A cura di Emanuela Badiali
Pubblicato il 03/05/2007
di Hal Blacker
In questa intervista, Rupert Sheldrake, biologo innovativo, parla della
consapevolezza del cosmo. La sua credenza nella possibilità dell'esistenza
degli angeli, o d'intelligenze operanti nell'universo che sono superiori alla
nostra, non è metaforica. Neanche è immersa nella bramosa fantasia che tanto
pervade molta della spiritualità della New Age.
Riassunto: In questa intervista, Rupert Sheldrake, biologo innovativo, parla
della consapevolezza del cosmo. La sua credenza nella possibilità dell’
esistenza degli angeli, o d’intelligenze operanti nell’universo che sono
superiori alla nostra, non è metaforica però neppure immersa nella bramosa
fantasia che tanto pervade molta della spiritualità New Age.
Un incontro tra l’immaginazione e l’indagine razionale
Ho incontrato Rupert Sheldrake, pioniere nel campo della biologia, la notte in
cui insieme al teologo Matthew Fox, festeggiava la pubblicazione della loro
nuova raccolta di dialoghi, The Physics of Angels. Sapevo che Sheldrake non
aveva avuto paura di sfidare l’ortodossia entrando in quei regni di pensiero
usualmente evitati da altri scienziati. Ex membro del gruppo di ricerca della
Royal Society, ex direttore di studi in biochimica e biologia della cellula
presso il Clare College, all’università di Cambridge, il suo lavoro meno
ortodosso non è facilmente congedabile, nemmeno da parte dei suoi pari più
tradizionali. Il suo primo libro autorevole, il controverso A New Science of
Life, pubblicato nel 1981, fu nominato dalla eminente testata scientifica
Nature “il miglior candidato da bruciare come non se ne vedeva da anni”, ma
allo stesso tempo acclamato dall’ugualmente ben rispettato New Scientist come
“un’importante indagine scientifica sulla natura della biologia e della
fisica”. Da allora in poi, il suo lavoro divenne degno di nota, per l’impegno
rivoluzionario nel promuovere una consapevolezza dell’intelligente e vitale
qualità di ciò che spesso visioniamo come “natura bruta”, per il tentativo di
sanare la separazione cartesiana tra il fisico e il mentale, e per la capacità
di attraversare avventurosamente il ben vigilato confine tra il mondo della
scienza e quello della spiritualità. Mi chiedevo, anche, quanto uno scienziato
possa avventurarsi, prima di aver propriamente abbandonato il legittimo dominio
della scienza. Angeli? Sicuramente questa vuol essere una metafora bizzarra per
qualcosa di più razionale, più in linea con la modernità, più, insomma,
materiale.
Parlare con Sheldrake mi ha mostrato che, in parte, mi sbagliavo. La sua
credenza nella possibilità dell’esistenza degli angeli, o d’intelligenze
operanti nell’universo che sono superiori alla nostra, non è metaforica.
Neanche è immersa nella bramosa fantasia che tanto pervade molta della
spiritualità della New Age. Piuttosto, è l’ultima esplorazione di un pensatore
visionario che non ha paura di correre l’alto rischio che si manifesta entrando
nel territorio dello sconosciuto.
Nella nostra conversazione Rupert Sheldrake si è rivelato non solo uno
scienziato innovativo, ma anche un uomo di vasta erudizione in molti altri
campi del sapere, la cui indagine scientifica e filosofica è alimentata da un
appassionato interesse verso tutti gli aspetti della vita. Mentre alcune delle
sue teorie possono sembrare più fantasiose che fattive, in grado di andare
oltre la linea tra la scienza e la fantascienza, parlare con lui è stato un
viaggio d’espansione della mente, che mi ha, qualche notte dopo, portato a
guardar fisso un cielo stellato e a chiedermi, a dispetto di me stesso, se ci
fosse qualcuno o qualcosa che a sua volta mi stesse fissando. E, più rilevante
per la nostra indagine della relazione tra l’esplorazione scientifica e l’
illuminazione, Rupert Sheldrake ha mostrato una qualità che è rara in un uomo
della sua intelligenza e vastità di conoscenza - una diffusa umiltà e rispetto
per ciò che non è conosciuto e per quello che l’intelletto non giungerà mai ad
afferrare.
Hal Blacker: la prima domanda che voglio farti è, perché angeli? Mi sembra una
cosa piuttosto strana che uno scienziato ne parli.
Rupert Sheldrake: Sono interessato alla riscoperta di un senso della vita
nella natura. Lo sforzo di tutto il mio lavoro è tentare di rompere la visione
meccanicistica di una natura inanimata e morta, una visione che forza l’intera
comprensione della natura nella metafora della macchina. Questa metafora è
molto incentrata sull’uomo. Solo l’uomo produce macchine. Così, considerando la
natura in questo modo si proietta un aspetto dell’attività umana nella totalità
della natura. È una visione della natura veramente limitata e alienante. Fin
dall’inizio, da quando il mio libro A New Science of Life è stato pubblicato,
il mio intento è stato quello di trovare una prospettiva più ampia o un
paradigma per la scienza, che non sia stretto in un’inanimata e meccanicistica
visione delle cose.
Un approccio a questa “prospettiva più ampia” è l’idea dell’intero universo
come organismo vivente. La teoria del Big Bang descrive l’origine dell’universo
come una piccola, indifferenziata, primordiale unità. L’universo poi si espande
e cresce, e nuove forme e strutture vi appaiono. Questo è un organismo che si
evolve, più che una macchina. La vecchia idea della terra come morta è stata
fugata da Gaia, l’idea di una terra viva. La vecchia idea di un universo non
creativo è stata sostituita da quella dell’evoluzione creativa; prima nel regno
delle cose viventi, con Darwin, e ora vediamo che l’intero cosmo è in
evoluzione creativa. Così, se tutto l’universo è vivo, se è un grande
organismo, allora ogni cosa che lo compone è più comprensibile come organismo
che come macchina.
Quindi la prossima questione che sorge è: se l’universo è vivo, se i sistemi
solari sono vivi, se lo sono le galassie, se i pianeti sono vivi, sono anche
coscienti? O sono vivi ma non coscienti, nello stesso modo, per esempio, che un
verme o un batterio possano essere vivi ma non coscienti? E la vita che può
esistere nell’universo è più cosciente di noi? Oppure dobbiamo supporre che è
molto meno cosciente di noi? Siamo veramente gli esseri più intelligenti dell’
universo? Ora, la comune risposta della scienza è, sì. Io penso che questa sia
un’asserzione molto improbabile. Così, se arriviamo all’idea di molte forme di
coscienza, se la galassia ha una vita e una coscienza, allora potrebbe essere
una coscienza ben più grande della nostra in estensione, più grande nelle sue
implicazioni e nel potere, e più grande nella diffusione delle sue attività.
Questa, dal punto di vista della scienza, è un’idea ridicola, perché la scienza
ha cacciato la coscienza da ogni cosa, a parte il cervello.
Ma nella tradizione cristiana, in quella ebraica e in tutte le tradizioni, si
ritrova l’idea di tanti esseri con un livello di coscienza più alto del nostro.
Nella tradizione occidentale sono chiamati angeli. Così nel mio libro con
Matthew Fox, The Physics of Angels, era nostra intenzione esplorare quello che
la tradizione occidentale ha da dirci sugli angeli, e vedere che rilevanza può
avere nell’ambito di una nuova cosmologia.
Il mio interesse è in una nuova visione della scienza dove l’universo è vivo,
e un’esplorazione di ciò che significa prevedere altre forme di coscienza oltre
a questa umana. Se si pensa ad una coscienza divina che abbraccia tutte le
cose, e poi, qui, alla coscienza umana, la visione tradizionale presume molti,
molti altri livelli e specie di coscienza tra le due. Non si balza dalla
coscienza divina a questa umana, con niente in mezzo se non materia bruta.
Hal Blacker: Quanto parli di coscienza intendi consapevolezza di sé?
Rupert Sheldrake: Ritengo che la consapevolezza di sé si espliciti attraverso
la mutua consapevolezza. Non credo che sorga in una dimensione solipsistica di
contemplazione dell’ombelico. “Coscienza” significa letteralmente con shire,
conoscere con o conoscere insieme. Penso che la ragione per cui siamo consci è
perché siamo interconsci in relazione ad altre persone.
La coscienza è condivisa, e non credo che un singolo essere umano, senza il
linguaggio e senza entrare in relazione con altre persone o cose, sarebbe
cosciente. Penso che la coscienza debba essere compresa in relazione con, non
come una sorta di cosa isolata.
Così suppongo che se una galassia è cosciente, la sua coscienza, allora,
dovrebbe dipendere dall’interrelazione con le stelle e i sistema solari, e
anche, probabilmente, dalla sua relazione con altre galassie. Dovrebbe esserci
una specie d’intersoggettività di galassie, una comunione o comunità di
galassie.
Hal Blacker: Quando parli delle galassie o del sole come cosciente, quanto
letteralmente lo intendi?
Rupert Sheldrake: Lo intendo letteralmente, ma è difficile arrivare a
conoscere altre forme di coscienza oltre la propria, e anche quest’ultima è un
mistero. Non so come definire la tua coscienza, meno ancora quella di un cane,
di un gatto o di un uccello. Perfino per quegli organismi che si sa essere vivi
e probabilmente consapevoli, è arduo sondare la vita interiore della loro
coscienza. Ma dal momento che parli una lingua comune alla mia, arrivo ad
immaginare che molto dipenda dalla lingua stessa, come succede per me. Il sole,
probabilmente, non parla la nostra lingua e non ha affatto un linguaggio di
natura umana. E per noi è molto difficile immaginare come può essere una
coscienza che non è formulabile con il linguaggio umano. Penso che la coscienza
del sole sia così al di là di ciò di cui siamo normalmente consapevoli a
proposito di noi stessi, che è estremamente difficile creare un’immagine di che
cosa potrebbe essere.
Penso che dovremmo pensare alla coscienza del sole non solo come impressa nel
sole ma come qualcosa che si estende oltre il sistema solare, così come la
nostra coscienza non è confinata dentro le nostre teste ma si espande a tutto
il mondo percepibile intorno a noi e ci connette con tutto ciò con cui entriamo
in relazione. Così vorrei immaginare la coscienza solare che abbraccia tutto il
sistema solare, e anche la sua relazione con le altre stelle e l’intera
galassia, dato che il sole non è un’unità isolata, come non lo è il sistema
solare. È parte di un organismo più grande, è come una cellula all’interno del
corpo di una galassia.
Hal Blacker: Il professore Huston Smith, che ha scritto parecchio sulla
scienza e la religione, è scettico sull’utilizzo della scienza nell’area della
spiritualità. Dato che la scienza è così dipendente dal metodo sperimentale,
dubita che possa dimostrare l’esistenza o la non esistenza di coscienze
superiori alla nostra, poiché se tali esseri superiori esistessero, non
saremmo, comunque, in grado di costringerli a sottomettersi ai nostri
esperimenti scientifici. Pensi che l’esistenza di esseri con una coscienza più
alta o superiore alla nostra possa essere provata scientificamente?
Rupert Sheldrake: Non sono d’accordo con Huston Smith che il solo modo di
studiare le cose scientificamente sia costringendole a sottomettersi ai nostri
esperimenti, perché, se ciò fosse vero, l’intera astronomia non esisterebbe.
Penso che, in qualche modo, l’enfasi sul metodo sperimentale nella scienza è
fuoriluogo nella sua visione, perché la scienza paradigmatica, la scienza da
cui è nata la rivoluzione scientifica, è l’astronomia, e l’astronomia non è una
scienza sperimentale nel senso d’alterazione delle variabili, di controllo
delle condizioni, e così via. Non possiamo fare esperimenti sulle galassie. Non
possiamo tirare una galassia per vedere da che parte si estende, o fare l’
elettroshock al sistema solare per vedere se sobbalza in un modo particolare. L’
astronomia è una scienza basata sull’osservazione, non sperimentale.
Rispetto alla coscienza delle stelle e dei corpi celesti, penso che siamo
nella stessa posizione dell’astronomia. Non possiamo fare esperimenti sul sole
o sulla galassia, o su altre galassie. Possiamo solo osservarle, e imparare da
ciò che osserviamo. Ma se c’è una coscienza del sole, dovrebbe essere un po’
più facile, perché potrebbe essere qualcosa con cui possiamo interagire.
Dovremmo essere in grado d’interagire con essa attraverso la nostra coscienza
piuttosto che con degli strumenti fisici.
Dall’elettroencefalogramma, dall’elettrocardiogramma e da cose del genere,
potrei imparare molto di ciò che accade nel tuo corpo, tuttavia non potrei
sapere che cosa accade nella tua coscienza. Il solo modo di scoprirlo sarebbe
incontrarti, stare insieme, parlarti, entrare in empatia, o quale che sia.
Quindi, la stessa cosa si dovrebbe applicare alla coscienza del sole o delle
galassie o degli esseri celesti. Se cominciamo a comunicare con loro, lo faremo
attraverso e secondo i significati della nostra stessa coscienza. Questo
ovviamente non è previsto dalla metodologia attuale delle scienze fisiche.
Questo non significa che sarà, per sempre, al di là d’ogni indagine.
Hal Blacker: Suggerisci, quindi, di portare la coscienza nello studio di ciò
che, normalmente, consideriamo la materia inanimata e i sistemi inanimati?
Rupert Sheldrake: Penso che dobbiamo portare la coscienza dentro il nostro
studio della coscienza, e ovviamente, se si presuppone che il sole e le
galassie siano inanimate, l’argomento non viene sollevato. Ma se esploriamo la
possibilità che siano consce allora sorge la possibilità di un’effettiva
comunicazione cosciente con loro. Ora, come questo debba succedere non lo so.
Io stesso non ho iniziato quest’esplorazione, ma se l’avessi fatto, penso che
la prima cosa sarebbe stata guardare a ciò che è stato detto e pensato nelle
tradizioni, sulla relazione degli umani con le stelle. Nella storia delle
religioni e nella mitologia, c’è una notevole quantità di materiale a conferma
dell’idea che gli esseri umani e la coscienza umana siano collegati alle
stelle.
Hal Blacker: Cosa pensi della visione dei neo-darwinisti, come Richard Dawkins
and Stephen Jay Gould, i quali credono che l’evoluzione non abbia uno scopo o
un progetto e sia il risultato del puro caso e della selezione naturale?
Rupert Sheldrake: Penso che il loro sia un atto di fede. Non è
scientificamente dimostrabile che è senza progetto alcuno, è solo il loro
enunciato di partenza. Vogliono credere che è senza uno scopo e un progetto, e
quindi lo affermano. Sono dei materialisti, e come tali, nella loro visione
dell’universo, nella loro filosofia, non c’è posto nell’evoluzione per uno
scopo e un progetto. Possono dedurre che non c’è uno scopo e un progetto, senza
alcun dato o prova d’evidenza, perché ciò segue la premessa sulla quale si
fonda il loro intero mondo filosofico. Penso che siano vincolati nel loro modo
di guardare il mondo, che non si rifà all’osservazione ma al dogma
materialista. Credo che niente nella scienza possa affermare che l’evoluzione
non ha uno scopo o un progetto. Forse non esiste nemmeno la possibilità di
provare scientificamente che ne ha uno. Quello che vediamo è una varietà d’
organismi incredibilmente ben adattati al loro ambiente. Nell’evoluzione
osserviamo un incredibile processo creativo. La loro filosofia afferma che si
tratta solo del caso e della selezione naturale. Invece altri filosofi
evoluzionisti dicono: “Va bene, la selezione naturale gioca la sua parte;
elimina gli organismi disadattati. Ma, nell’evoluzione, il processo creativo
rimane un mistero”.
La creatività non è puro caso. È puro caso se si parte dal dogma materialista
che debba essere puro caso. Alfred Russel Wallace, che, insieme a Charles
Darwin, scoprì il principio della selezione naturale e fondò la teoria dell’
evoluzione, concluse con l’idea che l’evoluzione, nel mondo naturale, è guidata
da spiriti intelligenti, che la parte creativa dell’evoluzione è accompagnata
da un’immanente intelligenza creativa, o da molti tipi d’intelligenza. E questo
risulta altrettanto compatibile con i fatti dell’evoluzione quanto i dogma neo-
darwiniani. Comunque, anche se l’evoluzione è guidata da spiriti intelligenti o
da un’intelligenza immanente in natura, ciò non significa necessariamente che
questa intelligenza sta lavorando in accordo con un piano di supervisione – o
che l’evoluzione culturale negli esseri umani è guidata da un’intelligenza
immanente. Ogni innovazione, qualsiasi gingillo inventato, ogni nuovo slogan
pubblicitario, ogni nuovo brano musicale o opera artistica prodotta è guidata
da un’intelligenza creativa. Questo non significa, però, che sappiamo dove
stiamo andando. Non palesa che queste intelligenze creative stanno lavorando in
accordo a qualche piano maestro per il destino dell’umanità. Perlopiù stanno
lavorando in accordo con obbiettivi ben più a breve temine.
Per me, rimane una questione aperta il fatto che l’intelligenza a sostegno
della creatività nella vita, lavori in accordo con qualche scopo prefissato ai
fini dell’evoluzione. Non ho tale impressione. Se guardi alla diversità della
vita – svariati milioni di specie di coleotteri su questo pianeta, per esempio
- hai l’impressione che c’è una proliferazione di forme e varietà, una sorta di
creatività fine a se stessa. Non è per niente chiaro il perché dell’esistenza
di così tanti milioni di specie di coleotteri. Mi piace una citazione della
risposta di J. B. S. Haldane quando qualcuno gli ha chiesto: “Mr. Haldane,
avete speso così tanti anni a studiare la vita. Cosa vi hanno rivelato questi
studi sulla natura di Dio”? “Signore”. Ha risposto Haldane. “Sembra che Dio
abbia una sfrenata passione per i coleotteri”.
Qualsiasi visione dell’evoluzione strettamente antropocentrica – nella
fattispecie la visione dell’evoluzione che vede tutto muoversi verso l’
evoluzione dell’umanità; l’idea che l’intero universo si è manifestato affinché
la vita potesse evolvere sulla terra, così che gli essere umani stessi
potessero manifestarsi, così che dei ragazzi intelligenti potessero fare i
professori nelle maggiori università americane – è molto gratificante per il
nostro ego collettivo. Ma non ci spiega perché abbiamo bisogno di milioni di
specie di coleotteri, senza contare le specie di formiche e termiti nelle
foreste tropicali, esistenti da decine o centinaia di milioni d’anni prima che
l’uomo arrivasse in scena. Perché tutto questo è necessario per l’evoluzione
dell’intelligenza umana? Specialmente dal momento che portiamo verso l’
estinzione migliaia di specie alla settimana e la maggioranza della gente non
sa neanche se siano mai esistite. È un grande mistero il perché la vita e l’
evoluzione coinvolgano una tale incredibile proliferazione di diversità e
creatività.
Hal Blacker: Se uno pensa che l’universo abbia un’intelligenza immanente o che
sia un essere pervaso da coscienza o guidato da un’intelligenza, o pensa a Dio
come la mente dell’intero universo, come può spiegarsi l’apparente crudeltà
della natura, il fatto che la natura sia “rossa nel dente e nell’artiglio” come
ha detto il poeta?
Rupert Sheldrake: Io ritengo che se c’è un universo di diversità e in
divenire, che è ciò che è il nostro universo, allora tutte le cose sono
mortali. Niente dura per sempre in un universo in divenire. Se vivessimo in un
universo cristallizzato e congelato dove non cambia mai niente, oso dire che
non ci sarebbero né artigli né sangue. La natura dell’esistenza, però, come la
vediamo nell’universo, è che tutte le cose giungono ad una fine e vengono
riciclate. Anche quelle cose di maggior durata, come le stelle, giungono ad una
fine. Le forme nelle quali le cose si manifestano hanno una limitata durata di
vita, ogni organismo, quindi, prima o poi muore. Ed è nella stessa natura della
vita animale che gli animali sopravvivono mangiando piante o altri animali.
Così, se avrai degli animali che per natura devono mangiare altri organismi, ti
troverai in qualche modo ad avere gli artigli e i denti rossi. Il decadimento,
la malattia, la morte e la sofferenza sono parte della natura stessa di un
universo di questo tipo, in evoluzione. Così, se abbiamo un universo evolutivo
dove il cambiamento e il divenire sono inerenti, nel quale c’è un continuo
manifestarsi e dissolversi di forme, queste sono caratteristiche inevitabili.
Il Dio di tale universo, la sua coscienza, deve includere questi tipi di
processi. Come ho già detto, potresti, per esempio, avere un universo diverso,
dove tutto è per sempre congelato in una cristallina unità. Quello, però,
sarebbe un diverso tipo d’universo, non in divenire, senza sviluppo, e anche
senza creatività. Sembra una conseguenza inevitabile del nostro universo quella
d’avere i denti rossi e gli artigli, e la sofferenza, il decadimento, la
malattia e la morte.
Hal Blacker: Molte persone trovano piuttosto inconsistente l’idea che, in
definitiva, l’universo sia un tutt’uno intelligente e buono.
Rupert Sheldrake: Non vedo nessuna ragione per cui un tutto intelligente e
buono debba essere pensato come un essere congelato senza tempo. Questa è la
concezione greca di Dio. Quell’ebrea concepisce un Dio che lavora nel tempo,
nella storia, in processo. La concezione greca si rifà alla visione platonica
di un qualcosa di completamente privo di corpo, totalmente distaccato dal mondo
naturale, fluttuante, al di là del tempo e dello spazio, in eterna stasi. Non c’
è dubbio che questo è un aspetto dell’Essere Divino, un tipo di un essere
assoluto, piuttosto che qualsiasi senso del divenire. Io credo che questo sia
un polo della divinità. Ma c’è un altro aspetto della divinità che ha a che
vedere con il divenire, il procedere, il tempo, e questo è molto enfatizzato
nella tradizione ebraica e cristiana, ma non molto in quella orientale. Tutti
noi, che ci piaccia o no, siamo formati dal senso occidentale del procedere,
del divenire, del significato della storia, delle cose che si sviluppano e
cambiano nel tempo. Se qualcuno vuole un Dio che non è coinvolto in tal modo
nel tempo, ci sono cammini religiosi basati su quella visione. Uno può vedere l’
intera creazione come un grande errore, come niente, se non una serie di futili
e infiniti cicli di manifestazione, nascita e morte, e rinascita e nuova morte
e così via, avanti per sempre. A quel punto la sola risposta è una specie di
caduta verticale dentro il regno di un essere senza tempo, dove dimentichi
tutto, lasciandolo alle spalle.
Vivendo in India, ho scoperto che qualche insegnante indù aveva acquisito
questa visione, e anche alcuni buddisti Theravada. Il loro unico intento è
quello di staccarsi interamente da questo mondo del divenire e sottoporsi ad un
decollo verticale nella salvezza individuale. Non penso che questa visione sia
molto attraente per la maggior parte degli occidentali. Siamo troppo imbevuti,
forse, dal condizionamento culturale del voler fare qualcosa o aiutare le
persone o salvare il mondo. Tutta la nostra cultura ne è pervasa. Forse è solo
un modo diverso di rispondere al senso del divino. Penso, però, che la
sofferenza e il procedere siano inerenti al senso occidentale della divinità.
Nella visione cristiana è assolutamente chiaro. Gesù fu crocefisso. Non è certo
un Dio immune alla sofferenza, staccato dal procedere, dalla storia e così via,
anzi, ha un aspetto del suo essere all’interno di tutto ciò.
Hal Blacker: Trovi che questa visione occidentale riceva più sostegno dalla
scienza, in particolare dalla teoria scientifica dell’evoluzione, rispetto alle
altre visioni?
Rupert Sheldrake: Direi che tutta la visione occidentale dell’evoluzione
afferma che l’intero universo è in un processo di sviluppo e cambiamento nel
tempo, che c’è un processo di sviluppo storico inerente. Nella maggior parte
delle tradizioni Indiane o Buddiste come anche in quella greca, si ha una
visione ciclica della storia, C’è solo un infinito riproporsi di cicli. Solo
nella religione ebraica, e in quelle religioni derivate come la cristiana e l’
islamica, si ha questa forte enfasi sul procedere e sul tempo. E ora l’
occidente viene fuori con la teoria dell’evoluzione, e improvvisamente porta
alla luce che questo non è solo il modo di procedere della terra, ma dell’
intero universo. È questa una vasta proiezione e giustificazione culturale dei
nostri assunti religiosi? O è una fantastica conferma degli stessi da parte
della scienza? È difficile sapere Quale è dei due.
Riassunto: Nella seconda parte dell'intervista, Rupert Sheldrake affronta la
natura della scienza, la possibilità di raggiungere il vero e della connessione
della scienza con la spiritualità.
Hal Blacker: Credi che esista una verità obbiettiva accertabile dalla scienza,
o che magari l’intera scienza sia la proiezione di certi presupposti di base?
Rupert Sheldrake: Penso che tutta la scienza sia la proiezione di certi
presupposti basilari. Cominci con un’ipotesi e la tua ipotesi ha una
plausibilità che gli deriva dai tuoi presupposti. L’universo è uno specchio –
in altre parole riflette quello che andiamo cercando. Se credi che la cosa più
importante nell’universo sia la polarità, la puoi riscontrare dovunque – teste
e piedi, il polo sud e il polo nord, le radici e le cime nelle piante. Se pensi
che la cosa più importante sia la trinità, il tre, puoi trovare il tre dovunque
guardi. Se ritieni che sia il quattro, trovi il quattro – i quattro punti del
compasso, il quadrato, gli angoli, e così via. Incontri sempre delle persone
che sostengono delle filosofie in cui il segreto della vita è questo o quello,
e puoi trovare abbondanti evidenze per ognuna di queste filosofie.
L’universo, sembra, può riflettere un infinito numero di punti di vista. Nella
scienza, però, il modo che ti fa decidere tra due visioni competitive passa
attraverso gli esperimenti. Nella filosofia, puoi avere scuole di pensiero
rivali che vanno avanti per migliaia d’anni. Ma nella scienza, la regola
generale del gioco è che se hai un’ipotesi e qualcuno ne ha un’altra, puoi
sempre dire: “Bene, possiamo fare un esperimento per vedere qual è la
migliore”? Sei in un certo tipo di gara, e accordandoti sull’esperimento e il
modo di farlo, chiedi alla natura di decidere qual è l’ipotesi migliore. È come
un oracolo. Sollevi una domanda sulla natura e la risposta arriva attraverso l’
esperimento, L’esperimento non sempre risolve la questione. Nella scienza c’è
sempre la disputa tra diversi punti di vista. Ma, in ogni caso, puoi risolvere
qualcosa. La teoria dell’evoluzione afferma che se c’erano molte forme di vita
nel passato che non esistono più, dovrebbero aver lasciato un certo numero di
tracce. E infatti, guardi, e ci sono tutte queste ossa d’animali estinti,
seppellite negli strati della terra, e questa sembra un’evidenza
sufficientemente plausibile di questo processo di sviluppo nel tempo. Quindi,
credo, che si possano decidere alcune questioni sulla base dell’evidenza. Ci
sono alcune questioni metafisiche, però, dove non puoi, come: “C’è uno scopo
nell’evoluzione?” Questa non è quel tipo di domanda a cui si possa rispondere
facilmente con l’evidenza.
Hal Blacker: Credi che avendo dei presupposti o delle credenze fondamentali -
anche se non possono veramente essere dimostrate scientificamente vere o false
- possano queste dar forma alla scienza o aprirla ad altri regni a cui
altrimenti non si sarebbe aperta?
Rupert Sheldrake: La scienza è inevitabilmente basata su assunti circa la
natura dell’universo. Infatti, la maggior parte delle asserzioni, da cui è
dominata la scienza al momento, deriva da un particolare tipo di teologia
comune nel diciassettesimo secolo, una teologia greca neoplatonica di un Dio
oltre lo spazio e il tempo, una sorta di mente eterna che ha una natura
essenzialmente matematica e che costituisce il fondamento dell’universo. Se non
lo chiami “Dio”, chiamala la legge della natura o la realtà matematica. Ma
questo è il presupposto. Stephen Hawking, Steven Weinberg e i più importanti
fisici moderni – compreso Einstein – sottoscrivono questo tipo d’opinione.
Anche se non la chiamano “Dio”, essi credono che la realtà ultima sia un regno
matematico eterno. L’assunzione scientifica convenzionale delle leggi della
natura universali che non cambiano è semplicemente derivata da questa teologia
neoplatonica. La maggior parte degli scienziati ha eliminato la mente di Dio
dalla macchina del mondo e rimangono con il fantasma della mente di Dio che è l’
idea delle eterne leggi della natura, stabilite per sempre e applicate a tutto
l’universo. La teoria del Big Bang stessa dipende da quest’assunzione. Si
suppone che le leggi della natura osservate negli ultimi cinquant’anni nei
laboratori della terra si applichino all’intera storia dell’universo attraverso
quindici miliardi d’anni, senza variazioni, in ogni singola parte dell’
universo. E, su questi presupposti, puoi risalire indietro con i calcoli al Big
Bang. Ma, la conclusione che ci siano leggi della natura universali che non
cambiano mai, che sono sempre esistite dall’inizio, è una pura asserzione. Non
esiste nessuna prova empirica di ciò. Di nessun tipo.
Finora coloro che hanno provato a studiare le leggi e le costanti della natura
sulla terra hanno scoperto che esse variano. Aggiorniamo sempre la nostra
opinione delle leggi della natura e delle cosiddette costanti, come la velocità
della luce. Se osservi i dati, hanno oscillato ampiamente nel corso degli
ultimi cinquanta o cento anni in cui sono stati studiati. Queste fluttuazioni
sono state congedate com’errori sperimentali. Ma nel mio libro Seven
Experiments That Could Change the World, scorro la storia delle costanti
fondamentali e discuto la domanda: “Quanto sono costanti le costanti
fondamentali?”. La prova empirica mostra che esse non sono così costanti. L’
assunzione è che se i fatti empirici mostrano variazioni, devono essere
sbagliati perché sappiamo che essendo delle costanti, devono essere costanti.
La scienza è basata completamente su assunzioni metafisiche sulla natura dell’
universo. E, secondo me, quest’asserzione di leggi eterne e costanti fisse, è,
di fatto, molto confutabile.
Tanto del mio lavoro è basato sull’asserzione che le cosiddette leggi della
natura non siano state fissate nel tempo. In un universo in evoluzione, perché
non dovrebbero evolversi? E, secondo me, di fatto, non sono per niente delle
leggi. Sono più simili alle abitudini. C’è un certo tipo di memoria in natura e
queste abitudini della natura si evolvono col passare del tempo. Non sono leggi
fisse presenti fin dall’inizio – una posizione che non potrà mai essere
saggiata da esperimenti, ma solo assunta come assioma. Nonostante ciò la
maggior parte degli scienziati la danno per scontata, come un presupposto mai
messo in discussione. Ritengo, perciò, che ogni sorta d’asserzione relativa
alla natura su cui si basa la scienza sia essenzialmente teologica o
metafisica.
Hal Blacker: Hai insegnato all’Università di Cambridge per dieci anni. Che
cosa ti ha spinto a lasciare il mondo accademico tradizionale e a muoverti
nelle acque più rischiose, non ortodosse e nuove che da allora hai esplorato?
Quale ruolo ha giocato la pratica e l’esperienza spirituale in questo percorso?
Rupert Sheldrake: A Cambridge ero molto consapevole dei grandi limiti della
teoria biologica. Sebbene mi sia piaciuto fare ricerche e insegnare biologia,
sono diventato sempre più conscio che la teoria meccanicistica della natura era
un modo molto limitato di guardare alle cose. Non corrispondeva alla ricchezza
di ciò che fanno gli organismi viventi. Sbriciolandoli, isolando gli enzimi e
via di seguito, ti comunica qualcosa sugli organismi, ma non dice come si
relazionano in società, come si comportano in natura e cose del genere. Questo
tipo riduzionista di scienza elude sempre tutto ciò.
Poi, per conoscere più a fondo la botanica tropicale, sono stato un anno in
Malesia dove ho lavorato all’Università della Malesia. Questo era nel 1968.
Mentre ero in viaggio ho percorso l’India per tre mesi. Questo ha avuto un
enorme impatto su di me. Improvvisamente vidi questa stupefacente cultura che
trovai totalmente affascinante, che ha ricchezze e profondità maggiori di
qualunque cosa mi avessero mai insegnato in Inghilterra.
M’interessai di meditazione e quando tornai in Inghilterra praticai per un po’
la meditazione trascendentale. Poi mi addentrai in altri tipi di meditazioni
indiane. Non volevo continuare con la limitata e riduzionistica scienza di
Cambridge, e con la comunità scientifica che seguiva questa via limitata.
Trovai così un lavoro in India, presso un Istituto di Agricoltura
Internazionale dove mi dedicai alla vera scienza, lavorare sulle coltivazioni
indiane, che poteva essere potenzialmente utile e allo stesso tempo permettermi
di vivere in India, che era dove volevo vivere. Durante questo periodo ebbi l’
opportunità di scoprire il Sufismo e la filosofia Hindu. I guru venivano a
tenere dei discorsi in città e visitai vari ashram. Fui per lo più attirato
dall’induismo ordinario: le puja, la pratica popolare di fare offerte agli
alberi sacri, il saluto al sole al mattino, i pellegrinaggi ai templi e ai
luoghi sacri, gli alberi santi, i topi santi, le mucche sacre e i serpenti
sacri e questo tipo di cose. Andai lì interessato alle più alte vette della
filosofia indù e alla meditazione e mi trovai attratto da ciò che gli indù più
sofisticati disprezzano – le pratiche popolari dell’induismo. Quello mi ha
attratto di più perché riguardava un tipo di sacralità della terra e una
differente attitudine verso la natura, la materia e la vita.
Per me all’inizio fu un bello shock. Ma ero intrigato è ciò giocò un ruolo
molto importante nel darmi una visione più ampia delle cose. Poi capii che non
essendo indiano non potevo essere un indù e sarebbe stato ridicolo tornare in
Inghilterra indossando vestiti indiani e facendo finta di essere indiano.
Visitai alcuni guru e chiesi loro consiglio sulla mia ricerca spirituale. E
uno, o due di loro, mi disse qualcosa che non mi sarei mai aspettato: “Hai un
background cristiano; dovresti trovare un sentiero cristiano. Tutte le strade
portano a Dio e questo è il sentiero per te, perché è il tuo sentiero atavico”.
Per me, questo aveva molto senso. Così, dopo sette anni in India, tornai alla
maniera occidentale di considerare le cose. Mi ci volle molto, intraprendere
quel cammino indiano e poi il ritorno. Il mio tempo lì, che univa il perseguire
la scienza di tipo occidentale con il vivere in India, fu per me, allora, la
giusta soluzione. Voglio dire che potevo seguire ambedue le possibilità. Questo
mi fornì un modo di essere in entrambi i mondi.
Hal Blacker: Questo mi conduce alla mia ultima domanda. Pensi che sia
possibile, nello stesso tempo, essere totalmente devoti alla scienza e alla
spiritualità?
Rupert Sheldrake: Oh sì, senza dubbio. Penso che molti dei grandi scienziati
del passato siano stati spirituali nel loro modo di vivere. Newton era attratto
tanto dalla natura del divino quanto dalla scienza. Perfino Cartesio era molto
interessato alla teologia e alla spiritualità. Se guardi indietro nella storia
della scienza, molti dei più grandi scienziati hanno, di fatto, unito le due
cose. Ci sono stati anche scienziati che sono stati atei dogmatici, ma la
maggior parte di loro non li porrei tra i più grandi della storia della
scienza. Darwin alla fine era un ateo, ma non fu un dogmatico. Era un ateo
moderato e piuttosto triste. I seguaci di Dawkins o di T. H. Huxley e così via
non sono i grandi spiriti creativi della scienza; sono gli evangelisti dell’
ateismo.
La mia via è che la scienza come metodo d’indagine abbia a che fare con l’
imparare dall’esperienza. Ecco ciò che è veramente. Non c’è niente in questo
che sia incompatibile con la vita spirituale perché penso che anche la vita
spirituale sia relativa all’imparare dall’esperienza. Ciò che è incompatibile
con la vita spirituale è l’ateismo dogmatico e il materialismo che hanno
dominato parti della scienza moderna, e per alcuni scienziati hanno
identificato la scienza stessa.
I modelli scientifici della realtà cambiano. Prima degli anni ’60, la maggior
parte della gente credeva che l’universo fosse eterno; dopo credettero in un
cosmo in evoluzione. Quello che costituisce la scienza, perciò, non è un
particolare insieme d’idee o di dottrine. È un metodo d’indagine, l’idea di
costruire su i progressi precedenti ed esplorare con degli esperimenti, e anche
un’apertura a nuove idee. E questo, credo, è completamente compatibile con una
visione spirituale delle cose. Non penso tu possa dimostrare alcune di queste
verità spirituali con mezzi scientifici. La scienza è un limitato metodo d’
indagine. Essa osserva gli aspetti ripetitivi del mondo naturale, perciò la sua
sfera d’interesse è relativamente limitata. L’esperienza spirituale
coinvolgerebbe i limiti e la natura della consapevolezza. L’indagine
spirituale, quindi, ha una sfera più ampia e la scienza una più ristretta. Ma
non vedo incompatibilità tra le due.