguistica e culturale e realizzano con il fruitore un contatto diretto ed immediato.

Gianmarco Chieregato, uno dei più noti fotografi italiani, che in un’intervista si definisce ‘un istintivo’ e che si occupa soprattutto di persone, così scrive del suo modo di fare fotografia …… continua >>>>>>

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Pubblicato il domenica 14 maggio 2006 in: Linguaggi dell'arte moderna

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