A cura di arch. Vilma Torselli
Pubblicato il 18/04/2007
"La percezione dei sottintesi enigmatici dell'oggetto libera fantasmi nascosti in esso, che kafkianamente occhieggiano e avanzano verso di noi ... oppure affranca dalla loro materialità il contenuto fantastico delle cose più semplici e dimenticate nella mente." (Ave Appiano)
L'ultima frontiera dell'arte moderna e di molta architettura contemporanea sembra identificarsi in una serie di termini di significato convergente che, dai primi decenni del '900, percorrono trasversalmente tutte le discipline visive: sono ri-uso, recupero, riciclaggio, degli oggetti, ma anche delle immagini e delle idee, in una poetica dello scarto di matrice apparentemente popolare, in realtà meditatamente intellettualistica, secondo il concetto che ovunque, anche negli ambiti più squallidi ed ignobili, nei rifiuti e negli scarti si possa trovare una nuova forma di bello estetico in grado di contrapporsi alle definizioni culturali ufficiali: il risultato è che mai come oggi il brutto, il reietto, la dissonanza, lo stridore, la deformazione sono divenuti sinonimi della vera bellezza artistica .
Il DNA del ri-uso va ricercato nell'opera di Marcel Duchamp, che compie sull'oggetto un'operazione di spostamento del significato oggettivo, con conseguente attribuzione di nuova identità ed inventa il ready-made, opera realizzata con oggetti reali e quotidiani,"già pronti all'uso" (l 'orinatoio, la ruota di bicicletta rovesciata in alto, l'attacapanni messo sul pavimento, l'asciugabottiglie, ... ), oggetti anestetici o di netta antiesteticità, rivisitati e ricomposti per finalità altre dalle loro originali.
Con Duchamp, l'opera d’arte cessa di essere il risultato di una attività intellettuale e manuale consapevole, coltivata e ben finalizzata, dopo di lui varrà il concetto che opera d’arte può essere qualsiasi cosa, ed implicitamente, che nulla è arte, ma soprattutto si capirà che l'arte non può separarsi dalla vita reale.
Molti i filoni innestati sul tema del ri-uso, all'interno di un vasto ambito espressivo in cui l'uomo si confronta con sé stesso e con la sua parte più oscura. Linguaggio della quantità che non indugia in valutazioni vuotamente estetiche, indifferente alla possibilità di produrre ex novo un oggetto artistico o una forma architettonica, il riuso attiva la capacità di scegliere tra ciò che già esiste, celebra l'apoteosi del minimalismo, denuncia un sistema evolutivo che produce oggetti o spazi non più in funzione di reali necessità, ma del delirio consumistico di una società che chiede di chiedere e, soprattutto, è, o vuol essere, un approccio "morale" agli inconvenienti della surmodernité..... >>>continua