La brutta abitudine di trasformare la vittima in colpevole.

Castelli insulta Giuliana Sgrena: "Una sciocca, ci ha creato problemi e lutti" Giuliana Sgrena risponde "Mi sono salvata e mi sento vittima di cannibalismo. Infierire è assurdo, sopratutto se lo fanno persone che non hanno idea di come sia la situazione a Baghadad. Parlano di cose che non conoscono". E noi ci permettiamo di ribattere "Ministro non pensa che di fronte ad una tragedia simile sia il caso di tacere e non infierire attaccando una donna già molto provata? Giuliana Sgrena era in Iraq per documentare la guerra, come molti altri inviati nel mondo, l'amore per la sua professione l'ha spinta a non starsene in hotel ad attendere le notizie delle agenzie ma a cercare la verità in strada, documentando il dramma delle persone semplici. Per inviare all' Italia quelle parole e quelle immagini che lei ministro vede ed ascolta comodamente seduto sulla poltrona di casa sua. Impariamo ad onorare ed a rispettare le persone quando queste sono ancora in vita. Se il povero Nicola Calipari fosse adesso salvo e tra di noi qualcuno non avrebbe forse il coraggio di attaccarlo, polemizzando sul suo operato in Iraq?"









da L’Unità di red

&#nbsp;«La Sgrena credo che dovrebbe magari essere più accorta: ha detto un cumulo di sciocchezze, parla da poco accorta, si è mossa da poco accorta, ha creato enormi problemi al governo e ha creato anche dei lutti che forse era meglio evitare». Il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, da Bologna commenta così, a testa bassa, insultando la giornalista rapita per cui sono scese in piazza mezzo milione di persone, le dichiarazioni della giornalista del manifesto rilasciate in serata, venerdì. Giuliana Sgrena, quando le è stato detto che a Baghdad si stava insediando la commissione d’inchiesta congiunta italo-americana sulla morte di Nicola Calipari ha ammesso di non fidarsi troppo della verità a cui poteva pervenire. «Si sa come vanno a finire queste inchieste…» era la sua considerazione.

Ma forse Castelli si riferiva anche a altre parole.

&#nbsp;«Gli americani ci hanno illuminato dopo aver sparato. Per vedere, penso, cos’avevano fatto», ha ricostruito Giuliana Sgrena dal suo letto all’ospedale militare del Celio. E altri particolari: non ha avuto la sensazione che ci fosse un’altra auto al seguito. I soldati non hanno sparato in aria prima di mirare alla macchina.
Ha detto poi: «Mi sono salvata e mi sento vittima di cannibalismo. Infierire è assurdo, soprattutto se lo fanno persone che non hanno idea di come sia la situazione a Baghdad. Parlano di cose che non conoscono».

Intanto le indagini proseguono il loro corso, in cerca della “verità condivisa” di cui ha parlato Berlusconi in Parlamento, e per cercare di chiarire le troppe zone d’ombra che ancora circondano la morte di Nicola Calipari. Mentre a Baghdad si mette in moto la commissione d’inchiesta congiunta Italia – Usa, in Italia prosegue il lavoro della procura di Roma.
Proprio i magistrati romani riceveranno nelle prossime ore dal Sismi i tre telefoni satellitari in dotazione a Nicola Calipari che dalla sparatoria di venerdì scorso ad oggi sono rimasti in mano alle forze Usa. I tre telefoni vanno ad aggiungersi ai due cellulari personali (uno di Calipari, l’ altro dello 007 che era alla guida della Toyota colpita dai militari americani) già in mano agli inquirenti da alcuni giorni. I pm Franco Ionta, Pietro Saviotti ed Erminio Amelio hanno la necessità di consultare le memorie dei telefoni per ricostruire le comunicazioni e la lista dei destinatari. Primi tasselli di un puzzle ancora da costruire
Gli inquirenti, inoltre, devono esaminare il rapporto inviato loro dal generale Mario Marioli, ufficiale di collegamento con le forze alleate in Iraq, dal quale emerge che gli statunitensi non erano a conoscenza dei motivi della missione di Calipari a Baghdad e, tanto meno, della liberazione della Sgrena.

Intanto il portavoce dell’ambasciata americana a Baghdad Bob Callahan arricchisce di nuovi particolari la versione americana: i militari americani che hanno ucciso il funzionario del Sismi Nicola Calipari, spiega, hanno sparato da un checkpoint “volante” organizzato per difendere il transito dell’ambasciatore Usa John Negroponte, che si stava recando a cena con un generale.
«Il checkpoint mobile era stato disposto per la sicurezza dell’ambasciatore che era in viaggio per andare a cena a Camp Victory con il generale Casey – ha detto Callahan - L’ambasciatore ha oltrepassato il checkpoint alle 7.30 circa quella sera. Quindi ritengo che la sparatoria abbia avuto
luogo dopo».

Giuliana Sgrena, che sarà operata alla spalla all’inizio della prossima settimana, affida i suoi ricordi ad una lunga intervista pubblicata su il Manifesto: «Non ho visto posti di blocco – spiega - Certo io parlavo, guardavo Nicola, ero euforica, però mi sarei accorta se ci avessero fermato, perché avrei avuto paura». Nessun preavviso, quindi: «Le raffiche sono arrivate mentre la macchina girava, sempre dal lato destro dove era seduto Nicola. Non ho visto nessun fascio di luce, ho solo sentito le raffiche».
«I colpi hanno investito subito l’auto – prosegue la giornalista - nessuno ha sparato in aria, l’ufficiale al volante ha gridato “Ci stanno attaccando” e mi pare abbia cercato di telefonare».
Calipari, invece, «si è buttato addosso a me che intanto cercavo di scivolare più giù che potevo, tra i due sedili. Mi ha salvato».

Venerdì sera, mentre a Roma si ricorda Nicola Calipari con una fiaccolata al Campidoglio, Giuliana Sgrena parla ancora, questa volta per sfogarsi degli attacchi subiti: «Mi sento sotto accusa per essermi fatta sequestrare e poi salvare. Mi sono salvata ma mi sento vittima di cannibalismo. Infierire è assurdo, soprattutto se lo fanno persone che non hanno idea di come sia la situazione a Baghdad. Parlano di cose che non conoscono».
Del pagamento o meno di un riscatto dice: «Non mi interessa. Mi interessa solo di essere stata liberata. La vita umana è la cosa più importante che esista. Cercare di salvarla è ancora più importante».

&#nbsp;E dell’inchiesta aperta dalla Procura di Roma: «Non ho fiducia nelle inchieste perché sappiamo in molti casi come siano finite. È invece importante che, grazie alle nostre affermazioni, mie e dell’ agente del Sismi che guidava la macchina quella sera fino all’ aeroporto, si sia imposta la necessità di fare chiarezza. Altrimenti, sarebbe stato tutto archiviato nel giro di due giorni come un tragico incidente ».

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