
da la Padania
3 maggio 2005
Non bisogna agire sull’onda delle emozioni».
Il ministro della Giustizia, Roberto Castelli, intervenendo ieri sera a “Porta a Porta” si è espresso sul caso Izzo e sul tema dell’amnistia. «Non ho mai detto: nessuno parli più di amnistia - ha ribadito o Castelli - ho detto invece: riflettiamo attentamente perchè è facile liberare i detenuti ma poi possono accadere episodi di questo genere».
Il ministro ha voluto quindi “richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica su un tema estremamente delicato che può portare a gravi sofferenze per cittadini innocenti” e ha sottolineato che “il tema dell’amnistia non riguarda tanto il ministro ma in primo luogo il parlamento” ricordando che per un provvedimento del genere, che non viene applicato dal 1989, occorrono i voti dei 2/3 dei parlamentari.
Nel caso di Angelo Izzo “è ovvio che con il senso di poi è stato commesso un errore. Bisogna capire se è stato un errore in buona fede o per negligenza”, ha detto il ministro spiegando che entro 15-20 giorni al massimo avrà sul tavolo il rapporto degli ispettori che si stanno occupando del caso.
Alla domanda su chi ha deciso che Izzo potesse lavorare in una cooperativa che assiste persone disagiate, Castelli ha detto che a questa decisione concorrono “magistrati di sorveglianza, educatori, psicologi, il direttore del carcere”, aggiungendo che bisognerà verificare se nella decisione di concedere la semilibertà a Izzo ci siano stati “dati oggettivi che hanno tratto in inganno tutti quanti”.
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da DWpress - Torino - Mentre la vicenda giudiziaria di Angelo Izzo, lo stupratore del Circeo, fa i suoi passi avanti, si riapre il dibattito su che cos’è lo stupro e come i media affrontano questo delicato discorso. A questo proposito, riceviamo e volentieri pubblichiamo le considerazioni della presidente di Telefono Rosa Lella Menzio.
“Quando un uomo scrive: ‘Credo che lo stupro abbia a che fare con gli istinti primordiali dell’uomo. La caccia, l’inseguimento, la cattura, la preda calda, spaventata, tremante, il possesso. Ecco, il possesso totale, il sapere che la tua preda è alla tua totale mercé, il senso di onnipotenza, lo sfogo sadico di qualsiasi istinto, la donna schiava’, non si può accettare alcunché di questa descrizione. Neppure se appartiene alla fiction di una sceneggiatura.
Sono frasi riportate sul numero del 5 maggio 2005 de La Stampa. Descrizioni agghiaccianti, se pensiamo che corrispondono in modo inquietante a quanto riferito a proposito dei motivi che avevano spinto l’autore (Angelo Izzo) al massacro del Circeo. Le parole virgolettate appartengono ad uno scritto (almeno, così vengono identificate), lo stesso significato è stato fornito dall’Izzo per spiegare cosa lui e i suoi amici volevano rappresentare massacrando le due ragazze al Circeo: sorprendenti le analogie. Stiamo parlando di un assassino, si potrà dire. Certo, però di un tipo particolare di omicida: lui ammazza le donne.
E non si limita a togliere loro la vita, ma da quello che si sa di questa ultima vicenda, l’omicidio è stato la parte meno angosciante rispetto al rituale sadico, alla ricerca della sofferenza delle sue vittime, ai tentativi, forse attuati o forse no, di stupro o di abuso sessuale. Non vogliamo né possiamo entrare nel merito delle pagine finora scritte su questo individuo; e nemmeno è possibile entrare in commenti che lo riguardino direttamente. Men che meno possono esprimersi, al nostro interno, valutazioni sui professionisti che lo hanno ritenuto redento.
Pensiamo invece ai dubbi sulla possibile guarigione dal male di essere maschi, inteso proprio come la definizione riportata più sopra in corsivo. Pensiamo ai fallimenti terapeutici, alle improbabili redenzioni da una condizione (chiamarla malattia non è sempre esatto) nella quale la propria vita ha un senso se se ne annulla un’altra, preferibilmente se si tratta di una donna.
Pensiamo che forse non tutte le terapie attuate sono andate a buon fine e, quindi, qualcun altro, magari meno violento o meno propenso ad occupare le prime pagine dei giornali, stia impunemente abusando o stuprando, in casa o fuori: ritenendo che la paura e la vergogna faranno il resto, lasciandolo del tutto fuori da ogni indagine giudiziaria. O forse il problema non è nella malattia, e quindi nel fallimento di psichiatri e psicologi: ma proprio nel fatto che non esiste malattia. Oppure c’è, e non è stata ancora codificata.
In ogni caso, a metà strada tra la festa della donna e quella della mamma, una mamma e la sua figliola sono state orrendamente massacrate: malattia, maschilismo, terapie sbagliate o professionisti inesperti, a noi non importa. Ma essere donne è, ancora, un pericolo”.
Numero 99/100 del 6/7 maggio 2005
Noemi Novelli (webangel)









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