economia news e media viaggi informatica internet salute e benessere int rattenimento e spettacolo sport tempo libero istruzio ne e formazione arte cultura scienza

Tratto da........

Lettera dall'Himalaya - Che fare?

A cura di Emanuela Badiali

Pubblicato il 03/09/2007

di Tiziano Terzani tratto da: "Lettere contro la guerra", Longanesi e C. Ed. 2002

foto intervento

Nell 'Himalaya indiana, 17 gennaio 2002

 

Mi piace essere in un corpo che ormai invecchia. Posso guardare le montagne

senza il desiderio di scalarle. Quand'ero giovane le avrei volute conquistare.

Ora posso lasciarmi conquistare da loro. Le montagne, come il mare,

ricordano una misura di grandezza dalla quale l'uomo si sente ispirato, sollevato.

Quella stessa grandezza è anche in ognuno di noi, ma lì ci è difficile

riconoscerla.

Per questo siamo attratti dalle montagne. Per questo, attraverso i secoli,

tantissimi uomini e donne sono venuti quassù nell'Himalaya, sperando di

trovare in queste altezze le risposte che sfuggivano loro restando nelle pianure.

Continuano a venire.

 

L'inverno scorso davanti al mio rifugio passò un vecchio sanyasin vestito

d'arancione. Era accompagnato da un discepolo, anche lui un rinunciatario.

«Dove andate, Maharaj?» gli chiesi.

«A cercare dio », rispose, come fosse stata la cosa più ovvia del mondo.

 

Io ci vengo, come questa volta, a cercare di mettere un po' d'ordine nella

Mia testa. Le impressioni degli ultimi mesi sono state fortissime e prima di

ripartire, di « scendere in pianura» di nuovo, ho bisogno di silenzio. Solo

così può capitare di sentire la voce che sa, la voce che parla dentro di

noi.

Forse è solo la voce del buon senso, ma è una voce vera.

 

Le montagne sono sempre generose. Mi regalano albe e tramonti irripetibili;

il silenzio è rotto solo dai suoni della natura che lo rendono ancora più

vivo.

 

L'esistenza qui è semplicissima. Scrivo seduto sul pavimento di legno, un

pannello solare alimenta il mio piccolo computer; uso l'acqua di una

sorgente a cui si abbeverano gli animali del bosco - a volte anche un leopardo -,

faccio cuocere riso e verdure su una bombola a gas, attento a non buttar via il

fiammifero usato. Qui tutto è all'osso, non ci sono sprechi e presto si

impara a ridare valore ad ogni piccola cosa. La semplicità è un enorme aiuto nel

fare ordine.

 

A volte mi chiedo se il senso di frustrazione, d'impotenza che molti,

specie fra i giovani, hanno dinanzi al mondo moderno è dovuto al fatto che esso

appare loro così complicato, così difficile da capire che la sola reazione

possibile è crederlo il mondo di qualcun altro: un mondo in cui non si può mettere le

mani, un mondo che non si può cambiare. Ma non è così: il mondo è di tutti.

 

Eppure, dinanzi alla complessità di meccanismi disumani - gestiti chi sa

dove, chi sa da chi - l'individuo è sempre più disorientato, si sente perso, e

finisce così per fare semplicemente il suo piccolo dovere nel lavoro, nel

compito che ha dinanzi, disinteressandosi del resto e aumentando così il

suo isolamento, il suo senso di inutilità. Per questo è importante, secondo me,

riportare ogni problema all'essenziale. Se si pongono le domande di fondo,

le risposte saranno più facili.

 

Vogliamo eliminare le armi? Bene: non perdiamoci a discutere sul fatto che

chiudere le fabbriche di fucili, di munizioni, di mine anti-uomo o di bombe

atomiche creerà dei disoccupati. Prima risolviamo la questione morale.

Quella economica l'affronteremo dopo. O vogliamo, prima ancora di provare,

arrenderci al fatto che l'economia determina tutto, che ci interessa solo quel che ci

è utile?

 

«In tutta la storia ci sono sempre state delle guerre. Per cui

Continueranno ad esserci », si dice. «Ma perché ripetere la vecchia storia? Perché non

cercare di cominciarne una nuova?» rispose Gandhi a chi gli faceva questa

solita, banale obbiezione.

 

L'idea che l'uomo possa rompere col proprio passato e fare un salto

evolutivo di qualità era ricorrente nel pensiero indiano del secolo scorso.

L'argomento è semplice: se l' homo sapiens, quello che ora siamo, è il risultato della

nostra evoluzione dalla scimmia, perché non immaginarsi che quest'uomo, con una

nuova mutazione, diventi un essere più spirituale, meno attaccato alla materia,

più impegnato nel suo rapporto col prossimo e meno rapace nei confronti del

resto dell'universo?

 

E poi: siccome questa evoluzione ha a che fare con la coscienza, perché non

provare noi, ora, coscientemente, a fare un primo passo in quella

direzione? Il momento non potrebbe essere più appropriato visto che questo homo sapiens è

arrivato ora al massimo del suo potere, compreso quello di distruggere sé

stesso con quelle armi che, poco sapientemente, si è creato.

 

Guardiamoci allo specchio. Non ci sono dubbi che nel corso degli ultimi

millenni abbiamo fatto enormi progressi. Siamo riusciti a volare come

uccelli, a nuotare sott'acqua come pesci, andiamo sulla luna e mandiamo sonde fin su

Marte. Ora siamo persino capaci di donare la vita. Eppure, con tutto questo

progresso non siamo in pace né con noi stessi né col mondo attorno. Abbiamo

appestato la terra, dissacrato fiumi e laghi, tagliato intere foreste e

reso infernale la vita degli animali, tranne quella di quei pochi che chiamiamo

«amici» e che coccoliamo finché soddisfano la nostra necessità di un

surrogato di compagnia umana.

 

Aria, acqua, terra e fuoco, che tutte le antiche civiltà hanno visto come

gli elementi base della vita - e per questo sacri - non sono più, com'erano,

capaci di autorigenerarsi naturalmente da quando l'uomo è riuscito a dominarli e a

manipolarne la forza ai propri fini. La loro sacra purezza è stata

inquinata.

L'equilibrio è stato rotto.

 

 

Il grande progresso materiale non è andato di pari passo col nostro

progresso spirituale. Anzi: forse da questo punto di vista l'uomo non è mai stato

tanto povero da quando è diventato così ricco. Da qui l'idea che l'uomo,

coscientemente, inverta questa tendenza e riprenda il controllo di quello

straordinario strumento che è la sua mente. Quella mente, finora impegnata

prevalentemente a conoscere e ad impossessarsi del mondo esterno, come se

quello fosse la sola fonte della nostra sfuggente felicità, dovrebbe

rivolgersi anche all'esplorazione del mondo interno, alla conoscenza di sé.

 

Idee assurde di qualche fachiro seduto su un letto di chiodi? Per niente.

Queste sono idee che, in una forma o in un'altra, con linguaggi diversi,

circolano da qualche tempo nel mondo. Circolano nel mondo occidentale, dove

il sistema contro cui queste idee teoricamente si rivolgono le ha già

riassorbite, facendone i «prodotti» di un già vastissimo mercato «alternativo» che va

dai corsi di yoga a quelli di meditazione, dall'aromaterapia, alle «vacanze

spirituali» per tutti i frustrati della corsa dietro ai conigli di plastica

della felicità materiale. Queste idee circolano nel mondo islamico,

dilaniato fra tradizione e modernità, dove si riscopre il significato originario di

jihad, che non è solo la guerra santa contro il nemico esterno, ma

innanzitutto la guerra santa interiore contro gli istinti e le passioni più basse dell'uomo.

 

Per cui non è detto che uno sviluppo umano verso l'alto sia impossibile. Si

tratta di non continuare incoscientemente nella direzione in cui siamo al

momento. Questa direzione è folle, come è folle la guerra di Osama bin

Laden e quella di George W. Bush. Tutti e due citano Dio, ma con questo non rendono

più divini i loro massacri.

 

Allora fermiamoci. Immaginiamoci il nostro momento di ora dalla prospettiva

dei nostri pronipoti. Guardiamo all'oggi dal punto di vista del domani per

non doverci rammaricare poi d'aver perso una buona occasione. L'occasione è di

capire una volta per tutte che il mondo è uno, che ogni parte ha il suo

senso, che è possibile rimpiazzare la logica della competitività con l' etica

della coesistenza, che nessuno ha il monopolio di nulla, che l'idea di una

civiltà superiore a un'altra è solo frutto di ignoranza, che l'armonia, come la

bellezza, sta nell'equilibrio degli opposti e che l'idea di eliminare uno

dei due è semplicemente sacrilega. Come sarebbe il giorno senza la notte? La

vita senza la morte? O il Bene? Se Bush riuscisse, come ha promesso, a eliminare

il Male dal mondo?

 

Questa mania di voler ridurre tutto ad una uniformità è molto occidentale.

Vivekananda, il grande mistico indiano, viaggiava alla fine dell'Ottocento

negli Stati Uniti per far conoscere l'induismo. A San Francisco, alla fine

di una sua conferenza, una signora americana si alzò e gli chiese: «Non pensa

che il mondo sarebbe più bello se ci fosse una sola religione per tutti gli

uomini?» «No », rispose Vivekananda. «Forse sarebbe ancora più bello se ci

fossero tante religioni quanti sono gli uomini.»

 

«Gli imperi crescono e gli imperi scompaiono», dice l'inizio di uno dei

classici della letteratura cinese, Il Romanzo dei Tre Regni. Succederà

anche a quello americano, tanto più se cercherà d'imporsi con la forza bruta delle

sue armi, ora sofisticatissime, invece che con la forza dei valori spirituali e

 

degli ideali originari dei suoi stessi Padri Fondatori.

 

I primi ad accorgersi del mio ritorno quassù sono stati due vecchi corvi

che ogni mattina, all'ora di colazione, si piazzano sul deodar, l'albero di

dio, un maestoso cedro davanti a casa e gracchiano a più non posso finché non hanno

avuto i resti del mio yogurt - ho imparato a farmelo - e gli ultimi chicchi

di riso nella ciotola. Anche se volessi, non potrei dimenticarmi della loro

presenza e di una storia che gli indiani raccontano ai bambini a proposito

dei corvi. Un signore che stava, come me, sotto un albero nel suo giardino, un

giorno non ne poté più di quel petulante gracchiare dei corvi. Chiamò i

suoi servi e quelli con sassi e bastoni li cacciarono via. Ma il Creatore, che

in quel momento si svegliava da un pisolino, si accorse subito che dal grande

concerto del suo universo mancava una voce e, arrabbiatissimo, mandò di

corsa un suo assistente sulla terra a rimettere i corvi sull' albero.

 

Qui, dove si vive al ritmo della natura, il senso che la vita è una e che

dalla sua totalità non si può impunemente aggiungere o togliere niente è

grande. Ogni cosa è legata, ogni parte è l'insieme.

 

Thich Nhat Hanh, il monaco vietnamita, lo dice bene a proposito di un

tavolo, un tavolino piccolo e basso come quello su cui scrivo. Il tavolo è qui

grazie ad una infinita catena di fatti, cose e persone: la pioggia caduta sul

bosco dove è cresciuto l'albero che un boscaiolo ha tagliato per dado a un

falegname che lo ha messo assieme coi chiodi fatti da un fabbro col ferro di una

miniera... Se un solo elemento di questa catena, magari il bisnonno del

falegname, non fosse esistito, questo tavolino non sarebbe qui.

 

I giapponesi, ancora quando io stavo nel loro paese, pensavano di

proteggere il clima delle loro isole non tagliando le foreste giapponesi, ma andando a

tagliare quelle dell'Indonesia e dell' Amazzonia. Presto si son resi conto

che anche questo ricadeva su di loro: il clima della terra mutava per tutti,

giapponesi compresi.

 

Allo stesso modo, oggi non si può pensare di continuare a tenere povera una

grande parte del mondo per rendere la nostra sempre più ricca. Prima o poi,

in una forma o nell' altra, il conto ci verrà presentato. O dagli uomini o

dalla natura stessa.

 

 

 

Quassù, la sensazione che la natura ha una sua presenza psichica è

fortissima.

A volte, quando tutto imbacuccato contro il freddo mi fermo ad osservare,

seduto su un grotto, il primo raggio di sole che accende le vette dei

ghiacciai e lentamente solleva il velo di oscurità, facendo emergere catene e catene

di altre montagne dal fondo lattiginoso delle valli, un'aria di immensa gioia

pervade il mondo ed io stesso mi ci sento avvolto, assieme agli alberi, gli

uccelli, le formiche: sempre la stessa vita in tante diverse, magnifiche

forme.

 

È il sentirsi separati da questo che ci rende infelici. Come il sentirci

divisi dai nostri simili. «La guerra non rompe solo le ossa della gente,

rompe i rapporti umani », mi diceva a Kabul quel vulcanico personaggio che è Gino

Strada. Per riparare quei rapporti, nell' ospedale di Emergency, dove

ripara ogni altro squarcio del corpo, Strada ha una corsia in cui dei giovani

soldati talebani stanno a due passi dai loro «nemici », soldati dell' Alleanza del

Nord. Gli uni sono prigionieri, gli altri no; ma Strada spera che le simili

mutilazioni, le simili ferite li riavvicineranno.

 

Il dialogo aiuta enormemente a risolvere i conflitti. L'odio crea solo

altro odio. Un cecchino palestinese uccide una donna israeliana in una macchina,

gli israeliani reagiscono ammazzando due palestinesi, un palestinese si

imbottisce di tritolo e va a farsi saltare in aria assieme a una decina di giovani

israeliani in una pizzeria; gli israeliani mandano un elicottero a

bombardare un pulmino carico di palestinesi, i palestinesi... e avanti di questo

passo.

Fin quando? Finché son finiti tutti i palestinesi? tutti gli israeliani?

tutte le bombe?

 

Certo: ogni conflitto ha le sue cause, e queste vanno affrontate. Ma tutto

sarà inutile finché gli uni non accetteranno l'esistenza degli altri ed il

loro essere eguali, finché noi non accetteremo che la violenza conduce solo ad

altra violenza.

 

«Bei discorsi. Ma che fare?» mi sento dire, anche qui nel silenzio.

Ognuno di noi può fare qualcosa. Tutti assieme possiamo fare migliaia di

cose.

 

La guerra al terrorismo viene oggi usata per la militarizzazione delle

nostre società, per produrre nuove armi, per spendere più soldi per la difesa.

Opponiamoci, non votiamo per chi appoggia questa politica, controlliamo

dove abbiamo messo i nostri risparmi e togliamoli da qualsiasi società che abbia

anche lontanamente a che fare con l'industria bellica. Diciamo quello che

pensiamo, quello che sentiamo essere vero: ammazzare è in ogni circostanza

un assassinio.

 

Parliamo di pace, introduciamo una cultura di pace nell' educazione dei

giovani. Perché la storia deve essere insegnata soltanto come un'infinita

sequenza di guerre e di massacri?

 

lo, con tutti i miei studi occidentali, son dovuto venire in Asia per

scoprire Ashoka, uno dei personaggi più straordinari dell'antichità; uno che tre

secoli prima di Cristo, all'apice del suo potere, proprio dopo avere aggiunto un

altro regno al suo già grande impero che si estendeva dall'India all' Asia

centrale, si rende conto dell'assurdità della violenza, decide che la più grande

conquista è quella del cuore dell'uomo, rinuncia alla guerra e, nelle tante

lingue allora parlate nei suoi domini, fa scolpire nella pietra gli editti

di questa sua etica. Una stele di Ashoka in greco ed aramaico è stata

scoperta nel 1958 a Kandahar, la capitale spirituale del mullah Omar in Afghanistan,

dove ora sono accampati i marines americani. Un'altra, in cui Ashoka

annuncia l'apertura di un ospedale per uomini ed uno per animali, è oggi

all'ingresso del Museo Nazionale di Delhi.

 

Ancor più che fuori, le cause della guerra sono dentro di noi. Sono in

passioni come il desiderio, la paura, l'insicurezza, l'ingordigia,

l'orgoglio, la vanità. Lentamente bisogna liberarcene. Dobbiamo cambiare atteggiamento.

 

Cominciamo a prendere le decisioni che ci riguardano e che riguardano gli

altri sulla base di più moralità e meno interesse. Facciamo più quello che è

giusto, invece di quel che ci conviene. Educhiamo i figli ad essere onesti, non

furbi.

 

Riprendiamo certe tradizioni di correttezza, reimpossessiamoci della

lingua, in cui la parola «dio» è oggi diventata una sorta di oscenità, e torniamo a

dire «fare l'amore» e non «fare sesso ». Alla lunga, anche questo fa una

grossa differenza.

 

È il momento di uscire allo scoperto, è il momento d'impegnarsi per i

valori in cui si crede. Una civiltà si rafforza con la sua determinazione morale

molto più che con nuove armi.

 

Soprattutto dobbiamo fermarci, prenderei tempo per riflettere, per stare in

silenzio. Spesso ci sentiamo angosciati dalla vita che facciamo, come

l'uomo che scappa impaurito dalla sua ombra e dal rimbombare dei suoi passi. Più

corre, più vede la sua ombra stargli dietro; più corre, più il rumore dei

suoi passi si fa forte e lo turba, finché non sì ferma e si siede all'ombra di

un albero. Facciamo lo stesso.

 

Visti dal punto di vista del futuro, questi sono ancora i giorni in cui è

possibile fare qualcosa. Facciamolo. A volte ognuno per conto suo, a volte

tutti assieme. Questa è una buona occasione.

 

Il cammino è lungo e spesso ancora tutto da inventare. Ma preferiamo quello

dell'abbrutimento che ci sta dinanzi? O quello, più breve, della nostra

estinzione?

 

Allora: Buon Viaggio! Sia fuori che dentro.

 

 

Vuoi essere aggiornato sulle novità della guida?

Feed RSS XML vostro feed RSS