Guardi Sanremo?
A cura di Blues Girl
Pubblicato il 13/06/2002
Negli ultimi dieci anni i Dream Theater hanno giocato con il fuoco. Mentre alcuni gruppi ricercano volontariamente un posto tranquillo per evitare di bruciarsi con imprese rischiose, i Dream Theater si dirigono dritti verso la fiamma, fondendo generi diversi quali metal, jazz e musica classica.
Non sono molti i gruppi che potrebbero stare così vicini al fuoco senza scottarsi ma i Dream Theater lo hanno dimostrato più e più volte, continuando contemporaneamente ad alimentare in tutto il mondo un seguito di fan desiderosi di scoprire le nuove sfide musicali della band.
Anche nel 2002 il gruppo di progressive metal non deluderà i suoi ammiratori: con la pubblicazione del coraggioso doppio CD Six Degrees Of Inner Turbulence i Dream Theater hanno probabilmente portato a termine la loro mossa più ardita e presto riusciranno anche a camminare sui carboni ardenti.
Nel più classico stile prog rock di capolavori quali 2112 dei Rush e Close To The Edge degli Yes, il sesto album in studio dei Dream Theater è pieno di passaggi squisitamente tecnici (il marchio della band), riff ipnotici e maestosi interludi dell’altro mondo.
La title track, che occupa tutto lo spazio del secondo CD, regala ai Dream Theater un posto meritato a fianco dei quei gruppi storici sopra citati.
“Questo è un disco molto ambizioso e credo sia qualcosa che volevamo e dovevamo fare,” ammette Mike Portnoy, batterista straordinario.
“Oltre a migliorare singolarmente come musicisti, uno dei nostri obiettivi era diventare anche dei compositori migliori,” insiste il chitarrista John Petrucci. “Ci siamo imposti di dare agli ascoltatori un pezzo tematicamente complesso che sia però denso di elementi melodici.”
Come avevano già fatto per il loro ultimo album in studio, Scenes From A Memory (1999), Portnoy e Petrucci si sono occupati della produzione e hanno chiamato Doug Oberkircher, loro vecchia conoscenza, per prendersi cura dell’engineering e Kevin Shirley, per il mixaggio. Avere il controllo creativo delle composizioni e della produzione permise alla band d’esplorare possibilità infinite.
“Il grande successo di ‘Scenes’ in tutto il mondo ci diede la possibilità di fare quello che volevamo,” ammette Portnoy. “E fare quello che vogliamo è il vero motivo per cui esistono i Dream Theater.”
A testimonianza della loro sfrenatezza, i Dream Theater scrissero e registrarono simultaneamente. La band, comprensiva di Portnoy, Petrucci, del cantante James Labrie, del bassista John Myung e del tastierista Jordan Rudess, all’inizio del 2001 si chiuse nello studio di registrazione BearTracks a Suffern, nello stato di New York e quando ne uscì, una fluida raccolta di racconti musicali esagerati era stata consegnata ai nastri.
“E’ un processo collaborativo,” racconta Portnoy. “Di solito non lavoriamo basandoci su idee individuali – ci ritroviamo in studio, suoniamo e vediamo quello che viene fuori. Ci piace lavorare in questo modo.”
“Il nucleo della musica e lo sviluppo delle canzoni si basano molto sull’istinto,” afferma Petrucci. “Il fatto che ci conosciamo così bene e che lavoriamo insieme da un po’ di tempo ci da spazio a sufficienza per improvvisare mentre diamo forma alle melodie.”
I quattro musicisti creano la struttura della canzone mentre Portnoy, Petrucci e Labrie esplorano argomenti di vita ordinaria attraverso testi illuminanti ma talvolta controversi come quelli di “The Great Debate”. Una tempesta cacofonica piena di sound byte e voci, il brano è l’equivalente sonoro del dibattito etico che il suo tema presenta.
“Quando stavamo scrivendo questa canzone, le discussioni in merito alla ricerca sulle cellule staminali erano in tutti i giornali e notiziari,” ricorda Petrucci. “Ci sono due diverse scuole di pensiero che si scontrano e con quella canzone volevamo catturare proprio questa divergenza.”
Gli adrenalinici 14 minuti che formano il brano “The Glass Prison” si snodano tra rabbiosi riff chitarristici, imponenti fughe di tastiere, passaggi di basso sincopato, rullate di batteria e persino rumori scratch che di solito si trovano nei dischi hip-hop.
“Quando componiamo non seguiamo nessun schema e credo che quella canzone ne sia un esempio,” dichiara Petrucci. “Andiamo soltanto dove ci porta la musica.”
“Misunderstood”, “Blind Faith” e l’eterea “Disappear” esplorano gli aspetti sinistri del lato più d’atmosfera della band. Introducendo influenze disparate quali i Pink Floyd, i Radiohead, i Tool, Fryderyk Chopin e i Metallica, la band ha provato ad aprirsi nuove strade.
“’Disappear’ ha dei momenti molto psichedelici,” spiega Petrucci. “Dato che io e Mike avevamo il comando, abbiamo fatto delle cose dove acceleravamo il nastro, poi diminuivamo la velocità così quello che si sente è in realtà a mezza velocità. Abbiamo fatto anche cose strane con effetti analogici per chitarra. E c’è anche della roba suonata all’incontrario.”
La title-track di 42 minuti è tranquilla quanto uno stagno irrorato dalla luce della luna e velenosa quanto un cobra strisciante che affonda i denti nelle tue carni. Ritornando al tema complesso delle malattie mentali, precedentemente affrontato in Awake (1994), “Six Degrees Of Inner Turbulence” è abitata da maniaci momentanei, feriti catatonici che raccontano di fantasie ingannevoli ed individui emotivamente disturbati che veleggiano solitari verso tristi approdi.
“I sei personaggi della canzone – da qui i sei gradi del titolo – condividono tra loro un legame: soffrono tutti di stress emotivo,” spiega Portnoy. “Ognuno però reagisce in modo diverso al mondo che li circonda.”
Stracolma di strazianti ed improvvisi cambi di direzione musicali, stranezze tipiche delle colonne sonore di Danny Elfman e ritmi intensi, la suite in otto parti è una danza acrobatica su una fune musicale . Bilanciare gli elementi onirici di “Goodnight Kiss” (Parte V), la particolarità di “About To Crash” (Parte II e VII), l’aggressività di “The War Inside My Head” (Parte III) ed il decrescere catartico di “Solitary Shell” (Parte VI), non è un’impresa facile. Invece i Dream Theater la fanno apparire semplice.
“E’ stata una delle nostre più grandi imprese,” ammette Petrucci.
“Siamo tutti orgogliosi del risultato,” aggiunge Portnoy.
E mentre la musica della band si dirige verso nuovi territori, il gruppo s’imbarca in un nuovo tour. “Abbiamo intenzione d’andare in posti che non abbiamo mai visitato prima,” dichiara Petrucci.
La prima tappa è l’Europa poi sarà la volta dell’Asia, del Sud America e degli Stati Uniti – tutti concerti da headliner per la gioia dei fan.
“I fan ci hanno sempre sostenuto, sia che pubblichiamo un triplo CD dal vivo, come il nostro Live Scenes From New York, sia questo nuovo doppio CD in studio,” ammette Portnoy. “Siamo sopravvissuti per più di dieci anni perché ci siamo costruiti un seguito in tutto il mondo. E’ la devozione dei fan che rende possibile la nostra musica. Con il loro sostegno, chi può dire cosa faremo la prossima volta?”