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DANZA DI MORTE

A cura di Angela Platania

Pubblicato il 27/03/2008

Teatro Verga, dal 26 al 30 marzo 2008

CATANIA - Dopo la tournée densa di successi della scorsa stagione, torna sulle scene Danza di morte di August Strindberg, bella produzione del Teatro Stabile di Bolzano, che approda a Catania al Verga dal 26 al 30 marzo, ospite dello Stabile etneo. Tanti i pregi di questa edizione forgiata sulla nuova traduzione di Franco Perrelli, uno dei maggiori esperti di letteratura scandinava, che si cimenta vittoriosamente con un testo cardine del teatro del Novecento.

Di grande rilievo anche il cast. Dopo le prove straordinarie de La brigata dei cacciatori di Bernhard e La pulce nell’orecchio di Feydeau, il regista Marco Bernardi ha voluto riunire i tre primi attori dello Stabile di Bolzano, Paolo Bonacelli, Patrizia Milani e Carlo Simoni, ai quali si affiancano Liliana Casartelli e Iolanda Piazza. L’allestimento si avvale della collaborazione di Gisbert Jaekel per le scenografie, Roberto Banci per i costumi, Franco Maurina per l’ambientazione sonora e Lorenzo Carlucci per le luci.

La mise en scene ricostruisce un affascinante itinerario esistenziale, sintomatico del mal de vivre novecentesco, al centro della riflessione del maestro svedese. Nato nel 1849 e morto nel 1912, Strindberg è senza dubbio uno dei più grandi drammaturghi europei, tra i fondatori del teatro moderno. Geniale e dispersivo, osservatore del reale e visionario, irriverente e mistico, umorista e misantropo, sensibile e brutale, fa della contraddizione il suo segno distintivo.

Così in Danza di morte, scritto nel 1900, quasi a programmare per il secolo la crisi del matrimonio da lui già sperimentata in vita: da Sartre ad Albee, da O’Neill a Dürrenmatt, da Bernhard al cinema di Bergman, tutto ha inizio nell’algida circolarità della torre dove il capitano di artiglieria Edgard e sua moglie Alice consumano il loro fallimento matrimoniale. La storia è quella di una coppia matura che vomita ripicche e antichi rancori in forma di parole mediante sotterfugi, crudeltà reciproche, finte malattie e sensi di colpa, portando avanti un’esistenza costellata di illusioni e delusioni. Ma poi a rompere la monotonia e la noia profonda venata di sottile ipocrisia dei due coniugi di mezza età, arriva una terza persona, un estraneo, ed allora l’inferno coniugale esplode con pensieri subdoli e disperati. Gli elementi del plot, dunque, sono quelli del più classico dei triangoli: lui, lei, l’altro. Ma Strindberg fa deflagrare fin dalle prime battute la dimensione banale del vaudeville pur conservandone frammenti di sarcastica ironia.

Oltre ad essere una riflessione sulla morte, come fa notare il regista Marco Bernardi, il capolavoro del drammaturgo nordico focalizza la sua attenzione soprattutto sulla vita, sul matrimonio, sullo scontro titanico tra i sessi, su ateismo e religiosità. E lo fa con un orizzonte che supera i confini angusti del naturalismo e della rappresentazione emblematica dell’esistenza, per aprirsi ad una prospettiva fondamentale per lo Strindberg di quei mesi: quella metafisica, mistica, rivolta ad interrogarsi sul senso ultimo della vita e della morte con un presentimento di sublime, circolare rassegnazione.

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