Condividi la creazione della Banca del DNA?
A cura di Noemi Novelli (webangel)
Pubblicato il 03/02/2005
I pensieri eludono la sorveglianza, viaggiano liberi ed oltrapassano il muro. Ed anche in carcere è San Valentino. I detenuti ricordano mogli, fidanzate compagne ed amori perduti attraverso lettere e poesie. Eh si, per adesso,in Italia, in carcere si può amare solo platonicamente, mentre in Spagna, in Germania, in Svizzera, in Olanda e nei Paesi Scandinavi esiste una legislazione che prevede la possibilità di colloqui intimi. Tranquilli, "ragazzi" il direttore del carcere di Bollate, Lucia Castellano, (intervistata da Vita) dichiara che si impegnerà per il diritto all'intimità dei suoi reclusi, tanto da progettare la costruzione di bungalow ad hoc, dove i detenuti potranno incontrare mogli o compagne.

"Ti amo come se mangiassi il pane spruzzandolo di sale
come se alzandomi la notte bruciante di febbre bevessi l'acqua
con le labbra sul rubinetto
ti amo come guardo il pesante sacco della posta
non so che cosa contenga e da chi
pieno di gioia, pieno di sospetto, agitato,
ti amo come se sorvolassi il mare per la prima volta in aereo
ti amo come qualcosa che si muove in me
quando il crepuscolo scende in Instanbul a poco a poco
ti amo come se dicessi Dio sia lodato sono vivo."
Da lettere dal carcere di Nazim Hikmet (traduzione Joyce Lussu)

" I tuoi occhi, i tuoi occhi
che tu venga all'ospedale o in prigione
nei tuoi occhi porti sempre il sole
I tuoi occhi, i tuoi occhi
questo fine di Maggio, dalle parti d'Antalya sono così,
le spighe di primo mattino.
I tuoi occhi, i tuoi occhi
quante volte hanno pianto davanti a me
son rimasti tutti nudi,
i tuoi occhi nudi ed immensi come gli occhi di un bimbo,
ma non un giorno han perso il loro sole
i tuoi occhi i tuoi occhi.
Verrà un giorno mia rosa, verrà un giorno che gli uomini
si guarderanno l'un l'altro fraternamente,
con i tuoi occhi, amore mio,
si guarderanno con i tuoi occhi"

Svetlana, Gena, Sandra, Licia si domandano: ma chi può pensare che i colloqui bastino davvero a soddisfare il bisogno di amore di una persona detenuta?
L’affettività detta così è un termine generico che non ci piace.
Per noi affettività… sono gli affetti, quelli che ci mancano… sono i figli, la madre, il padre, le sorelle, i nipoti, il marito o il compagno. Già la libertà ci manca, anche gli affetti ci sono negati e non possiamo viverli in modo "normale".
La struttura carceraria prevede, indicandoli come affettività, i colloqui, ma davvero si può pensare che "il colloquio è affettività"? Molte volte ci vergogniamo di andare al colloquio con i nostri familiari, tanto è triste e degradante il posto.
L’ambiente, ovvero quella stanzetta spoglia che dovrebbe in realtà riunire un nucleo familiare o comunque delle persone accomunate da un legame di affetto, è nettamente diviso in due da un freddo "tavolaccio". Il tavolo è abbastanza largo da costringerci a faticare per poterci tenere strette le mani. Il tutto dura un’ora e due volte al mese si possono fare due ore. E siamo già fortunate se il turno del colloquio l’abbiamo insieme a nostre compagne abituate a parlare con voce pacata (come noi), se ci capita il turno con qualcuna capace solo di esprimersi a voce alta è un disastro.
Quell’ora a settimana, in condizioni così assurde, a noi dovrebbe bastare per sopperire a tutti i nostri bisogni di affetto e alla necessità di comunicare con le nostre famiglie, o comunque con le persone a noi vicine. Senza contatti fisici, senza gesti affettuosi, senza carezze, senza un bacio, perché tutto questo non è previsto dai regolamenti. La realtà poi è ancora più cruda: del tempo consentito, quasi la metà viene trascorsa da entrambe le parti a cercare di camuffare quella sorta di imbarazzo, di disagio che inevitabilmente si viene a creare, poiché le persone che si incontrano solo in carcere perdono ben presto l’abitudine a comunicare in maniera reale e non distorta dal luogo in cui si trovano; il tempo restante è insufficiente per riuscire ad esprimere le proprie emozioni, soprattutto sotto l’occhio vigile di telecamera ed agenti.
Un altro problema molto importante è il sesso, o meglio la mancanza di sesso.
Vorremmo cominciare dicendo che sappiamo molto bene cosa si può pensare da "fuori": "Che cosa vogliono? Mangiano, bevono, hanno la televisione… e che cosa pretendono ancora? Anche il sesso?"
È vero, noi abbiamo sbagliato, ed è giusto che paghiamo i nostri errori, però quello che noi vogliamo è pagare, soffrire, e riscattarci con dignità.
Per noi, forse sbagliamo, dignità vuol dire tentare di vivere questo momento del carcere in modo costruttivo, cercando una specie di riscatto, ma avere una vita affettiva "normale" per quel che è possibile sarebbe un aiuto a migliorare noi stesse. Il sesso non è solo un bisogno fisiologico e sicuramente noi non chiediamo il sesso a ore.
Quello che chiediamo con dignità è la possibilità di avere dei colloqui con i nostri familiari e il nostro compagno, in un ambiente e in un contesto sereno, senza i controlli visivi degli agenti e per un arco di tempo sufficiente a consentirci di coltivare i nostri rapporti affettivi e sessuali in modo costruttivo.
Stare forzatamente senza sesso vuol dire anche diventare più aggressive, star male, sentire di più il bisogno di "terapia". E vuol dire anche che, dopo tanti anni, quando siamo fuori abbiamo paura di andare con un uomo e di vivere una storia d’amore senza angoscia.
Marco e Morena: una storia d'amore nata in carcere

Morena Villa e Marco Medda
Si sposano in carcere nel 2001.
Lei, Morena Villa condannata a venticinque anni di carcere per omicidio.
Lui, Marco Medda, ergastolano, con trent'anni di carcere alle spalle.
Alcune immagini del loro matrimonio celebrato all'interno dell'istituto penitenziario di San Vittore a Milano finiscono in un film: "Fine amore mai" E' un film scritto e sceneggiato dai detenuti, per dimostrare che anche in carcere chi vuole può voltare pagina e provare a costruirsi una vita diversa anche all'interno delle mura.
Marco e Morena si incontrano per la prima volta nella sala comune dove alcuni detenuti provenienti dalle sezioni maschili e femminili lavorano in orari stabiliti al computer. E' proprio lì che nasce il loro amore. Anche se gli incontri sono fugaci, il tempo a disposizione per conoscersi è limitato, il loro legame diviene in poco tempo così solido che entrambi, senza porsi troppe domande su quale potrà essere il loro futuro, decidono di unirsi in matrimonio.
Morena intanto ha la possibilità di lavorare alcune ore all'esterno del carcere, Marco a cui viene negata la possibilità di usufruire dell'art.21 (cioè della possibilità appunto di lavorare esternamente per poi far ritorno in carcere la sera) dipinge nella sua cella-laboratorio all'interno del San Vittore.
Marco:"Era proprio destino, Morena mi piace perchè internamente adesso è così come appare"
Morena: "Non ha importanza chi ero io e chi era Marco, prima. So solo che adesso lui è un'uomo meraviglioso"
"Tutto bene quel che finisce bene" potremmo dire noi. Pensando ad un uomo ed a una donna che pur reclusi attraverso l'amore ed il lavoro hanno riacquistato equilibrio e forse serenità. Due persone che dopo anni di errori commessi ed anni di carcere alle spalle, stanno cercando di voltare pagina. Ma sarebbe troppo semplice....le storie d'amore quelle vere, che si rispettino, sono sempre m travagliate,molto travagliate anche se nascono in galera.
Ecco che Marco, infatti, viene trasferito prima a Monza ed ultimamente a Livorno.
E qui ha inizio la ribellione di un uomo che si vede improvvisamente allontanato dalla moglie e dalla vita "diversa" che si stava da poco accingendo a vivere.
E dal carcere di sicurezza di Livorno (nel quale è stato recluso per atti di ribellione commessi a Monza) giungono le sue lettere e l'eco delle sue proteste, le notizie dei suoi lunghi periodi di digiuno(anche quindici giorni): tentativi per esternare il suo disagio, nella speranza di riuscire a ricomporre in un mosaico i vetri rotti, quelli di un'emotività violentemente frantumata.
"L'allontanamento dalla donna che ho sposato e che amo ha determinato il riapparire nella mia sofferta personalità di vecchi fantasmi" lo stesso Medda afferma.
"Fine amore: mai" un film per raccontare i sentimenti dietro le sbarre.
da Repubblica
"Fine amore: mai" narra storie di affettività vissute nel carcere milanese di San Vittore.
Tra comicità, ironia, confessioni e consapevolezza dei limiti oggettivi causati dall'internamento.
Si raccontano storie d'amore e anche di sesso tra detenuti, attraverso il Gruppo Audiovisivo di San Vittore, a curare la regia della pellicola, coordinati da Davide Ferraro.
Il regista già noto per "Tutti giù per terra", tratto dal romanzo di Giuseppe Culicchia e "Guardami" storie di una pornostar che lotta contro la malattia.
Un documentario, un'inchiesta o un reportage. I registi non lo hanno definito: è il documento di come si può vivere l'esperienza dell'affettività anche in carcere, con i ricordi della vita esterna, l'arrivo di nuovi detenuti a volte persino i matrimoni.
A dimostrare come dice il titolo, che l'amore non finisce tra le mura della detenzione, anzi può diventare un'ossessione, su cui i detenuti però ironizzano: ecco allora fare il loro ingresso nel film persino Aldo, Giovanni e Giacomo, con alcuni sketch scritti dai carcerati e interpretati dai tre comici.
"Fine amore: mai" è stato presentato al 19 Torino Film Festival, Kermesse del cinema indipendente conclusasi il 23 novembre 2001.
|
"A te, donna "
"Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale e ora che non ci sei è il vuoto ad ogni gradino. Anche così è stato breve il nostro lungo viaggio"
Eugenio Montale
Quante difficoltà e quante paure, vivo, nell’atto di aprirti il mio cuore. In questo preciso istante, rimpiango di non poterti avere qui al mio fianco. Probabilmente questa è una "fortuna" sia per me che per te. Quello di scriverti è oggi l’unico modo di raccontarmi. No, non sono timido e neanche reticente, non voglio nascondermi o apparire quello che non sono, soltanto non ho più l’abitudine di relazionarmi con te. Questo può sembrarti il lamento di un eremita. Non lo è. È un grido! Il mio grido! Un grido disperato, volutamente "rinchiuso" in me, nel mio cuore, perché in questo luogo, esprimere la propria sofferenza equivale a dimostrarsi deboli. È stupido lo so. Ma è cosi. Dei miei 33 anni, gli ultimi 10 li ho trascorsi in reclusione. Puoi immaginare a quante e quali cose ho dovuto rinunciare. Mi è stata tolta la libertà, e non solo quella fisica, mi viene razionata l’aria, somministrata in piccole dosi, cosicché il desiderio di questa possa "guarirmi"!! Molte altre cose mi sono state sottratte, ma vi è solo un motivo per il quale provo disperazione, sei tu donna. Mi sei stata amputata senza possibilità di rimedio. Annullata nel mio corpo e denigrata nella mia mente. Ricerco la libertà nei libri, nella mia fantasia, nei ricordi, ma senza il contatto con l’esterno è tutto irreale, Di aria faccio il "pieno" in quei pochi momenti consentiti, ma anche lei ha il sapore delle sbarre. Mi manchi donna, in tutto ciò che faccio, in tutto ciò che sono. In questo luogo la tua immagine è spesso ridotta a "simbolo", quasi idolatrato, innanzi al quale si vedono uomini assorti in adorazione di calendari, nei quali tu metti in mostra le tue grazie. Altre volte le tue foto patinate, diventano gelosi feticci, utilizzate nel momento più squallido che un carcere si è "costretti" a vivere, il "surrogato" della passione, dell’atto d’amore. Non posso negartelo, anche per questo mi manchi. È immenso il desiderio di poterti abbracciare, di stringerti al mio petto, sfiorare la tua pelle e contemplare il tuo corpo. Essere il rifugio l’uno dell’altra. Ma tu donna non sei piacere carnale. Sei altro. Molto di più. Sei ciò che mi rende uomo, non potrei definirmi tale senza te, non posso! Mi manca il coraggio con cui affronti la vita, le difficoltà e le delusioni senza lamenti. Mi manca la femminilità dei tuoi movimenti, forse "insignificanti" nella quotidianità, ma fondamentali in questo vuoto. Mi mancano quelle lunghe attese di te, che riflessa in uno specchio, crei come un artista fascino ed illusioni. Mi manca il tuo viso, i tuoi occhi, i tuoi pensieri. Mi mancano le tue espressioni, a volte enigmatiche altre sognanti. I sogni… quante volte mi sono ripromesso di realizzare ogni tuo desiderio. Renderti felice sarebbe al tempo stesso, per me, felicità. Sarebbe libertà! Sarebbe aria! Mi manca l’amore, la possibilità di corteggiarti. e di penare le "dolci" sofferenze che solo l’amore sa dare, A chi mai potrei donare dei fiori? A chi mai schioccare baci? A chi potrei affidare il mio cuore in questo luogo di pena? Questo mio grande dolore troverebbe sollievo con la tua "semplice" presenza. Sei la mia panacea. Sei l’antidoto al mio "cronico male". Ogni giorno penso a te. Ogni notte sogno te. Non ho un’immagine precisa, non posso descriverti. Potresti essere alta o bassa, bionda o bruna, portare gli occhiali o un filo di perle, non è quello che vedo di te. Quando sogno io ti sento. Ti sento tenera ed affettuosa, dolce e delicata, ti sento donna, amante, madre e compagna, vicina, tanto vicina come da tempo non ti sento. Tante cose in questo tempo ho dimenticato, l’amore, l’affetto, il gesto di una carezza. Come ci si sente ad essere romantici? Quale è l’emozione nel donare un pensiero a S. Valentino? Camminare abbracciati o mano nella mano, dà felicità? Io non ho le risposte. Le ho dimenticate. Ho avuto familiarità con le armi, ho avuto il coraggio o forse l’incoscienza di rapinare banche, ho la capacità di sopravivere 10 anni in carcere… ma mai imparerò a vivere senza di te. Se voglio ricominciare a vivere e smettere di sopravvivere, se voglio riconquistare la normalità e la stima di me stesso, ho il necessario bisogno di te. Ma finché continuerai ad essere soltanto un poster appeso al muro…
|