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Il carcere dell'anima e della mente

Quando la famiglia diventa una prigione

A cura di Noemi Novelli (webangel)

Pubblicato il 24/02/2005

Si pensa che il disagio dei figli nasca sempre e comunque da genitori inadeguati e l'immaginario comune associa l'inadeguatezza a famiglie di ceto sociale inferiore di bassa cultura emarginate dalla società, non è sempre così...

Spesso il disagio dei figli nasce dall'inadeguatezza di genitori insospettabili, persone note, professionisti, accettati e ben visti dalla società "ma che nascondono la spazzatura sotto il tappeto" (così come la scena di un noto film).Bellissimi castelli di carta pronti a crollare al primo alito di vento. Ipocrisia nascosta dietro falsi sorrisi... 

Madri affette da delirio di onnipotenza, che sfogano sui figli le loro frustrazioni, che vedono i figli come una proiezione di se stesse, padri che non riescono a comunicare che mostrano determinazione nell'ambito professionale ma che contano meno di niente in famiglia.

Ragazzi che cercano l'evasione da una famiglia-prigione in mille modi ed invece di trovare pace cadono, nella spirale della droga, dell'anoressia, nella depressione, incontrano compagnie devianti, false religioni. Imboccano strade senza ritorno. La casa che dovrebbe essere il luogo più sicuro dove rifugiarsi, dove trovare conforto dopo una delusione, diventa una prigione soffocante da cui fuggire, e se non vi è la possibilità di farlo fisicamente si cercano altri tipi di evasione.

 Il disagio è molto più pericoloso se nasce all'interno di una famiglia di ceto sociale medio-alto poichè c'è la tendenza a celare carenze e quotidiani drammi all'interno delle mura domestiche,c'è il rifiuto  di affrontare i problemi, di affidarsi alla terapia familiare.

E' interessante leggere il libro "Segreti di famiglia" di Malacrea e Vassalli  edit. Cortina Milano, perchè spiega come in una famiglia apparentemente "normale" e di classe sociale medio-alta si può consumare l'incesto non violento padre-figlia.

Vicino ad una madre anaffettiva, dispotica e distante quasi sempre c'è un marito introverso ed un padre da consolare.

L'incesto in questo caso può essere prima o solo psicologico.

 La figlia assume il ruolo di patner del padre. Questo vissuto in età adolescenziale crea disturbi psicologici nella ragazza che vive questa situazione con travaglio interiore, avviene un calo dell'autostima si forma una personalità instabile tendente alla depressione. Le giovani donne che hanno vissuto questa vicenda familiare continuano a provare anche nell'età adulta ostilità, rabbia e sentimenti di rivalità nei confronti della madre, manifestano la sensazione di non sentirsi "pulite dentro" e dichiarano di percepirsi inadeguate all'ambiente sociale o lavorativo.

Difficili i rapporti amorosi si verifica spesso la tendenza a cambiare molti patner non riuscendo ad instaurare un legame di coppia stabile.

Una ragazza ventitrenne, che chiameremo "Rosy"usando uno pseudonimo, scrive sul suo Web-Blog :

"...Nessun posto è come casa mia" e continua descrivendo, quasi da spettatrice, i due  diversi comportamenti dei genitori quello "sobrio, sorridente, affettuoso, premuroso" che assumono nei suoi riguardi quando si trovano fuori dall'ambito domestico in presenza di persone estranee alla famiglia e l'atteggiamento "aggressivo, superficiale, infantile poco educativo" che assumono, invece, tra le mura domestiche. 

"Rosy" si interroga sulle cause del repentino cambiamento dei genitori una volta varcata la soglia di casa. E come se entrando in casa gettassero le vesti degli stimabili professionisti sempre e necessariamente padroni di se, per apparire come sono realmente pieni di paure e di insicurezze.

 

Susanna Tamaro nel suo libro "Rispondimi" parla di queste famiglie prigioni. Il romanzo (300.000 copie vendute) racconta i delitti nascosti nelle famiglie perbene: un padre che travolto dall'ira investe con la macchina il figlio adolescente, un marito che acceccato dall'incomprensione uccide la moglie.

Ecco l'intervista a Susanna Tamaro

a cura di Massimo Bernardini

Susanna, come si fa dopo questi fatti a guardare alla famiglia con realismo, senza false illusioni ma anche con un'pò di speranza?

Occorre guardare la realtà e non quella cosa edulcorata e immaginaria che scambiano per tale. La famiglia ha subito cambiamenti sconvolgenti, come tutta la società. Fino a diventare da simbolo di stabilità una realtà instabile ed esplosiva. Le ragioni sono molte non basterebbero dieci sociologi a trovarle. Una delle più importanti credo sia che la condizione della donna è cambiata radicalmente in questi ultimi trent'anni.

Un cambiamento in negativo o in positivo?

Io definirei semplicemente necessario, ma il contraccolpo è stato molto grande. Le persone che si uniscono in matrimonio non sanno mediamente perchè stanno insieme.Vedo intorno a me unioni che si frantumano nell'arco di pochi mesi. Tanto che ho deciso di fare i regali di matrimonio solo dopo cinque anni. Eppure tante coppie, tante famiglie, hanno facce belle, insospettabili...e magari dietro quelle facce belle si annida già il delitto. Non teniamo già abbastanza conto della spazzatura che i mass media ci riversano addosso continuamente. Lo dico da praticante yoga, da conoscitrice degli strati più sottili della coscenza: non è moralismo. La mente è fragile ed impressionabile, fatta alla fine anche di neuroni. A furia di essere seppelliti da tanta spazzatura la mente stessa diventa spazzatura. Ripeto, è un fatto fisiologico, non moralistico. Ma hai mai pensato quante schifezze subiscono i bambini, quante ne respirano, quante ne bevono dai 3 anni in su?

Come difendersi?

Educare vuol dire comunicare. Per esempio bisogna correggere alcune pseudocertezze della moda "devo provare tutto" è un'enorme stupidaggine. La fragilità va invece difesa, la parte buona va invece coltivata.

Ma allora dove trovare una speranza?

Indubbiamente alcune famiglie di oggi sono una camera a gas, come si diceva negli anni settanta, una prigione dove l'aspettativa dei genitori è l'unico, asfittico orizzonte. Per sopravvivere oggi la famiglia  deve aprirsi all'esterno, deve cercare nutrimenti. L'alternativa è una patologia gravissima senza arrivare alla violenza abbaccinante di questi giorni. Per crescere oggi ci vogliono ben altri legami che quelli del sangue. Non bastano sono una realtà solo animalesca: noi abbiamo bisogno di altro. Poi c'è un problema di libertà, di sangue vissuto spesso come possesso, come diritto di proprietà.. E accanto a questa pretesa la crisi della capacità di comunicare, il dilagare dei gadget per adolescenti, dei "tvb" da sms. E' (incapacità di fare un discorso, di parlare, di ascoltare. Ma se non comunico, se non dico quello che sono, resta solo la sopraffazione dell'altro da me. E qui la crisi paurosa dell'educazione, qui la religione dell'incapacità a insegnare rispetto). Certo che esistono ancora famiglie bellissime, ma la media non è consapevole del disastro" 

Una ragazza anoressica racconta: Ero chiusa dentro la torre dell'anoressia e da lì mi proteggevo

Clara si rifugia in una torre-prigione quella dell'anoressia per proteggersi dall'autorità di  genitori  inadeguati e fragili che la vogliono responsabile e perfetta, già a cinque anni.

Sono cresciuta in una famiglia come tante altre…
Venuta al mondo 22 anni fa, seconda figlia di un matrimonio finito prima di iniziare… Educata con ferrea disciplina, il valore “princeps” che mi è stato passato è quello del DOVERE. Sin da piccolissima mi è stato insegnato a lavorare sempre e comunque, sodo, incessantemente, a sfruttare ogni risorsa ed ogni energia per produrre, per essere sempre “la migliore”, la “numero uno”, “la prima della classe”… Coerentemente a quest’insegnamento, a 5 anni sono andata in prima elementare... E l’ingresso a scuola ha sancito, senza che nessuno se ne accorgesse, il mio ingresso nel tunnel dei disordini alimentari.
Scuola è sempre stato sinonimo di “sfida”, di impegno ferreo, superamento dei propri limiti, della sopportazione, e del senso di colpa per ogni traguardo non raggiunto. Iniziato il cammino scolastico, è finito per me il tempo dei giochi, delle vacanze, della TV, dei cartoni animati…
Per il mio 5 compleanno, nessuna bambola, nessun giocattolo… I miei primi libri… 3 libri interattivi con le fiabe, da riassumere per iscritto con le scadenze fissate… Fin da 5 anni mi sono state imposte delle date entro cui consegnare i compiti, da brava, diligente, ineccepibile bambina modello… La scuola, i compiti extra assegnati da mio padre persino in estate… In pochi anni tutto questo è divenuto il mio calvario. Calvario che si è dipanato attraverso gli anni delle liti familiari, attraverso lo spettro della separazione dei miei, giunta finalmente come una liberazione appena due anni fa, dopo 18 anni di sofferenza.
Ancora bambina il mio rapporto con mia madre subì una paralizzante inversione di ruolo, e senza aver il tempo di pensarci, mi trovai catapultata nel ruolo di mamma di mia madre.
Mamma di una mamma che la notte veniva a rifugiarsi a piangere tra le mie braccia; mamma che di lì a poco iniziò ad imbottirsi di farmaci, senza nessun controllo medico, senza alcun criterio di dosaggi… Quando mio padre scoprì mia madre svuotare il contenuto di una intero flacone di Lexotan in due dita d’acqua, ero presente anch’io

Lui le si avventò contro, le strappò tutto dalle mani, lanciandolo per terra. Poi si voltò verso di me, e mi consegnò “ufficialmente” il compito di gestire quei farmaci. Non ci pensò su due volte : io ero grande abbastanza da capire quando era veramente indispensabile lasciarle prendere quelle gocce, e quando invece potevo “sfidare” il suo bisogno di calmanti. Peccato avessi appena 12 anni !

A 14 anni la mia prima storia d’amore… Ero una bambina. La bambina in me urlava perché qualcuno le lasciasse lo spazio di vivere, ingenuamente, come una bambina, malgrado a quella bambina fosse stato insegnato da molti anni ormai ad essere adulta, forte, matura, basata…
La bambina si dimenava, eppure a 14 anni trovò al suo fianco un ragazzo molto più grande, immerso ormai nella vita adulta. E la bambina vestita da adulta, si tuffò ciecamente dentro l’ennesimo mondo adulto, lasciandosi alle spalle la vita da teen ager, i coetanei, i cartoni animati, la dorata ingenuità che ancora a quell’età ci si può concedere. Una storia d’amore durata per tutta la mia adolescenza, sino ai 18 anni. Dibattendomi tra la mia voglia di essere bambina, ed il bisogno di essere grande per non deludere tutti quelli che da me si aspettavano la forza di un’adulta.
Nulla era sotto il mio controllo, malgrado il mio bisogno di essere autonoma, e al tempo stesso protetta alle spalle da una persona forte, grande, adulta, che mi accompagnasse sul mio sentiero, incoraggiandomi a scoprire chi fossi veramente. Incoraggiandomi a far vivere la bambina soffocata e vestita da adulta sin dall’infanzia. Cercavo me stessa, e trovavo solo l’ombra un po’ goffa di una bambina che ha indosso le scarpe con i tacchi della mamma e continua ad inciampare di qui e di lì

Cercando, cercando….
Cercavo me stessa attraverso i miei coetanei, cercavo me stessa attraverso le persone che amavo, attraverso la guida delle persone più forti a cui chiedevo protezione, e che a loro volta invece continuavano ad aspettarsi da me un comportamento adulto e ormai consolidato.
A 16 anni ho iniziato a controllare la sola cosa che fosse rimasta tra le mie mani : il cibo.
A 16 anni ho iniziato con i digiuni.
All’inizio è iniziata semplicemente come una breve dieta dimagrante…
Alta 1,58 pesavo 55 kg, e mi sembravano davvero troppi. All’inizio volevo solo (almeno ufficialmente) mandar giù 3-4 kg…
Ma portavo dentro la precisa volontà di esercitare un controllo su qualcosa, di tornare bambina, di diventare trasparente, sparire dalla vista di chi continuava ad impormi di essere forte e matura.
Volevo essere sempre più impalpabile, trasparente fino a non farmi trovare più.

E cercando, cercando… Ho iniziato a mangiare sempre meno, a sfidare la bilancia, il peso che diminuiva, il corpo che si indeboliva, i collassi che iniziavano a susseguirsi sempre più rapidamente e frequentemente, gli abiti che mi stavano sempre più grandi, il polso su cui l’orologio stava sempre più largo… Tutto quanto… Tutto divenne una sfida, un duello serrato tra me e l’alimentazione. Pasti consumati sempre più lentamente, pacchetti di crackers sminuzzati in briciole tanto piccole che si irritavano i polpastrelli, consumati in tempi record come 2 ore ! 2 ore per un pacchetto di crackers…. Pensa a quanto durasse un intero pranzo…
Così, presto iniziai ad isolarmi, a fingere malesseri per non sedermi a tavola e saltare i pasti, a nascondere pezzi interi del pranzo per gettarli via al momento opportuno… E quando ero costretta a mangiare, stavo male, mi sentivo in colpa per non aver mantenuto fede a quel patto silente fatto con la mia bilancia… Ancora una volta in colpa per non essere stata all’altezza degli standard che stavolta mi ero imposta da sola. Ma come vedi, alla base c’era sempre un senso di colpa, di inadeguatezza, di debolezza. “Risolsi” la questione iniziando a compensare quando per qualche ragione ero costretta a mangiare. Compensavo vomitando, o con digiuni spropositatamente prolungati in seguito per “recuperare” la mangiata del pranzo “incriminato”.
In sei mesi il mio peso scese drasticamente a 44 kg, poi a 42, infine a 40. Insieme alla perdita di peso, ebbe inizio il declino del mio organismo, perdevo i capelli, svenivo sempre più spesso, le mestruazioni divennero irregolari. Sentivo che qualcosa non andava bene, e ne ero inspiegabilmente soddisfatta. Non volevo star bene, volevo andar via pezzo per pezzo, volevo vedere il mio corpo sparire lentamente ma progressivamente, incessantemente. Volevo assolutamente andar via con il mio peso, selvaggiamente accanita nel mio proposito, assalita dal senso di colpa tutte le volte che mangiavo qualcosa, assalita dal senso di colpa tutte le volte che incontravo lo sguardo preoccupato di mio padre, che iniziava a rendersi conto di quello che mi accadeva. Ed ogni senso di colpa che sbocciava in me, era un digiuno in più.

Il terrore.
Lentamente iniziò anche il terrore. Il terrore per lo specchio, che mi rimandava un’immagine sempre più deforme ed insoddisfacente. Immagine deforme per l’eccessiva magrezza forse… O semplicemente perché distorta dai miei occhi.
Divenne in breve terrificante star davanti allo specchio anche solo per truccarsi. Il primo giorno di terrore, lo ricordo come se fosse oggi… Provavo degli abiti, davanti lo specchio… Ebbi come la sensazione di vedere delle parti del mio corpo allargarsi e poi restringersi… Avveniva a vista d’occhio, le cosce mi sembravano dilatate e il busto ristretto.. I mutamenti erano dinamici, li vedevo avvenire sul mio corpo e non riuscivo ad intervenire per bloccare quel processo terrificante.
Mi convinsi ancor di più di dover dimagrire ulteriormente. La cosa si ripeteva sempre più spesso. Sentivo gli occhi degli altri perennemente rivolti verso di me, perennemente fissi su quelli che a me sembravano degli insormontabili difetti fisici, e avevo come la sensazione che anche loro provassero il mio stesso ribrezzo verso il mio corpo.
Lo specchio divenne il mio nemico, la fonte di tremende angosce, di ore di terrore…
Finchè decisi di non guardarmici mai più dentro, di non truccarmi, non pettinarmi, vestirmi senza guardare, trascurarmi per essere più invisibile che potessi… Il viso sempre nascosto dai capelli e dagli occhiali scuri anche d’inverno… Abiti sempre più ampi, dei veri e propri “sacchi” con cui cercavo di camuffare quel corpo diabolico che cambiava a vista d’occhio. Solo in seguito scoprii che quello che avevo vissuto, quel terrore, quell’allucinazione angosciante, aveva uin nome specifico… Solo molto più tardi scoprii che era stata una DISMORFOFOBIA.

E nel frattempo la scuola iniziò a subire i primi colpi… La mia concentrazione era sempre minore, il rendimento calava a vista d’occhio. Terzo Liceo Scientifico. L’anno più complicato dell’intero quinquennio. L’anno del passaggio dai quadrimestri ai trimestri, della riforma scolastica in cui nessuno sapeva bene come muoversi per star dietro ai tempi più “serrati” dei trimestri… E l’ex “prima della classe” portò il primo 5 in pagella …. TRAGEDIA FAMILIARE !
Da quel giorno segregata in casa, divieto di ricevere telefonate, divieto di uscire persino al sabato sera… tessera di abbonamento al Teatro strappata in 16 pezzi che ancora oggi conservo… Perché DOVEVO recuperare i miei standard, i miei livelli di sempre. Da quel momento, fino alla fine dell’anno, non rimase altro che lo studio e i libri…. Per un 5 in una pagella con la media del 7,5 !!!
Mi gettai a capofitto nello studio, forse più per lenire i miei sensi di colpa, che per recuperare quello che avevo perduto…
Trovai inoltre la scusa per saltare altri pasti, per gettare nel cestino le merende che ogni tanto mi portava mia madre, ed attribuire il dimagrimento allo stress…
Estate di quell’anno.. Promossa a giugno con la media dell’8…E con quel 5 trasformato in 7…
Estate di quell’anno… Non so perché, ingrassai di diversi chili… Alla fine dell’estate ero vicina ai 50 kg… E mi sentivo maledettamente in colpa
Inizio del 4 anno di Liceo.. Ripresa della mia ferrea dieta, dell’autodisciplina alimentare, delle restrizioni e delle saltuarie vomitate quando la situazione lo imponeva… Stavolta il dimagrimento fu persino più rapido e dannoso.
Di nuovo 42 kg nel giro di 3 mesi… Iniziarono i collassi.. Quelli seri, preoccupanti, pericolosi.. I collassi in autobus, a scuola, per strada.

Un pomeriggio mio padre entrò in camera mia sbattendo la porta ed urlandomi in faccia “Adesso basta, non ce la faccio più a vederti così ! Ma dove vuoi arrivare ?”

La terapia e i SENSI DI COLPA.
Meno di una settimana da quel lungo pomeriggio a parlare con mio padre, tra lacrime e singhiozzi…e ci ritrovammo tutti catapultati da una psicologa. Famiglia rimessa in discussione, ruoli stravolti, abitudini cancellate… Si, la terapia sistemico relazionale ha del geniale secondo me… Ma non per la famiglia….
Per noi ha significato covare sensi di colpa, colpevolizzazioni e rancori sopiti… Ho fatto quell’anno di terapia portandomi sempre dietro il peso che tutto quello stravolgimento fosse dipeso da me
. Iniziai a desiderare di riguadagnare peso in fretta per porre fine a quello strazio settimanale il prima possibile. Iniziai a seguire la mia prima “dieta ingrassante”, e a guadagnare peso rapidamente. Iniziai a singhiozzare al mattino sulla bilancia, accanto a mio padre… Era lui a pesarmi, ogni mattina.. E quando dopo appena 4 giorni mi trovai 2 kg in più, scoppiai a piangere, dilaniata dal senso di colpa.
Senso di colpa per la tristezza che provavo dentro per essere ingrassata.
Dovevo ingrassare ma non volevo… Dovevo volerlo, ma mi rifiutavo di volerlo. Non riuscivo a gioire come mio padre per il mio peso che risaliva, e mi sentivo un’ingrata… Mi ripetevo che infondo ingrassare significava porre fine alla terapia, liberare la mia famiglia da quello strazio, che DOVEVO farlo per loro. Avrei anche voluto esserne contenta, infondo lo meritavano. Ma non ci riuscivo, e mi sentivo in colpa per tutto quell’egoismo che ancora avevo dentro malgrado i loro sacrifici. Alla fine iniziammo a disertare la terapia… che ridusse ad una sterile ed inconcludente terapia di coppia per i miei genitori, che alla fine… si separarono !

Paura di guarire
Continuai per dei mesi, per due lunghi anni a fare l’altalena … A mantenermi su un filo d’equilibrio che non fosse troppo “in su” né troppo “in giù”… Desiderando di guarire e tornare a vivere spensieratamente, e terrorizzata al tempo stesso dall’idea di abbandonare la “coperta calda” dell’anoressia, che in un certo senso mi difendeva.
Mi difendeva dai sensi di colpa, dal bisogno di DOVERE. Essere anoressica infondo significava dimostrare a tutti che io non mi davo tregua, impedir loro di rimproverarmi un eccesso di indulgenza, bloccare sul nascere ogni tipo di rimprovero o di pretesa. Significava dare a me stessa la prova concreta della mia ineccepibilità. Significava essere ferrea, impeccabile, assolutamente immune da qualsiasi senso di colpa… L’idea di venirne fuori mi terrorizzava. Venir fuori dall’anoressia, smettere di stare male, era come confessare che mi stavo dando una tregua, ammettere la mia fragilità, concedermi una piccola pausa, un’indulgenza; significava in altre parole volermi bene.
Ero rinchiusa dentro la torre dell’anoressia, e da lì mi proteggevo dalla mia stessa ferrea autodisciplina.
Compiacevo tutti : studiavo con ottimi risultati, continuavo a stare con lo stesso ragazzo da 4 anni, senza mai un incidente di percorso, ero una figlia modello, una fidanzata perfetta, persino una impeccabile “nuora”… E avevo appena 18 anni… Ed una bambina in corpo che ancora implorava di vivere, e che io continuavo a soffocare, per rispondere alle aspettative di chi si aspettava da me il massimo.
Sono rimasta chiusa nella mia torre per tantissimo tempo, proteggendomi attraverso il digiuno e la debolezza fisica.
Volevo infondo essere solamente amata per quella che ero : per quella bambina che viveva ancora dentro di me, ma che nessuno aveva voluto mai ascoltare.

Poi un giorno…
Non so come, non so perché.. Non so cosa mi sia scattato dentro… Un giorno ho conosciuto un ragazzo.
E il mio cuore è impazzito.
Era troppo forte dentro di me, allora, per potervi resistere. Non sono riuscita ad oppormi. Ho sentito il richiamo della vita che mi invitava a scendere dalla torre, ad affrontare di petto la situazione, scappare da tutto quello che mi incatenava e lanciarmi in volo attraverso la vita, spontaneamente, con immediatezza…
Tutto l’opposto del “bravo ragazzo”… Mio coetaneo, scapestrato, capelli lunghi, barba, chitarrista in un gruppo rock…
Uno di quelli che ad un padre vengono i capelli bianchi a vederlo vicino la propria figlia.
Non so perché.. Mi chiedo ancora il perché… Ma mio padre lo accettò.
Mi incoraggiò a scendere dalla torre.
Scendevo un gradino e ne risalivo tre… Non potevo, ma volevo. E alla fine, in quel momento, ho sentito che c’era qualcosa per cui valesse veramente la pena rischiare, avventurarmi nell’ignoto, con tutto il corpo e tutta l’anima..
Ci ho messo un po’ a capirlo.

Oggi
Oggi M. è un “bravo ragazzo”… Ha tagliato i capelli, ha messo via la scorza del duro, con cui mi ha protetta mentre timidamente scendevo dalla torre.
Oggi  M. vive lontano da me. Oggi la mia vita procede in solitudine, ma con la certezza che, chi mi ha tirata fuori dalla torre, non ha smesso di essermi vicino, malgrado l’indulgenza che sto lentamente imparando a concedere a me stessa. Che chi ha mi rimesso la vita tra le mani, non è scappato.
Oggi.. procedo… Zoppico, mi rialzo, torno a camminare, poi magari t’inciampo ancora una volta… Rimango seduta per terra a piangere, ma poi alla fine mi rialzo sempre… Perché non serve fermarsi. Non ha senso non prendere la mano che ti sta tendendo qualcuno per tirarti fuori dal pantano.

Domani…
Domani… Non so nulla del mio domani, ma ho tanti desideri e tanti progetti per il mio domani.
Vorrei col tempo di imparare a non sentire la mia vita come un “debito” verso M. : ancora oggi mi crea un certo disagio pensare di smettere di considerarmi in debito con lui.
Domani vorrei alzarmi e scoprire di non sentire più tutto questo come un debito, bensì come una conquista di entrambi, una mia conquista, un mio risultato, la mia vita e null’altro che quello. Domani vorrei essere io la conquista del mio cammino, libera dal senso del dovere verso qualcuno, libera di vivere il mio amore incondizionatamente, senza prezzi di ricambio…
Domani vorrei che tutte le persone come me, come te, come chiunque abbia sofferto o soffra di Anoressia Nervosa, potessero imparare ad affrontare la vita sfidandola, con coraggio, con semplicità. Concedendosi di essere se stessi, con le debolezze, con gli errori, gli incidenti… Che imparassimo a fermarci un attimo, un giorno, e dire a noi stessi “Questo è mio, e me lo prendo, tutto per me, senza sensi di colpa”… Come se fosse un cono gelato da gustare, pensando “Chi se ne frega se è il terzo di oggi ? “…

Domani, quando lo specchio ti darà l’ennesimo dolore, strizzagli l’occhio, puniscilo così, dimostragli che la vita può essere più forte di tutti i sensi di colpa del mondo.
Sii forte e caparbia, insisti perché la tua vita possa battere dentro il tuo petto, ripeti a te stessa che sei una bella persona, che sei persino migliore di quanto gli altri non si aspettassero da te. Ripeti a te stessa un piccolo mantra, un ritornello tutto tuo, che serva solo a ricordarti che esiste nella vita l’Amore, anche e soprattutto verso se stessi.
Che Amare te stessa è il primo dei doveri che hai, il primo dei diritti, che nessuno potrà mai strapparti, e che tu stessa devi lottare per concedertelo. Anche se fa male, anche se sembra impossibile, anche se non credi che potrai mai riuscirci… E se non riesci da sola, allora chiedi aiuto ! Ma non aspettare che arrivi dal cielo qualcuno a tirarti fuori dalla torre.
Io ho avuto fortuna.
Ma oggi ne porto dietro il segno del debito.
Non fermarti mai, chiedi aiuto, regalati un sorriso, ammetti a te stessa la tua umanità, senza sensi di colpa…"

Clara

A proposito di prigioni invisibili la Guida vi consiglia di leggere:

copertina
La gabbia d'oro
L'enigma dell'anoressia mentale

Traduzione: Lotte  Dann Treves
Collana: Universale Economica Saggi
Pagine: 168
Prezzo: Euro 7,5


Da un’autorità in materia, un libro ricco di casi ed esempi per riconoscere e prevenire una malattia che affligge soprattutto ragazze adolescenti e che non solo incide sulla loro salute immediata, ma può renderle invalide per il resto della vita.
 
Le vittime dell’anoressia sono, perlopiù, ragazze adolescenti o preadolescenti, figlie modello di "buona famiglia" che si sentono spesso imprigionate da mete irraggiungibili e aspettative irrealizzabili. Sembrano chiuse in una "gabbia d’oro" di privilegi nella quale sentono di non essere al proprio posto e di non poter sopravvivere. La manifestazione principale della malattia è sconvolgente e comporta perdite di peso catastrofiche; la terapia è difficile e la guarigione incerta; i meccanismi di formazione della patologia non sono ancora definiti. Eppure l’anoressia mentale, che in passato era assai rara, affligge un gran numero di adolescenti. Non si tratta semplicemente di perdita dell’appetito: la malattia consiste, piuttosto, nell’implacabile ricerca di una magrezza estrema, nonostante la fame, i dolori e le conseguenze a volta letali. Hilde Bruch, utilizzando numerosi esempi della propria casistica, disegna un quadro lucido delle cause, degli effetti e della possibile terapia che, per essere efficace, necessita di una diagnosi precoce. Il suo libro si rivolge a medici, psicologi, insegnanti e genitori, a tutti coloro che hanno la possibilità di osservare i soggetti adolescenti e di riconoscere i sintomi prima che le manifestazioni cliniche si consolidino.
 

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