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Un quadro alla settimana

Georgia O'Keeffe, "Iris nero"

A cura di arch. Vilma Torselli

Pubblicato il 02/12/2007

" Nessuno vede i fiori- realmente - sono troppo piccoli - non abbiamo tempo - e per vedere occorre tempo, come per avere un amico... Così mi sono detta - dipingerò quello che vedo - quello che il fiore è per me, ma lo dipingerò in grande …….." (Georgia O'Keeffe)

Georgia O'Keeffe, "Iris nero", 1926, olio su tela 91,4x75,9 cm (Metropolitan Museum of Art New York)
                                           
 

Georgia O'Keeffe (1887-1986) non appartiene ad un definito movimento artistico, toccando tematiche e stili diversi trasversalmente contaminati dal mutevole clima culturale in cui si svolse il suo lungo iter artistico.
La sua notorietà inizia presto, nel 1916, soprattutto grazie all'appoggio di un marito famoso e potente, il fotografo Alfred Stieglitz, che la fa conoscere come artista e le scatta una infinita, notossima serie di ritratti: il suo stile si allinea, a partire dal '29, anno della storica crisi, con la corrente dei precisionisti, quel Realismo americano che ha in lei, unica rappresentante femminile in un mondo saldamente dominato dal maschilismo, oltre che in Charles Demuth, Charles Sheeler ed Edward Hopper, i suoi massimi interpreti (collocandosi tuttavia Hopper su un piano a sé).
Realizza così una serie di dipinti ispirati all'ambiente urbano irto di svettanti grattacieli, le famose tele con i panorami di Manhattan dal taglio audacemente fotografico, denunciando una tendenza tipica del modernismo americano che riconosce nelle icone della modernità, le macchine, la tecnologia, le fabbriche una sorta di nuova religione, interpretando alla luce del suo background culturale le contemporanee istanze europee.

 

Ma Georgia O'Keeffe non sposa in toto l'adesione al modernismo dei suoi colleghi, cedendo progressivamente ad una personale soggettività venata di lirismo che la spinge ad abbandonare il mondo della produzione e dei consumi per riscoprire i grandi spazi deserti, quelli del Nuovo Messico, dove si trasferisce, recuperando la matrice agreste delle sue origini: il trionfalismo e la monumentalità del suo linguaggio celebrativo che prima si incentrava sulla civiltà delle macchine si sposta sugli sconfinati paesaggi, sulla natura e sulle sue bellezze, che rappresenta in grandiose composizioni o esaperati primi piani.
In uno stile che non ha riferimenti precedenti, Georgia O'Keeffe afferma un discorso che vuol recuperare l'uomo, la sua spiritualità, il rapporto ancestrale con le radici naturali, offrendo agli artisti ed agli uomini, e forse soprattutto alle donne, del suo tempo un'alternativa credibile e possibile al mito della macchina.

 

Categoricamente esclusa la presenza umana, sono la natura, il tempo, i vegetali, gli animali, o giganteschi fiori variopinti e, da ultimo, cieli solcati da nubi, i temi, tutti di chiaro significato simbolico, che la O'Keeffe affronterà sino alla fine della sua lunga vita.
Colto nei suoi caratteri salienti, osservato attraverso un'immaginaria lente di ingrandimento, riprodotto in una visione totalizzante, questo "Iris nero"  è al tempo stesso fortemente naturalistico eppure totalmente interpretato secondo un sentire soggettivo che penetra l'essenza dell'oggetto reso riconoscibile dal solo dettaglio.

 

E proprio l'ingrandimento anomalo, una tecnica che anticipa la Pop Art (si pensi a Warhol e soprattutto a Oldenburg) ed obbliga l'osservatore ad una analisi partecipata di immagini non sempre identificabili al primo sguardo, determina la progressiva astrazione che caratterizza nel tempo sempre più le opere della O'Keeffe, per la quale il segno ed il colore diventano pura espressione di personali stati d'animo, testimonianza di un percorso spirituale che parte dal reale, mai negato, per aspirare all'assoluto.

 

 

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