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Arte e psiche

Francesco Vaccarone

A cura di arch. Vilma Torselli

Pubblicato il 13/06/2006

Relazione di Francesco Vaccarone in occasione del convegno tenutosi a Pisa il 3 giugno 2006 sul tema "TRASCRIVERE L'INCONSCIO - Psicoanalisi e Arte"

OCCULTARE  E  DISVELARE CON L’IMMAGINE
di Francesco Vaccarone

 

Il contributo che mi propongo di dare a questo incontro non può che essere del tutto soggettivo scaturendo soltanto da riflessioni sulla mia personale esperienza creativa e non disponendo di strumenti né sul piano psicoanalitico né su quello della neurofisiologia.
Proverò a raccontarvi brevemente ciò che mi pare che accada al mio lavoro a cui mi dedico ormai da cinquant’anni ed a cui ogni volta, nel momento in cui mi accingo ad individuarne ed a valutarne gli esiti, mi ritrovo a dare una lettura spesso diversa.
Ho intitolato questo mio intervento “Occultare e disvelare con l’immagine” perché questo dialettico alternarsi, che nel mio percorso creativo non è mai intenzionale, riappare nel momento in cui guardando le mie opere( siano disegni o dipinti, o sculture o acqueforti) emerge in modo nuovo ciò che a me stesso ho occultato e disvelato: come una forma di inconsapevole autoanalisi che varia costantemente nel tempo con il mutare del mio comportamento percettivo.


A questo scopo mostrerò più avanti alcune immagini tentando una mia lettura.
Devo dire che ripercorrendo le mie stagioni creative ho imparato a riconoscere due piani: uno determinato da un nucleo soggettivo che tende costantemente ad imporsi e l’altro che è conseguente all’estendersi ed al modificarsi di simboli e metafore che sono in stretta relazione con i fenomeni culturali e sociali delle mie esperienze.
Mentre nell’ambito in cui si esprime il nucleo soggettivo sono prevalenti sia l’intuizione che l’elaborazione per immagini, nell’altro piano è preponderante un’elaborazione per concetti.
Nel mio lavoro, che scaturisce da una vocazione non scelta, ho avvertito fin dall’adolescenza un’istintiva energia che richiedeva di dar vita ad immagini e la costante che ho sempre rilevato, allora come oggi, è, fin dall’inizio di ogni avventura creativa,l’imporsi di un forte distacco dalla realtà.
Cerco di spiegarmi meglio.
La creatività, per potersi esprimere, abbisogna di strumenti tecnici che non sono mai neutri, sono il linguaggio.
Sia che ti appresti a realizzare un disegno, un’acquaforte, un dipinto, hai di fronte uno spazio in cui ti esprimerai non per concetti ma per linee, segni, forme, colori.
Pensi,in sostanza,per immagini.
Lo spazio che tu hai scelto, piccolo o grande che sia, è destinato a divenire la metafora del tuo spazio poetico, fisico, storico, metafisico, fantastico.
Lì si rivelerà progressivamente nel suo farsi il sé mentale e corporeo di chi crea l’immagine, il suo essere nel mondo.
Ed avverti che tra te e ciò che stai creando sta nascendo un colloquio, un’intensa reciprocità : tu guardi l’immagine, l’immagine guarda te.
Questo rapporto può durare a lungo o può interrompersi repentinamente.
A me è stato necessario molto tempo, molti anni perché questa relazione divenisse “controllabile”.

Devi imparare ad ascoltarti, a fare in modo che le tue immagini, che nascono misteriosamente come dal nulla, talvolta quasi già “pronte”, a volte come accenni, come suggerimenti che matureranno con il tempo - con il loro tempo - maturino dentro di te nel loro progressivo farsi.
Si toglie così mano a mano il velo a ciò che si era manifestato in modo nascosto, misterioso, occulto appunto.
Questa maturazione avviene anch’essa per il tramite di prefigurazioni tecniche delle successive fasi di ciò che stai creando, non per un percorso razionale ma intuitivo.
Questo “colloquio” che produce, ogni volta, inizialmente una sorta di distacco tra te e la realtà, tra te e ciò che è stato fonte di ispirazione, ristabilisce, in corso d’opera, un ritorno, una sorta di identificazione tra te e ciò che si rivela di quella realtà grazie all’immagine che stai creando.
Il rapporto con quella realtà è mutato, è divenuto più articolato, più ricco.

In questo “Omaggio a Dante” del 1965 (olio su faesite,1965,cm.130x120), che nasceva dal clima generato in quegli anni dalla rappresentazione di un dramma dal titolo “Il Vicario” del tedesco Rolf Hochhuth nel dar vita ad un’analogia tra Papa Pacelli e Celestino V punito da Dante tra gli ignavi(che fece per viltà il gran rifiuto) e pungolato da vespe per la legge del contrappasso, collocavo in alto a sinistra il collage di una fotografia tristemente nota che riprende una fila di ebrei che procedono ignari verso una camera a gas.
I corpi nudi nell’Antinferno dantesco con la carica di orpelli simboli del potere, la tiara, la decorazione da legionario romano del re Vittorio Emanuele erano responsabili in questo dipinto di non aver ostacolato il disegno nazista in cui povere persone ignare venivano usate come mezzi da usare e non come fini a cui tendere.
Questo tema del corpo altrui usato e calpestato ritornerà spesso nel mio lavoro e progressivamente nel tempo i simboli lasceranno spazio alle metafore.
Questo dipinto del 1986, "Forme" (olio su tela,1986,cm.160x130), quindi di oltre 20 anni dopo, nacque sfogliando una rivista del tempo, Panorama, in cui appariva una fotografia a tutta pagina dedicata ad un concorso di bellezza di Miss Italia.
Questa immagine mi rimandò a quella degli ebrei che stanno entrando ignari nella camera a gas : anche qui i corpi mi apparivano povere cose da consumare. In quel periodo, avendo un secondo studio a Milano, frequentavo il mondo delle modelle di alta moda e conoscevo da vicino la loro cultura interamente impegnata a piacere agli altri più che a se stesse, causa spesso di forti disturbi della personalità e di anoressie.
Questo dipinto fu esposto per la prima volta in una mia mostra antologica al castello di Lerici e mi accadde una cosa curiosa: pur non essendoci cenno né nel catalogo curato da Carlo Ludovico Ragghianti né in alcun articolo sulla mostra circa la sua origine “ispirativa” , mi arrivarono cinque cartoline di due diverse tipologie raffiguranti nudi di donna in “batteria” che conservo ancora e che vi mostro (Due cartoline postali del 1986) in cui i visitatori (una di loro spagnola e da me completamente sconosciuta) mi scrivevano pensieri diversi che facevano riferimento al dipinto “Forme”.
In quella della visitatrice spagnola stava scritto: “Questa deve essere consegnata a Francesco Vaccarone : Caro Francesco, ho trovato una fedele “riproduzione” di una delle tue “FORME”.Complimenti,Baci a tutti dalla meravigliosa Minorca, Alda."
L’occulto, l’immagine assolutamente priva di simboli immediatamente leggibili o di analogie descrittive, era divenuto leggibile.
In questo caso come in molti altri, se non fossi sospettoso verso ogni definizione o schema, mi verrebbe da pensare ad un comune sentire che può riconoscersi anche in procedimenti immaginativi che appartengono molto più all’astrazione che non ad un linguaggio più esplicitamente rappresentativo.
Questo tema della “forma” che diventa “sagoma” è presente in gran parte dei miei lavori; la dialettica della destrutturazione e della ristrutturazione ha accompagnato gran parte delle mie immagini, occultando e disvelando credo mie personali cadute e rinnovamenti nel processo delle contraddizioni che segna la vita di ciascuno di noi.
Tra i temi preceduti da impulsi, emozioni fornitimi dall’esperienza, hanno avuto importanza nel mio lavoro quelli legati al mare, al mio paesaggio dove è cresciuta e si è maturata la mia percezione dello spazio.
Il dipinto che ora vi mostro, "Gabbiano morente sulla spiaggia" (olio su tela,1973, cm.100x100), è degli inizi degli anni ’70.Trovai sulla spiaggia, a Monterosso nelle Cinqueterre, al tramonto di una giornata d’agosto, un giovane gabbiano morente, impigliato in fili di njlon e tutto sporco di catrame.Lo liberai dai fili, lo pulii e guardai come se la cavava. Dopo pochi passi incerti, ancora malfermo si voltò a guardarmi e tentò il volo, che gli riuscì.
Soltanto molto tempo dopo ho compreso che la struttura di questa immagine era simile a quella di miei calvari e crocifissioni ed avevo così operato un’inconsapevole analogia tra la violenza alla natura e la violenza all’uomo in cui la natura(in questo caso il gabbiano) viveva dopo il calvario la liberazione attraverso la resurrezione.
La linea dell’orizzonte, archetipo naturalmente onnipresente nella mia concezione dello spazio formatasi nel mare, è costantemente sezione aurea delle opere dedicate al mio golfo dove sia nel notturno che nel tramonto del 2005, "Notturno nel Golfo dei Poeti" (olio su tela,2004,cm.107x107) e "Tramonto nel Golfo dei Poeti" (olio su tela,2004,cm.107x107), mi sono accorto che i contorni delle forme umane di miei “antichi” incontri del 1973 "Incontro" (olio su tela,1973,cm.100x100), vanno a definire le tracce che l’uomo lascia sul mare solcandolo. Sono tracce antropomorfiche e metaforiche nel senso che possiamo attribuire alla traccia che lascia ogni nostro comportamento nel nostro vivere nel mondo.
Tracce, forme, brandelli di forme che ritrovo in un altro mio ciclo di lavori degli anni ’70 che sono i “clochards”.
Raccontarne rapidamente la genesi può essere utile per osservare come anche nella creatività si presentino “ritorni” di emozioni e di esiti formali.
Da ragazzo, avevo poco più di 17 anni, a Londra ed a Parigi, è proprio nelle metrò che, per la prima volta, ho visto i barboni, i clochards.
Per me che venivo da una piccola provincia, dove i poveri erano allora in qualche modo adottati dalla comunità, incontrare tanti giovani e meno giovani che vivevano ai margini della società trovando riparo nelle metrò fu un’esperienza forte.

 

Realizzai sia a Londra che a Parigi molti disegni sul mondo dei clochard, disegni che conservo ancora, datati appunto 1957 e di cui vi mostro ora due soggetti, due disegni sul tema dei Clochard,1957,cm 28x20.

Molti anni dopo, nel 1972, vidi alla televisione un servizio molto toccante sul fenomeno dei clochard in Europa che stava assumendo proporzioni considerevoli.
Ritornai con la memoria alle forti emozioni delle mie lontane esperienze.
Ripresi in mano la cartella con quei disegni e realizzai nuovi disegni, bozzetti, acqueforti e dipinti su questi temi dove in uno scenario apparentemente razionale fatto di muri e corridoi vivono queste forme fisicamente e mentalmente destrutturate.
All’inizio erano ispirate a forme greche cadute, poi, mano a mano che lavoravo su questo tema, a brandelli di forme umane che tentano di riaggregarsi, di ristrutturarsi: "Clochard" (olio su tela,1975,cm.70x50)

Ogni dipinto è un’autobiografia anche se mascherata. E questo cicli di dipinti ha segnato per me, l’ho compreso col tempo, la metafora di un’identificazione mentale con il personaggio del clochard di cui ho sempre avvertito, accanto alla disperazione ed alla reale emarginazione, il fascino di una scelta di vita anarchica che rifiuta non di rado deliberatamente la tecnica dei rapporti umani, sociali, culturali della nostra civiltà che si nutre appunto di aggressività e di reciproche emarginazioni.
Di pochi anni dopo, fine anni ’70 inizi anni ’80,  i “Letti matrimoniali”, 1977, (olio su tela,cm.130x160), simboli di una dimensione in cui le figure sono compresse,  in cui i corpi e le loro emozioni possono drammaticamente usurarsi fino a rendere questo spazio così arido ed ibernato da divenire memoria di un rapporto che sempre più spesso appare esistere soltanto nella sua apparenza convenzionale.
I tagli, le ferite dei clochards, andavano ad abitare i letti matrimoniali. Una lettura tutta maschile di questo spazio esistenziale come mi sono accorto alcuni anni dopo, rendendomi conto che questi letti avevano la forma di falli recisi nella parte alta, nascosta, mascherata, occultata dalla parvenza dei guanciali.

Le Vostre Opinioni

Cosa ne pensi...

Opinione postata il 2006-12-11 21:49:42
comlimenti sia per le opere che per le teorie introspettive.dipingo anch,io e lavorando,assorbo e modifico la realta'.se vuole puo' vedere i quadri su www.quadriolio.it
  • Oggetto: vaccarone francesco - Utente : fausta da caltanissetta

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