LA RIVA PIU’ DISTANTE
“L’apprezzamento dell’arte è un vero matrimonio
dei sensi. E come in un matrimonio, se non
viene consumato si giunge all’annullamento.”
Mark Rothko
Le cose non sono state create per la pittura. E il vedere è sempre più antico e originario di ciò che è visto. L’oceanica distanza che si stende fra di loro è colmabile solo per via di convenzioni e artifici. L’unico sguardo che rispetta e custodisce questa distanza, esponendola, è quello dell’artista.
Conviene dire subito che la pittura di Karl Stengel rinuncia alla presa sulla realtà, perché la realtà è troppo al di qua rispetto al gesto pittorico, alla sua balenante velocità cognitiva. Tuttavia forse proprio per questo vi si scorge sempre qualcosa di profondo e basilare, una qualità che pare celata nel cuore del dipinto, ma che dà parimenti l’impressione di una pulsante vita spirituale, di una presenza che sboccia dinanzi a noi, di una rivelazione davanti ai nostri occhi. Questa qualità, a chi voglia darle un nome, riconduce non ad una cosa, ma ad una relazione: lo scambio attivo fra opera e fruitore. Il quadro, insomma, chiama l’osservatore, lo trae dentro di sé in un’esperienza attiva e completa, di cui tuttavia non è mai semplice parlare. E’ il pittore stesso ad ammettere l’impossibilità dell’interpretazione, giacché in primo piano, in ogni suo quadro, è sempre il gesto formante che incontra l’atto dell’esperire, una fusione sensoriale che è al di là del linguaggio verbale.
Esiste, infatti, qualcosa di più intimo nel modo in cui l’artista si pone non tanto davanti all’opera, quanto davanti al mondo, al flusso dell’esistente, un qualcosa che passa attraverso una singolare condizione spirituale che potremmo definire di ascolto e che coincide con la disponibilità e l’apertura a far scaturire ciò che altrimenti non sarebbe o che ancora ha da essere (e quindi ciò che solo nell’arte trova il suo proprio modo di essere). Del resto Stengel non nasconde di voler conferire alla pittura la stessa forza di penetrazione della musica o della letteratura.
L’ascolto è, naturalmente, quello del proprio essere, della propria interiorità ed ha a che fare con il porre la coscienza individuale davanti a se stessa. Ciò equivale, in pittura, ad un ritorno dell’interiorità e della consapevolezza nel nostro rapporto col mondo, ad un ripristino di quel senso del sé senza il quale non può sussistere alcun senso della realtà.
È esattamente qui che scaturisce, in Stengel, l’istanza di ritessere la trama del dialogo col reale che del resto caratterizza gli esiti più forti del linguaggio informale dell’ultimo Novecento. Che cosa significa, infatti, “porre la coscienza dinanzi a se stessa” se non abolire il filtro della mediazione tecnologica per rimettere in discussione il rapporto che lega realtà e rappresentazione ? Il gesto antinaturalistico non significa più solo prescindere dall’imitazione del mondo sensibile, ma ripensare - e forse perfino ripercorrere per altra via - i processi attraverso i quali quel mondo arriva oggi ad essere sensibile (e quindi anche imitabile o, come si dice oggi, simulabile). Il gesto antinaturalistico sembra insomma procedere dal presupposto nietzscheano che noi non abitiamo il mondo, ma solo rappresentazioni di esso e che quindi il nostro pensiero di esseri umani risulta adeguato e conforme non al mondo in sé, ma a quelle rappresentazioni.
L’inquietudine che allora coglie l’osservatore di un’opera informale non è legata tanto ad una mancata comprensione dei suoi codici espressivi, ma all’intuizione inconscia che quell’opera possa avere un senso. Ciò mette in crisi il tradizionale rapporto di specularità fra realtà e rappresentazione a cui siamo soggetti, inserendovi un elemento incongruo, un “qualcosa” che non quadra. La pittura è per Stengel il modo in cui questo “qualcosa” si affaccia ed entra nel mondo. Come chiamare questa cosa che non ha nome ? Potremmo chiamarla in molti modi. Io preferisco chiamarla autenticità : autenticità dell’esperienza o dell’esistere, che tuttavia non può che compiersi, per l’artista come per l’osservatore, nel mondo, non fuori di esso, in quello stesso mondo che la rende ogni giorno più mediata, vicaria, virtuale e che proprio per questo ne sancisce l’inestinguibile finitezza. Ma questa autenticità dell’esistere riporta nella vita di ognuno l’avventura, ad un tempo meditante e confidente, verso la riva più distante.
arch. Vilma Torselli









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