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Il concetto di arte moderna

Architettura ad Arte

A cura di arch. Vilma Torselli

Pubblicato il 20/11/2006

Architettura e Arte, due entità creative e culturali, due linguaggi del contemporaneo in grado di influenzarsi reciprocamente, coesistere ed interagire, in una fusione in cui l’unica vera dominatrice è l’immagine. Articolo di Piero Tomassoni.

foto intervento

Mettendo in rapporto le due entità creative e culturali dell’arte e dell’architettura è lecito chiedersi se e quando l’una si fonde con l’altra, qual è il frutto della loro interazione, e come esse possano influenzarsi a vicenda.

Ecco i quesiti che hanno sollecitato la mente di un giovane architetto di Foligno, Emanuele De Donno, e che lo hanno spinto a progettare e realizzare un convegno che potesse chiarire, attraverso gli interventi di alcuni “addetti ai lavori” di entrambe le parti, quale fosse il rapporto tra questi due linguaggi del contemporaneo, e come esso si realizzasse all’interno della regione Umbria, e nel resto del mondo.

 

L’articolo che segue vuol essere una riflessione sia puntuale, sull’evento specifico, sia generale, sul  rapporto bidirezionale  che lega arte e architettura, o architettura e arte, senza pretestuose priorità, per fare il punto sulla reciprocità tra due discipline che da sempre si confrontano, si respingono e si attraggono e che oggi più che in passato cercano di ricomporsi come le due metà di un discorso interrotto.
Per usare parole di Angela Vettese, “Separate alla nascita, arte visiva e architettura sono gemelle per molti versi identiche. Il loro seme comune è progettare un pensiero visualizzato, anche se la realizzazione si prevede in  calcestruzzo, in mosaico o attraverso un poster.

 

La giornata di lavori di Venerdì 14 Ottobre 2005, che ha avuto come scenario la splendida Rocca Albornoziana di Spoleto, è stata articolata nelle due sessioni tematiche simmetriche "Arte ad architettura" e " Architettura ad arte" , come segno del reciproco scambio di influenze e idee. Architetti, urbanisti e paesaggisti sono stati chiamati a esporre le proprie opinioni in merito a quanto il loro lavoro sia influenzato dall’arte figurativa, mentre alcuni artisti e critici d’arte hanno illustrato come spesso la figurazione plastica o pittorica si vada ad inserire in un contesto architettonico e come le correnti che riguardano arte ed architettura possano dialogare e prendere spunti l’una dall’altra.

L’incontro si è rivelato un bellissimo viaggio all’interno di questi due ambiti attraverso i rispettivi protagonisti, e un notevole arricchimento per chiunque abbia avuto il piacere di assistervi.

Di particolare rilievo sono stati gli interventi degli architetti Alberto Zanmatti, Alessandro Villari e Giacomo Pirazzoli; dei critici e storici dell’arte Bruno Corà,  Italo Tomassoni e Bruno Toscano; e degli artisti Nicola Carrino, Mauro Staccioli e Nino Caruso. Per imprevisti non sono potuti essere presenti i maestri Getulio Alviani e Luca Maria Patella; quest’ultimo è comunque intervenuto attraverso un suo film del ‘67, che ha definito come un progetto di “proto land-art”, proprio perché anticipava le tematiche di questo tipo di linguaggio, caratterizzato dallo stretto contatto tra artista e natura, che si sarebbe sviluppato in modo particolare in quel periodo e negli anni successivi.

 

L’interazione che il land-artista aveva con gli elementi del paesaggio (roccia, terra, acqua…), testimoniata attraverso foto o filmati, costituiva l’opera stessa.

Un fortissimo segnale che l’arte stesse cominciando a scavalcare ogni confine in direzioni sempre nuove, non riuscendo a rimanere nei luoghi dov’era sempre stata limitata, fu dato proprio a Foligno, nel 1967, con la mostra “Lo Spazio dell’Immagine” (per la realizzazione della quale molto del merito va all’architetto Lanfranco Radi) che, attraverso l’analisi dello spazio, dette il via appunto a questo rapporto tra arte ed architettura.

Gli artisti cominceranno da allora a relazionarsi in modo diverso con l’ambiente e produrranno opere appositamente concepite e realizzate in rapporto al sito/territorio dove sarebbero andate ad inserirsi. Gli aspetti estetico e urbanistico poi, non saranno i soli a essere considerati dall’artista, che infatti si preoccuperà molto dell’aspetto tecnico, cercando anche di sfruttare i supporti materiali forniti dal contesto industriale.

L’architetto invece alla fine degli anni Sessanta smise di avere come unico criterio quello della funzionalità (e razionalità), e cominciò ad includere nelle sue opere degli elementi simbolici ed espressivi. Questo processo porterà ad una revisione di tutti i canoni della tradizione del moderno, e si iniziarono a tracciare i contorni di quello che sarà definito come post-modern, cioè un andare oltre la modernità, ma non in una direzione evolutiva, bensì alternativa.

Attraverso i movimenti del Minimalismo, governato da regole di semplicità e elementi standard come un cubo o un parallelepipedo (vedi le opere di artisti come Sol Lewitt e Donald Judd e i progetti dell’architetto giapponese Tadao Ando), e della Pop Art, che farà sì che anche l’approccio all’architettura sia fantastico e libero da schemi o principi predefiniti, si arriverà negli anni ’80 al decostruttivismo (o decostruzionismo). Questo movimento ebbe il suo riconoscimento ufficiale nel 1988 al MoMA di New York con la mostra Deconstructivist Architecture e segnò una grande svolta, con un rovesciamento della prospettiva dell’architettura: non si partirà più dalla funzione intorno alla quale è necessario costruire il progetto, ma un progetto creativo al quale dare un’utilità. L’architetto diventa allora artista, e introduce nella sua opera elementi di spettacolarità e comunicazione (basti pensare ai media-buildings di Las Vegas e di Times Square), attuando una fusione tra i linguaggi, in cui l’unica vera dominatrice è l’immagine.

 

Piero Tomassoni

 

                                                                                                                                

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