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Lavoro, cultura, sociale e sport

Quanto è importante praticare sport in carcere?

A cura di Noemi Novelli (webangel)

Pubblicato il 19/01/2005

Il carcere spesso imprigiona oltre che il corpo l'anima ed il pensiero...Per questo sarebbe utile incentivare la creazione di attività culturali e sportive. Il buon esempio arriva dal carcere di Opera: il primo in Italia che possiede una squadra di detenuti regolarmente iscritta ai campionati ufficiali della FIGC in terza categoria. Ma la squadra ha una particolarità: non farà mai trasferte, del resto i giocatori sono detenuti. Ma per consolazione ci sono a le ragazze pon-pon... e provengono dalla sezione femminile!

Chi sta in carcere ha commesso un reato e per questo  è punito con la privazione della libertà. E questo dovrebbe essere chiaro a tutti...

Ma la reclusione danneggia il fisico e la mente?

La vita troppo sedentaria porta inevitabilmente all'insorgere di patologie e disturbi fisici di vario genere?

Certamente alcune ore settimanali di attività motoria sono salutari per chi vive lunghi periodi in spazi estremamente ristretti.

Lo sport ed in particolare il gioco di squadra può essere considerato rieducativo. Infatti stimola il detenuto allo stesso tempo nella ricerca dell'alleanza (tra i compagni di squadra) e della competizione sana.(tra gli avversari).

In molti istituti italiani viene data la possibilità di praticare sport, sia nelle sezioni femminili che in quelle maschili. 

A tutti i detenuti è consentito di usufruire della cosidetta "ora d'aria", ma gli spazi dedicati a questi momenti quotidiani da trascorrere nel cortile sono molto limitati e sempre compresi tra alte mure, se il direttore dell'istituto lo consente (ed il carcere a livello logistico è predisposto) i reclusi/e possono cimentarsi in giochi di squadra  o partecipare a lezioni di danza, aerobica e ginnastica ( sopratutto le donne detenute)

Ma il buon esempio arriva dal carcere di Opera.
 
 
 
                           
                  Le ragazze della sezione femminile del carcere di Opera, tifose della squadra.
 
 
Dal Corriere della Sera:
Articolo di Cristian Carosi 
 
FreeOpera Brera, un calcio al carcere
 
Nasce la prima squadra di detenuti iscritta regolarmente ai campionati ufficiali della FIGC in terza categoria
Sono tutti d'accordo, presidente, allenatore e calciatori.
Forse c'è qualche lacuna tecnica da colmare, ma l'entusiasmo è alle stelle: il 28 settembre inizierà il campionato di terza categoria e la squadra scalda i motori per prepararsi all'esordio.
 Il FreeOpera Brera da quel giorno comincerà la sua avventura che potrebbe portarlo, risalendo tutti i nove livelli da cui è composto il campionato ufficiale della FIGC, fino alla serie A.
 
Con una particolarità. Non farà mai trasferte, ma saranno sempre gli avversari a doversi confrontare sul suo campo.
 E sì, perché i giocatori del FreeOpera Brera non possono uscire dalle mura del carcere nel quale sono rinchiusi, ma questo succedeva anche prima di essere selezionati per far parte della squadra.
 «Per noi è una grande occasione - sostiene Mario, dentro da 17 anni (quando ancora esisteva l'Unione Sovietica, scherza) -. Gli allenamenti ci permettono di uscire dalle celle tre volte la settimana, ma per noi ciò che conta è avere qualcosa in cui credere e confrontarci con le persone che arrivano dall'esterno».
L'idea di fondare una squadra ufficiale nel carcere di Opera è frutto della mente di Alessandro Aleotti, presidente del Brera Calcio, fervido sostenitore del valore sociale e culturale dello sport. «Anche con il calcio è possibile fare politica, lo abbiamo dimostrato organizzando da cinque anni. MilanoMondo, il campionato che riunisce 24 comunità di immigrati extracomunitari. Ora ci lanciamo in questo progetto per cercare di migliorare le condizioni di vita dei detenuti e far conoscere all'estero una realtà troppo spesso negata».
 
Obiettivi che hanno trovato l'appoggio indispensabile e convinto del direttore del carcere Alberto Fragomeni, che sorride raccontando come gli siano arrivate richieste di reclusi in altri penitenziari che vorrebbero entrare nella squadra.
Ma i veri protagonisti restano loro, la rosa di 27 giocatori con le magliette nuove e un'incontenibile gioia negli occhi. Finalmente si gioca la partita, la mente è concentrata sulla palla e per 90 minuti le sbarre, i muri di cinta, la routine della detenzione sembrano così lontani. Solo le urla di incitamento che provengono dai bracci del penitenziario ricordano la vicinanza con le celle, volti nascosti da griglie di metallo, i loro 1.373 compagni meno fortunati che si uniscono al sogno della squadra.
 
Dovranno vedersela anche con i secondini, ma solo sul campo di gioco: infatti, anche loro si sono iscritti nel medesimo campionato col nome di Frecce Azzurre Opera.
Le ragazze pon-pon (guai a chiamarle così), provenienti dal braccio femminile, non hanno ancora avuto il tempo di studiare una canzone o una coreografia, ma dalla panchina incitano appassionatamente i compagni.
 
Poco importa che l'amichevole con il Seregno 1913 finisca con una sconfitta netta di sei gol a due. Il calcio d'inizio è stato dato, un anno diverso aspetta Leonard, Carlo, Anis, Roberto, Mario e tutti gli altri coinvolti in questa personale partita.
                                

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