A cura di arch. Vilma Torselli
Pubblicato il 18/11/2007
La disperazione esistenziale, tema dell'opera di Beckmann dopo la tragica esperienza della guerra.
Max Beckmann, "Die Nacht", 1918/19, olio su tela 133 x
Inquadrabile fra gli artisti della Nuova Oggettività (Neue Sachlichkeit), denominazione coniata da Gustav Friedrich Hartlaub, direttore della Kunsthalle di Mannheim dove, nel 1925, si tenne la prima mostra della corrente, Max Beckmann (1884-1950) si colloca, all’interno del gruppo, tra gli artisti di impronta verista, come Otto Dix e Grostz.
Ed infatti, in una lunga polemica con Marc, Bechmann difende i pregi della pittura tradizionale, l’armonia e il realismo della forma, la ricca patinatura della pennellata ad olio “che troviamo in Rembrandt e Cézanne”.
La sua sostanziale tendenza alla figurazione ha inoltre radici nei contatti con il Dadaismo e soprattutto con la pittura italiana contemporanea, realistica o verista, che, come
Ma la vita di Bechmann verrà drammaticamente sovvertita dall’esperienza della guerra, durante la quale fu infermiere al fronte: parallelamente ad un drammatico mutamento psicologico, con un grave esaurimento nervoso che lo porta sull’orlo della pazzia, la sua pittura cambia profondamente, lo spazio della rappresentazione si contrae, il colore si fa acre, il segno duro e compresso, la pennellata rigida e secca.
Come per tutti gli artisti della Neue Sachlichkeit, quella di Beckmann è una oggettività solo apparente, della quale non appaiono chiare le ragioni, più teoriche che reali, se non tenendo conto del suo bisogno di prendere in qualche modo le distanze, per non sprofondare nella follia, dalle proprie angosce interiori e personali, che tuttavia egli trascrive puntualmente sulla tela con i tratti della pura disperazione.
”La notte” è un quadro assolutamente espressionista, permeato di emozione e di umano dolore, nel quale la tragedia rappresentata è pretesto per una sofferta autoanalisi alla quale Beckmann non seppe mai sottrarsi in tutta la sua opera.
Metafora della condizione umana, tragica celebrazione della fallita rivoluzione tedesca del ’19, del brutale assassinio dei marxisti Rosa Luxenburg e Karl Liebknecth, la cruenta rappresentazione raffigura l’eccidio di un rivoluzionario, al centro di una messa in scena movimentata e confusa.
Nel segno calcato e deformato, nella versione cromatica contrastata ed accesa, nel nero che appesantisce i volumi creando ombre lugubri ed irreali, troviamo le tracce di una disperazione esistenziale che nulla ha di oggettivo, un dolore che non può e non vuole essere cosmico, ma solo profondamente ed acutamente personale, quello di un uomo solo e senza via d’uscita.