Dio crede nell'Uomo

Con questo suo ultimo libro “L’uomo che non credeva in Dio” Eugenio Scalfari abbraccia per la prima volta l'intera avventura della sua esistenza: a partire dalla stagione magica dell'infanzia, passando per gli anni della formazione (la scoperta della filosofia al liceo di Sanremo, compagno di banco l'amico Italo Calvino), l'educazione fascista, la scoperta della politica, le grandi scelte esistenziali. Fino all'impegno giornalistico, che dura da oltre sessantacinque anni, e al tempo lungo della vecchiaia. Ma ogni ricordo vive e perdura in funzione di una continua tensione intellettuale: l'autore non entra nelle stanze della memoria, se prima non è certo di intravedere dalla soglia il bagliore di un fuoco razionale che possa ampliare il dato autobiografico fino a farsi meditazione sulla vita, sui valori di ogni gesto compiuto. Ogni ricordo è un pensiero: perché vale la pena riordinare la vita tutta intera - con spirito geometrico, sia pur venato di scetticismo - solo se la conoscenza di sé resta il primo passo per comprendere e raccontare gli altri; per mostrare senza infingimenti quali forze, quali ambigui meccanismi regolino il vivere sociale di ogni uomo.

Questa è una recensione particolare, si basa, infatti, su un pregiudizio politico ed una previsione positiva. Mi spiego. Eugenio Scalfari lo conoscono tutti ed è opportuno ricordare i suoi trascorsi politico-esistenziali. Nel 1942 era fascista. Poi fu antifascista, nel 1945 azionista, nel 1946 vota monarchia, nel 1952 è liberale, nel 1955 radicale, nel 1963 socialista, nel 1976 filocomunista, dal 1983 al 1989 demitiano. Poi dal 1996 si è schierato con Prodi. Per essere uno che dà lezioni di politica non è che ne abbia azzeccate molte. Di lui, fra i tanti, si ricorda un indimenticabile articolo del 1959 sull’ “Espresso” in cui sosteneva la causa di Mosca: “Il cavallo sovietico si trova ormai a poche incollature dal cavallo americano. Nel 1972 l’Urss sarà passata in testa non soltanto come potenza industriale, ma anche come livello di vita medio della sua popolazione. Tutti luoghi comuni dell’efficienza privata e dello sperpero del collettivismo cadono come castelli di carta di fronte ai risultati raggiunti in quarant’anni dall’economia sovietica…”. Se questo è il pregiudizio politico, la previsione positiva si basa sul fatto di non averne azzeccata una e quindi tutto lascia supporre che anche le sue argomentazioni filosofico esistenziali sulla credenza di Dio possano essere sballate. E’ l’augurio che ci facciamo dandogli il massimo dei voti nella valutazione del suo libro che potremmo anche fare a meno di leggere.

Camillo Langone, su “Il Foglio” del primo giugno scorso ha scritto, tra l’altro, che il libro di Scalfari “non è un’autobiografia, è un saccheggio, e il derubato numero uno è ovviamente Federico Nietsche che compare, più o meno virgolettato, in un mucchio di capitoli, iniettando dosi di sconforto di cui Scalfari appare ben consapevole e quindi doppiamente responsabile: “Il presentimento di un mondo che ha in se stesso il suo unico fondamento. Un presentimento che suscitò nell’autore di Zarathustra un sentimento di tristezza e non di liberazione”. E tristezza, non liberazione, si ricava da questo libro che sta producendo danni ingenti perchè in libreria l’ho trovato impilato sul bancone della cassa, laddove i volumi vanno via come il pane. Minaccia di essere un libro dell’estate, col suo perfetto nichilismo da ombrellone: “Non ci sono alternative alla vita e dunque il suo senso altro non è che viverla”. Invece le alternative ci sono eccome, ignorate da Scalfari che evidentemente non legge nemmeno il suo giornale, impegnato dai tempi di Welby, e forse da prima, nella propaganda dell’eutanasia….”Storie si ordinario ateismo”: così avrebbe dovuto più onestamente intitolarsi il libro….” Una recensione quella di Langone che è una vera e propria stroncatura. A ben vedere meritata.

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Pubblicato il martedì 03 giugno 2008 in: Bibliochi

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