
Lucy in the SKY con le cover
I Beatles. Chi non li ha mai “coverizzati”? D’altra parte è il destino dei classici: troppo forte la tentazione e la necessità di personalizzare quanto – probabilmente – risulta già perfetto così. Eppure il “modello” non può sfuggire alle prerogative del suo essere “esempio”.
I Beatles, più che una galassia, un buco nero destinato ad attirare artisti di talento provenienti da generi disparati (il rock, il jazz, il lounge, la classica e addirittura l’hip-hop, il reggae e la musica brasiliana). Il bagno nel “panta rei” beatlesiano per taluni è stato rigenerante, per altri semplicemente un divertimento, talvolta c’è chi ha rimediato qualche pessima figura, ma la sostanza permane: i Beatles dimostrano ancora oggi di essere determinanti e influenti, ineludibili ma anche sfuggenti, tradizione e proposta per il domani.
Il canale audio presente sul bouquet di Sky, Music Choice (ch. 730), nel sottomenu “Special Events”, ha deciso di dedicare ai nostri beniamini la settimana dal 12 al 18 giugno 2006. Repertorio originale, produzioni soliste dal 1970 a oggi, ma, soprattutto, cover. E quest’ultimo, se vogliamo, è l’aspetto più stimolante ed intrigante della programmazione (24 ore su 24, che, a conti fatti seven days a week, sono quasi 170 ore) per chi mastica Beatles da una vita. Pertanto mi sono divertito – nel bene e nel male - a raccogliere alcune primizie dalla folta rassegna, seminando qualche giudizio del tutto opinabile (in quanto personale) e offrendo riferimenti a chi volesse approfondire.
Siete pronti per questo piccolo ma Magical Mistery Tour…across the universe (of the covers)?
* It’s an only Beatles Song
All My Loving – The Chipmunks: totalmente demenziale!!! Vocine sopracute da cartoni animati (e di questo si tratta: 3 scoiattolini già noti sulle TV anglosassoni degli anni Sessanta) che cantano sulla base dell’hit beatlesiano, cercando di imitare ogni inflessione. Per la cronaca: Chipmunks Sing the Beatles Hits (1964) comprendente Do You Want to Know a Secret, She Loves You ed altre canzoni.
And I love Her – The Wailing Wailers: un Bob Marley della prima ora che fa già sentire il suo carismatico urlo nella cadenza “and I love her”. Siamo tra il 1965 e 1966 e in quella formazione milita, tra i componenti, Peter Tosh.
A Hard Day’s Night – Peter Sellers: indimenticabile declamazione del testo da parte del Dottor Stranamore (o Ispettore Clouseau). Vis comica irresistibile resa ancora più straniante dall’impeccabile orchestra d’archi sullo sfondo.
Can’t Buy Me Love – Ella Fitzgerald: cosa succede quanto una rock song come Can’t Buy Me Love incontra il canto jazz per eccellenza di Ella Filtzgerald, sostenuta per l’occasione da una ispirata Big Band di fiati? Il terremoto: l’anima rock ritrova e sposa lo spirito swing.
Eleanor Rigby – Oscar Peterson: altro tributo jazz ai FabFour. Le mosse emozionano (non a caso il CD si chiama Motions and Emotions): melodia calibrata su coordinate armoniche modali e confinanti con afflati latineggianti. Imperdibile cover strumentale di notevole fattura.
Eleanor Rigby – Ray Charles: il “soul” di Ray sembra quasi raccontare la storia di Eleanor Rigby grazie agli accenti di un cantato “narrante” che sfiora il massimo della teatralità vocale quando, sul finale, è sostenuto dal coro. Fondamentale.
Every Little Thing – Yes: formidabile inizio psych-protoprog con qualche venatura hard (Yes del 1969). Nulla lascia presagire ai maturi e raffinati affreschi di Fragile e di Close to the Edge, però si tratta sempre di una pagina piuttosto affascinante. Lo zelo del fan riesce a rispettare sino ad un certo segno la metamorfosi in evoluzione già sulle sospensioni (in una il chitarrista Peter Banks si lascia scappare il riff di Day Tripper) e Jon Anderson smembra con i suoi toni acuti l’ortodossia vocale beatlesiana.
For No One – Liza Minnelli: tra il Musical e la Muzak da sala d’aspetto. Interpretazione di un talento incommensurabile ma i Beatles sono lontani o forse sono annegati nella melassa…
For No One – Rickie Lee Jones: pregevole interprete di pagine famose, Rickie Lee Jones riesce a cogliere il tratto intimista di For No One. Voce, pianoforte e, quando ti aspetti il solo di corno francese, ecco una pausa da cui emerge un discreto organo Hammond foriero di suggestioni e umori.
Get Back – Nitty Gritty Dirt Band: versione country sinceramente (e forse inconsapevolmente) parecchio ridicola, de-rockizzata. Al banjo è preferibile il piano elettrico del grande (ei fu!) Billy Preston.
Getting Better – Gomez: un gruppo pop britannico con la mania del folk blues americano: chitarre acustiche dobro allo slide, ma anche percussioni scarne e riflessi drum’n bass. Una miscela che, comunque, non svilisce affatto lo staccato di Getting Better, canzone che nel 2000 può dire ancora qualcosa e con suoni particolari (non era quella la ricetta del Sergente Pepper?).
Got to Get into my Life – Earth, Wind & Fire: già nel 1966, questo estratto da Revolver, aveva già chiaramente evidenziato la passione di Paul McCartney per quell’evoluzione della musica nera tra Rhythm’n Blues e Soul. Fisiologico che a lustri di distanza, uno delle band più accreditate sul versante funky, ne riprendesse gli embrioni per regalarci un’interpretazione densa di groove e di “ricreazioni” fiatistiche mozzafiato.
Here, There and Everywhere – Chet Atkins: il grande chitarrista americano, imbracciata l’inseparabile Gibson, rilegge sulle sei corde una delle canzoni più emozionanti dei Beatles. Non ci sarà la voce di Paul, ma la pelle d’oca si avverte lo stesso…
Hey Jude – The Dynamites: Interpretazione strumentale e reggae datata 1969, quindi praticamente contemporanea
Hey Jude – Wilson Pickett: trascinante soprattutto nella parte finale in cui il (rhythm’n)bluesman esce fuori e dà il meglio di sé. Pressoché un “classico” nel classico.
I Want to Hold your Hand – Al Green: Per comprendere quanto certi abitini Soul calzino a pennello sul sinuoso corpo sonoro delle song beatlesiane, è sufficiente ascoltare questa versione di Al Green. Ritmi sincopati fanno saltare gli accenti alle parole: ed è subito Black Music.
I Want to Hold your Hand – Dollar: uscita alla fine degli anni Settanta, quando il pop elettronico stava mettendo i denti da latte, questa versione di I Want to Hold your Hand inizia con una ritmica anticipatrice di Press (McCartney). E non è un complimento. Coretti di plastica, percussioni asettiche, arcaici sequencer: all’epoca, forse, poteva sembrare una pagina avveniristica, ma oggi suona datata e, soprattutto, di pessimo gusto.
I Want to Hold your Hand – Glen Adams: rilassatissima reggae version dalla piacevole trazione ballabile.
Let It Be – Joan Baez: già il messaggio è forte, se poi gli diamo la voce di Joan Baez, assume una carica emozionale ancora più energica. Molto “U.S.A.”, tra folk e gospel, tra sit-in e messa anglicana. Ideale per un documentario sul ’68.
Ob-La-Di Ob-La-Da – Celia Cruz: versione chilometrica dalla chiara marca caraibica. Cantata in spagnolo dalla cubana Celia Cruz (la Regina della Salsa), al centro di jam vocali, ritmi sostenuti e timbales rumbeggianti, la canzone assume un colore del tutto inedito e – perché no – assai piacevole. Dal Mersey all’Avana in un colpo di tumba.
Ob-La-Di Ob-La-Da – Marmalades: non distante dall’originale. Identica scrittura dei fiati, inflessioni corali immutate, addirittura stesso anno (1969). Trascurabile.
Paperback Writer – Tempest: la band dell’ex batterista dei Colosseum, Jon Hiseman, nel 1974 si cimenta con Paperback Writer. Valorizzazione del riff con distorsori a palla e ritmica ipercinetica per un brano scatenante all’ennesima potenza. I Tempest riescono a distillarne l’essenza rock.
She’s a Woman – Scritti Politti: orripilante! Ma come si fa a dare in pasto She’s a Woman a batterie elettroniche, mossette breakdance, rappers e fredde campionature? Questa è disco anni Ottanta e della più becera. Più che un’interpretazione, un delitto musicale.
She’s coming through the Bathroom Window/With a Little Help From My Friends – Joe Cocker: c’è chi ritiene che entrambe superino gli originali. In effetti non è un’opinione campata per aria, benché l’affetto per i FabFour ci spingerebbe a urlare all’anatema. Integralità e integralismi a parte, è bello notare come ci siano stati artisti capaci di riletture così originali e durevoli nel tempo. Poi quell’immagine del Leone di Sheffield sul palco di Woodstock rimane negli annali e non solo del rock.
The Fool on the Hill – Sergio Mendes: lo scemo è sceso dalla collina e si è ritrovato a Copacabana, dà le spalle al mare e sbircia verso il Corcovado. Adattamento brasileiro non del tutto scontato per merito dei gradevoli arrangiamenti orchestrali e dell’ambientazione sonora curata al dettaglio.
The Fool on the Hill – Shirley Bassey: la voce di Goldfinger trova, in questo trattamento molto lounge, l’habitat ideale per vocalizzi ad alta quota. Incisiva e particolare, pur nella sua semplicità, la scrittura dei violini.
The Long and Winding Road – George Benson: la canzone si presta al chitarrista (sublime come sempre) e al cantante souleggiante. Un’interpretazione easy, raffinata e non del tutto prevedibile (si ascolti in che maniera venga trattato il ritornello).
Things We Said Today – The Sandpipers: il clima è molto californiano, flower power, rilassato, alternativo ma entro certi margini “borghesi”. Percussioni latine, un cembalo sullo sfondo, un flauto “moodyblues” e un coro sommesso.
We can work it out – Stevie Wonder: il biglietto da visita già dalle prime note di Clavinet Hohner, poi l’armonica a bocca: isn’t it lovely? Certo. I Beatles sullo scettro funky-soul della Motown, in mano ad uno dei suoi più nobili protagonisti.
With a Little Help from my Friends – Bon Jovi: cover di una cover, quella di Joe Cocker, of course, di cui viene mantenuta l’impostazione blues ed eliminato il ritmo staccato dei Beatles. Si tratta di una versione “entusiastica” in cui si avverte una band divertita e divertente; Bon Jovi, al ruggito di Cocker, sostituisce gli acuti, ma la resa non è affatto male, recupera un DNA da “presa diretta” live. Immancabile la dimostrazione di potenza del chitarrista heavy di Ritchie Sambora.
With a Little Help from my Friends – Sergio Mendes: vale quanto già scritto per The Fool on the Hill: il calore (e colore) carioca spesso si addice al repertorio beatlesiano.
With a Little Help from my Friends – Wet Wet Wet: fine anni Ottanta. Le voci ci sono e si fanno apprezzare, l’atmosfera gioca su un certo “rinascimento” R’n’B e ammiccamenti ruffiani alla Wham. Pop gradevole ma lontano dal clima beatlesiano.
Yesterday – Liberace: quello che i Beatles non dovrebbero diventare: musica da tappezzeria. Certo, quel gran capolavoro di Yesterday, grazie all’insita levità classicheggiante, può innescare determinate ideuzze. Così il noto pianista Liberace la fa introdurre da un bachiano incipit, poi dà voce ai tasti consolati, nel melodrammone, da archi stucchevoli. Attenti, perché prima o poi roba del genere potrebbe capitare nel vostro filmino del matrimonio…J
Yesterday – Michael Bolton: gran voce, niente da dire, ma l’operazione è sempre la stessa…è che, prima o poi, le miniere d’oro si esauriscono…
Yesterday – Tito Puente: un genio! Percussioni caraibiche, l’inglese stentato della cantante che svicola sovente verso drammatiche cadenze latine, dietro una foresta ritmo-sinfonica dagli arrangiamenti lussureggianti. Proprio come ai Tropici. E in compagnia del re del mambo.
* Maccartneyana
Coming Up – Terrorvision: curiosissima e divertente versione heavy rock di un evergreen “disco” del Macca. Coming Up sembra essere caduta nel brodo primordiale di Helter Skelter, passata al frullatore con riff zeppeliniani e tarata con correttivi in salsa grunge.
Let’em in – Billy Paul: versione disco soul di una canzone dai toni già dichiaratamente pop, tenuta a battesimo da uno dei padri del Philly Sound anni Settanta.
Live and Let Die – Guns ‘N Roses: celeberrima versione, piuttosto calligrafica e meno affascinante rispetto all’originale, la solita (gradevole) ruvidità vocale di Axl Rose, un po’ di hard rock ma piuttosto contenuto. Complesso di inferiorità o deferenza verso le “istituzioni”?
Maybe I’m amazed – The Faces: una cifra personale data dal suond “Faces” (la mitica band di Rod Stewart)…la chitarra di Ron Wood distorta al punto giusto, il piano elettrico Wurlitzer di MacLagan ci rimembra certe smorfie di anni prima, quando quella “faccia” era più piccola (Lazy Sunday Afternoon). Tratto da Long Player del 1971.
Mull of Kintyre – Glen Campbel: dai promontori scozzesi a Nashville, una voce da saloon, un 3/4 martellato al ritmo del maniscalco di turno…un po’ troppo Western…
Manca qualcosa? Naturale. Questa in fondo non è che una “radiocronaca” di quanto ha passato il convento satellitare. Ad averne voglia, ce sarebbe da scavare…qualche nome? Aretha Franklin (Eleanor Rigby), Annie Lennox (Don’t Let Me Down), Barbra Streisand (Honey Pie), Björk (The Fool on the Hill), Brian Auger (A Day in The Life), Deep Purple (Help), Dream Theater (Strawberry Fields Forever), Fats Domino (Lady Madonna), Frank Zappa (I am the Walrus), Jaco Pastorius (Dear Prudence), Manhattan Trasfer (Goodnight), Marylin Manson (Helter Skelter), Otis Redding (Day Tripper e A Hard Day’s Night), Procolo Harum (Eight Days a Week), Rick Wakeman (Eleanor Rigby), Rod Stewart (In my Life), Frank Sinatra (Something), Grateful Dead (Lucy in the Sky with Diamonds), McCoy Tyner (She’s leaving Home), Mina (Mina canta i Beatles del 1993), Steve Ray Vaughan (Taxman), Vanilla Fudge (Eleanor Rigby e Ticket to Ride), Chaka Khan (We can work it out), José Feliciano (una marea di cover da And I love her a Yesterday), U2 (Helter Skelter), XTC (I am the Walrus), etc. etc…(bando alle ciance, cliccate qui e ogni richiesta sarà soddisfatta http://www2.wmin.ac.uk/clemenr/covers/coversfull.html ).
Però credo sia stata un’occasione propizia, purtroppo destinata solo agli abbonati di Sky, ma comunque utile per una rigenerante ripassata e per qualche sorpresa (sempre ben accetta).
Riccardo Storti
Riccardo Storti (Genova, 1968)
Insegnante. Coordinatore del Centro Studi per il Progressive Italiano di Genova. Dal 1996 insegna Storia della Musica presso l’Università della Terza Età di Genova. E’ autore della guida Progressive in Italia (autoproduzione CSPI) e del volume Codice Zena (Milano, Aereostella, 2005) dedicato interamente al rock a Genova negli anni Settanta; sta per pubblicare, sempre per Aereostella, RACCONTI A 33 GIRI 100 dischi per scoprire il Pop Italiano degli anni ’70(di cui è curatore insieme a Paolo Carnelli e Donato Zoppo) e un saggio su Mozart
Attualmente è coredattore del trimestrale del CSPI “contrAPPUNTI” e scrive sul Canale di Rock Progressivo diretto da Gaetano Menna sul portale Supereva.
Maurizio Guccini









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