SEI QUELLO CHE FAI. A Nativity.

Bastava non farlo, Vargas. Un articolo di Stefano Elena.

Da quando ho appreso della nuova posa gastronomica vigente in Giappone, consistente nella consumazione dell’interno di pesci portati in tavola ancora in vita, che continuano per intenderci a boccheggiare mentre le bacchette pseudofalliche attingono con approccio tentacolare a viscere e carni che più fresche non si può, ho creduto che il fatto potesse contribuire a corroborare la teoria secondo la quale l’arte che ci è coetanea (quella “dei giorni nostri”, direbbero i giornalisti d’ufficio) non riesca di fatto, pur provandoci con notevoli picchi di autentico estremismo, a superare in efferatezza la vita e i vizi che la vita comporta, a volte, spesso, frutto di rimuginamenti contorti intenzionati ad accaparrarsi l’inedito merito d’aver scovato il nuovo, bizzarro trend (e in questa disciplina, si sa, i nipponici non hanno rivali).

Ma.

Lo scorso inverno (ne dico ora, in preparato ritardo, perché l’osservanza del metodo sincronico non di rado pilota l’utente verso il plausibile sospetto che la dissertazione abusi del frangente per l’impinguamento dello share) Guillermo Habacuc Vargas, artista 50enne del Costa Rica, ha tenuto presso la galleria “Codice” di Managua la mostra “Eres lo que lees” (“Sei quello che leggi”). La sola opera/installazione ivi esposta era Nativity, un cane randagio prelevato dalla strada e legato privo di viveri in un angolo dello spazio. Gli spettatori era invitati, anzi agli spettatori era proibito dispensare sostentamento alcuno alla creatura, secondo certi (come Leonor Gonzalez, editore del supplemento culturale di “La Prensa”) deceduta pochi giorni dopo l’inaugurazione, secondo altri (come la galleria che ha ospitato l’evento) fuggita in un momento di distrazione dei presenti….. continua>>>>>

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Pubblicato il giovedì 27 marzo 2008 in: Linguaggi dell'arte moderna

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