Qual è il figlio d'arte che preferisci?
A cura di Maurizio Guccini
Pubblicato il 12/04/2003
Piccola analisi del modo di comporre e dello stile di George. A cura della Guida
Sono tantissimi gli aspetti che hanno contribuito a rendere molte canzoni di George dei veri e propri capolavori sotto ogni punto di vista. Il suo modo particolare di abbinare testo, melodia, riff ed armonia, ha reso i suoi pezzi celebri e soprattutto riconoscibili da tutti i veri appassionati di musica.
Eppure inizialmente George non sembrava proiettato verso celebri orizzonti compositivi. Il suo compito (in ogni caso importantissimo) sembrava dovesse rimanere quello di arrangiare le parti di chitarra dei brani Lennon/McCartney. Qualche sporadica apparizione (una per album, nonostante la validità di alcuni pezzi), poi la crescita e la rivalsa. Con il White Album George arriva a poter includere ben quattro pezzi propri nell’intera opera. In Abbey Road, poco prima della fine dei Beatles, la consacrazione, con due brani eccelsi. Infine, con All Things Must Pass, riesce a toccare picchi mai raggiunti.
Cosa è stato dunque a scatenare questa verve compositiva, giunta tutta all’improvviso?
In realtà, non è stato proprio così. George non è stato colpito istantaneamente da qualche folgore creativa, ma è cresciuto pian piano, circondato da avvenimenti e fattori che non potevano far altro che contribuire a questo processo evolutivo.
Innanzitutto i nuovi stimoli: la possibilità di poter suonare con vari tipi di chitarre, ognuna con un suono diverso dall’altra. I nuovi modi di suonare ( chitarre al minimo e poi alzate all’improvviso, lo slide e tanti altri modi di sbizzarrirsi sulla tastiera). Le amicizie “esperte del campo” (Dylan, Clapton…). L’India e Ravi.
La cosa più importante pensiamo sia stata però la vicinanza di due geni della composizione quali Lennon e McCartney. Si, le canzoni di George non hanno proprio la stessa struttura di quelle dei mostri sacri sopracitati, ma certamente frequentare quei due non può avergli che giovato. Con questo non vogliamo asserire che George abbia lavorato su scarti o elaborato idee degli altri, ci mancherebbe! Egli è sempre riuscito ad imporre una sua personale e riconoscibile ricetta.
Una caratteristica è ad esempio, nel periodo beatlesiano, la costante ricerca della tensione, del nervosismo, della tristezza, che si conclude poi sempre in un sospiro liberatorio, in una pace quasi insperata e per questo più goduta.
Ancora, spesso il legame tra melodia ed accordi rende geniale un’idea che inizialmente, nuda e cruda, potrebbe sembrare banale o noiosa. Qui si cela il genio di Harrison.
Maurizio Guccini