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Un quadro alla settimana

Candida Ferrari, "Segrete trame"

A cura di arch. Vilma Torselli

Pubblicato il 04/11/2007

"una intrigante relazione tra luce, materia, colore, spazio e segno", nelle opere di un'artista "che lavora con la luce. ".


            Candida Ferrari, "Segrete trame", installazione, 2007, tessuto, plexiglas, colori acrilici

 

L’installazione di Candida Ferrari rappresenta una sintesi di delicato equilibrio tra pittura e scultura, tra morbidezza e forza, tra matericità e lievità, tra rigidità e flessibilità, con un'attenzione sensibile e raffinata verso  i valori anche tattili dei materiali ed una capacità del tutto peculiare nell’integrare in un discorso trasversale, omogeneo e  complesso, spunti diversi e distanti (“i lavori di Ferrari, al di là di come si presentano alla vista, ora come quadri, ora come sculture, ora come installazioni, esprimono tutti un’essenza, un fondamento…. “scrive di lei Giorgio Bonomi).

 

Uno dei  materiali usati per realizzare questa installazione rappresenta, nell’ambito della vasta produzione di Candida Ferrari,  una nuova sperimentazione, poiché non è mai stato impiegato prima dall’artista: si tratta del tessuto, qui utilizzato soprattutto   per una puntuale  rispondenza al tema della mostra, ispirata al tessile (si tratta infatti della XVII edizione di Miniartextil).
Gli altri materiali sono ormai cifra fondamentale nella produzione artistica di Candida Ferrari, sono principalmente  il plexiglas e l’acetato (è solita usare anche pvc, gomma, rame, foglia d’oro, bitume) unitamente ai colori acrilici, sempre e solo due le marche impiegate, una per i colori, l’altra per il bianco.

 

Nel complesso, quest’opera risulta fortemente rappresentativa di quello che, negli anni, si è connotato come lo “stile” di Candida Ferrari, (“le opere di Candida sono “dipinte” di “trasparenza”, scrive ancora Giorgio Bonomi), uno stile che vuole affermarsi, per dichiarazione esplicita dell’interessata e per necessità di un’adesione totale  persino ai materiali del nostro tempo, inequivocabilmente “moderno”, come moderno è il materiale plastico impiegato, un materiale che, dice Candida Ferrari “ha interpretato il nostro secolo: lo odiamo, ma non possiamo farne a meno”: è questo il motivo per il quale l’artista lo preferisce al vetro, da sempre identificato come il simbolo stesso della trasparenza.

 

Ma non inganni l’impalpabile leggerezza delle luci, la lievità dei volumi attraversati dal colore, la flessuosità delle forme morbidamente  avvolgenti: dietro tutto ciò c’è un sofferto corpo a corpo tra anima e materia, la lotta dell'idea che "cova in fondo - dice Candida Ferrari - e cerca faticosamente di passare dalla testa alle mani", il lavoro attento e rigoroso di una fucina delle idee, in cui il plexiglas viene piegato e curvato con la fiamma, senza l’ausilio di alcun stampo che ne faciliti la lavorazione, tagliato e sagomato  a caldo, domato dalla  mano ferma e forte di una donna del nostro tempo che ci insegna come il confronto senza mediazioni con ogni materia  sia un passo fondamentale per arrivare al massimo dell’astrazione,  alla luce, l’immateriale per eccellenza, che attraverso il colore, attraverso gli spazi dilatati dalla trasparenza del supporto, sublima la materia fino a farne testimonianza dell’invisibile.

 

Note biografiche:
Nata a Parma, Candida Ferrari fin dagli anni della formazione accademica ha instaurato un profondo rapporto con Milano. Allieva di Guido Ballo sente vicino al suo ancor sconosciuto percorso, Atanasio Soldati su cui svolge la tesi. Inizia l'indagine cromatica e geometrica nella suggestione malevitchiana e con lo sguardo rivolto a Kandisky e al Bauhaus. Aderisce ai movimenti di Arte Concettuale e Cinetica dell'area milanese negli anni '70 proponendo il suo pensiero nel panorama culturale di Parma, molto attiva in quegli anni fra teatri di ricerca e gallerie attente ai nuovi passaggi artistici. Nel 1983 Candida Ferrari propone gestualità essenziali nel calco invisibile del plexiglas, evidenziati dal curatore Roberto Tassi, come scelte senza ritorno propositive di una riorganizzazione del percorso svolto. Gianni Cavazzini attento osservatore al lavoro dell'artista, scandisce per fasi creative la relazione tra il linguaggio scenico e il limite del supporto. In tal senso Candida Ferrari porta la ricerca scenico-cromatica nei confini del bianco e della sua luce. Estraniata dalla tela e proiettata in ambienti urbani caratterizzati storicamente, come lo stadio di Domiziano a Roma e piazza Cesare Battisti di Parma, la luce d'arte di Candida Ferrari è la possibilità per cogliere l'oltre o l'invisibile del luogo attraverso l'immaterialità del media.

 

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